Economia
Il colloquio •
Fondazioni? Serve una svolta contro le derive localistiche. Parla Parasassi
Il presidente della Fondazione Roma pone una questione di merito: fare in modo che l’azione delle Fob non generi più disuguaglianze in termini di ricadute sulle comunità e sui territori: "La scomparsa di banche di medie e grandi dimensioni al sud non ha lasciato il posto a fondazioni adeguatamente patrimonializzate"
24 GIU 26

Foto Ansa
Uno degli effetti collaterali del risiko bancario è che le fondazioni azioniste degli istituti coinvolti stanno diventando sempre più ricche: il valore delle cedole che incassano ogni anno aumenta e così anche quello del patrimonio. E’, ovviamente, una buona notizia perché le fondazioni di origine bancaria svolgono un ruolo fondamentale sui territori contribuendo al loro sviluppo economico e sociale. Spesso fanno quello che il pubblico non riesce più a fare. Ma non tutti questi enti sono azionisti del sistema creditizio. Ci sono casi come Cariplo, Fondazione Crt, Compagnia di Sanpaolo, Cariparo (Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo) e altre, che hanno partecipazioni rilevanti, al punto da incidere su scelte strategiche e di governance. Ma l’evoluzione della normativa ha fatto sì che, a partire dalla fine degli anni Novanta, tante altre fondazioni si dedicassero esclusivamente a scopi filantropici e dismettessero le loro quote. Com’è successo per la Fondazione Roma, che quest’anno celebra il 190 esimo anniversario della Cassa di Risparmio di Roma, da cui trae origine, con un simposio in programma il 25 giugno a Palazzo Sciarra Colonna. Il presidente, Franco Parasassi, che siede nel consiglio di amministrazione dell’Acri, l’associazione del settore guidata da Giovanni Azzone, pone una questione di merito: fare in modo che l’azione delle Fondazioni di origine bancaria non generi più disuguaglianze in termini di ricadute sulle comunità e sui territori.
“La nostra Fondazione può contare su un patrimonio di circa 2 miliardi di euro i cui proventi ci consentono di perseguire le finalità sociali non solo nel nostro territorio ma anche in varie zone del mondo – dice al Foglio – Altri enti, invece, nonostante gli introiti crescenti che provengono dalle banche partecipate limitano le erogazioni ai contesti regionali e provinciali di riferimento. Dovrebbero, invece, aprirsi all’esterno e considerare, più che il territorio, le emergenze ovunque si presentino”. Ha in mente una proposta? “Ho posto la questione a livello di sistema da un paio d’anni. Noi, con radici romane, ambito nel quale siamo molto attivi con iniziative di grande impatto, come ad esempio il Villaggio Fondazione Roma, all’avanguardia per la cura dell’Alzheimer e Parkinson, guardiamo fuori e portiamo avanti una visione globale ed è quello che potrebbero fare anche altri che si sono un po’ chiusi nei confini locali. Sarebbe una bella idea se le Fondazioni aprissero al Sud degli sportelli sociali di comunità ai quali chiunque possa rivolgersi se ha un’idea o un progetto valido, come accadeva con gli sportelli delle Casse di Risparmio prima della riforma del ’90”. In effetti, nel Sud Italia, l’ondata di fusioni e acquisizioni degli ultimi trenta o quarant’anni ha lasciato poche fondazioni e con scarsi mezzi a disposizione. Risultato: il nord Italia, che è la parte più ricca del paese può contare sul sostegno di questi enti e la restante parte riceve poco o nulla. E’ così? “Esatto, eppure, le regioni meridionali contribuiscono ai profitti generati dalle grandi banche che hanno come azioniste le grandi fondazioni. Questa disuguaglianza è figlia della storia bancaria dell’Italia, che ha visto la trasformazione delle Casse di Risparmio in società per azioni e la separazione tra attività creditizia e filantropica. In più, la scomparsa di banche di medie e grandi dimensioni radicate in questi territori, come il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, confluiti rispettivamente, dopo varie vicissitudini e vari passaggi, in Intesa Sanpaolo e in Unicredit, non ha lasciato il posto a fondazioni adeguatamente patrimonializzate da poter incidere significativamente in termini di interventi di utilità sociale”.
Un tale impoverimento è stato solo minimamente compensato dalla nascita (con un contributo di solidarietà da parte degli altri enti) di Fondazione con il Sud. Ma questa non è una lotta per il potere tra fondazioni. “E’ piuttosto – prosegue Parasassi – la necessità di superare una visione che fino ad oggi ha fatto si che la distribuzione della ricchezza si concentrasse sui territori e sulle comunità che hanno la fortuna di ricadere nel perimetro degli enti più ricchi mentre ci sarebbe bisogno di aprirsi a bisogni più diffusi. D’altra parte, le piccole fondazioni del Sud Italia potrebbero associarsi in modo da sommare i patrimoni e massimizzare la redditività”. Per il suo patrimonio, Fondazione Roma si è affidata a diversi gestori per ottenere flussi di liquidità costanti nel tempo. “In questo modo, comunità e territori in Argentina, Nepal, Africa possono contare sulla continuità del nostro sostegno così come in Ucraina tramite la comunità di Sant’Egidio. Ma siamo stati vicini allo stesso modo anche a Gerusalemme e a Gaza con progetti umanitari di assistenza sanitaria e sociale. Noi ci affidiamo alla Chiesa e alla sua rete di strutture, che arriva dove c’è più bisogno”. Quello di Parasassi non vuole essere un giudizio di valore sui modelli e le strategie degli altri enti, ma piuttosto una riflessione sulla necessità di adeguarsi a un mondo che sta cambiando attraverso una maggiore apertura. Il dibattito è aperto.