Liberista incoerente, presidente della Fed sibillino. Muore Greenspan

E’ stato il protagonista del lungo periodo di stabilità monetaria che va dal 1987, quando diventò il capo della Federal Reserve, al 2006. Poco dopo, con il deflagrare della crisi dei mutui subprime, divenne il villain dell’economia globale

22 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 18:53
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Foto LaPresse

Alan Greenspan, morto all’età di cent’anni, è stato: un musicista, un appassionato di auto di lusso e belle donne, un analista di borsa di successo, un ascoltato consigliere politico e, infine, il più famoso banchiere centrale della storia. E’ stato, prima, un feroce critico delle banche centrali, da una prospettiva iperliberista; poi, l’uomo che ha fatto dell’indipendenza della Fed un articolo di fede e che ha usato questa indipendenza per guidare la politica monetaria americana come un direttore d’orchestra (lo chiamavano, infatti, il Maestro). E’ stato il protagonista del lungo periodo di stabilità monetaria che va dal 1987, quando divenne presidente della Fed, al 2006. Poco dopo, con il deflagrare della crisi dei mutui subprime, divenne il villain dell’economia globale. Lui commenterà nel 2008: “Mi hanno lodato per cose che non ho fatto e ora mi attaccano per colpe che non ho”. Chi era, davvero, Alan Greenspan?
Nato il 6 marzo 1926 da una modesta famiglia newyorkese, vive i primi anni in un monolocale dove si era trasferita la madre Rose (casalinga e, poi, commessa in un negozio del Bronx) dopo la rottura col padre Herbert, un agente di cambio privo di istruzione formale. Il giovane Alan è timido e attratto dai numeri. Si diploma al conservatorio e per un po’ suona il clarinetto e il sassofono in una band; poi, quasi per caso, finisce a studiare economia alla New York University. E’ in questo mondo sospeso tra il fumo di tabacco e marijuana dei concerti e la polvere dei libri accademici che fa i due incontri che gli cambieranno la vita. Il primo è con la scrittrice Ayn Rand, una sorta di Charles Dickens liberista che lo chiamava “il becchino” per il suo abbigliamento sempre compassato. La conosce grazie alla prima moglie, Joan Mitchell, nel 1952. L’anno dopo finisce il matrimonio ma non il rapporto con Rand, che ne rafforza la fiducia nel libero mercato: “Finché non l’ho conosciuta sono rimasto intellettualmente limitato”, dirà. Greenspan aveva sempre diffidato della cultura keynesiana, all’epoca egemone: ma è solo con l’immersione nella filosofia oggettivista di Rand che la sua visione assume piena consapevolezza e coerenza. Nel corso degli anni Sessanta scrive una serie di articoli il cui senso, per come lo riassume il suo biografo Sebastian Mallaby, è che la creazione della Fed (1913) è stata “uno dei maggiori disastri della storia degli Stati Uniti”.
L’altro incontro è quello con Arthur Burns, il suo supervisore durante il dottorato alla Columbia University (che non otterrà fino al 1977, quando gli verrà consentito di presentare come tesi una raccolta di articoli scritti in precedenza). Burns, presidente della Fed tra il 1970 e il 1978, lo convince ad accettare l’incarico di consigliere economico di Richard Nixon quando lo scandalo del Watergate è già scoppiato (ironicamente, Bob Woodward, uno degli autori dello scoop, gli dedicherà una biografia assai generosa). Dopo le dimissioni del presidente, Greenspan rimane alla Casa Bianca con Gerald Ford (che lo mette alla testa del Council of Economic Advisers) e ci tornerà con Ronald Reagan. Durante questi anni osserva da vicino Paul Volcker, un’altra figura mitica di banchiere centrale, e il modo in cui domina l’inflazione, resistendo alle pressioni della politica. Dopo l’uscita di scena di Jimmy Carter, che secondo molti deve la sconfitta anche alla recessione causata dalla cura Volcker, è il turno di Reagan, che lo indica come presidente della Fed nel 1987. La fiducia gli viene rinnovata per ben cinque volte, facendone il secondo banchiere centrale americano più longevo di sempre (il record è di William McChesney Martin, in carica dal 1951 al 1970, che lo batte di quattro mesi).
Greenspan si dà tre regole: primo, andare per la sua strada e non lasciarsi tirare per la giacchetta. Pur repubblicano dichiarato, il rapporto migliore lo sviluppa con Bill Clinton, mentre George Bush padre addirittura lo accusa della sconfitta elettorale nel 1992 per le sue scelte di politica monetaria. Secondo: fidarsi della propria capacità di leggere i fatti economici e trasmettere agli operatori del mercato la certezza che non lascerà che l’economia gli scappi di mano – tanto che gli analisti finiranno per parlare di “Greenspan Put”. Terzo: lasciare che il mercato curi sé stesso. Per questo è un forte sostenitore della deregulation finanziaria. Non teme le bolle: anzi è convinto che siano il prezzo di un’economia vibrante. “L’unica garanzia di evitare le bolle – spiega nel 2013 – è una politica monetaria instabile e altamente inflazionistica. Non ci sono bolle in Corea del Nord e non ce n’erano in Unione sovietica”. Lo strumento che gli consente di seguire tali principi è l’utilizzo di un linguaggio oscuro e sibillino: “Da quando sono diventato banchiere centrale – ironizza nel 1987 – ho imparato a borbottare con grande incoerenza. Se vi sembro troppo chiaro, allora dovete avermi frainteso”.
Qui sta la parte più controversa della sua eredità. Da sinistra lo accusano di aver sottovalutato i rischi della finanziarizzazione dell’economia. Alan Blinder, suo vice tra il 1994 e il 1996, ricorda che “per tutto il tempo ha avuto un punto cieco per quanto riguardava la regolamentazione”. Da destra, l’accusa è opposta: aver alimentato una eccessiva fiducia nei poteri taumaturgici della Fed ed essersi pertanto abbandonato a una politica monetaria lassista. Per John Taylor, in tal modo ha contribuito alla bolla immobiliare e all’azzardo morale che hanno portato al fallimento di grandi istituzioni finanziarie quali Bear Stearns e Lehman Brothers e alla Grande Recessione del 2007-2009. Greenspan ne era consapevole ma ammette di non avere interpretato correttamente i segnali: “Quelli di noi che si sono fidati dell’interesse degli istituti di credito a proteggere il capitale degli azionisti, incluso me, si trovano oggi in uno stato di sconcerto”, dice nel 2008, quando intanto alla Fed c’è Ben Bernanke.
Greenspan resta convinto che le bolle è meglio curarle che prevenirle: “Invece di provare a contenere una ipotetica bolla con azioni drastiche e conseguenze perlopiù imprevedibili, abbiamo scelto di […] mitigarne gli effetti quando si verificano e, speriamo, facilitare la transizione verso l’espansione successiva”. Col senno di poi, la sua logica poteva funzionare solo nelle condizioni uniche e irripetibili in cui lui stesso aveva operato – la prima delle quali, appunto, era che alla Fed ci fosse un Greenspan.