Il caso Bending Spoons: quando la tecnologia italiana deve quotarsi a New York

La società milanese compra piattaforme digitali come Evernote, WeTransfer ed Eventbrite, le integra nella propria macchina tecnologica e le fa rendere di più. Ora punta al Nasdaq e varrà quasi 20 miliardi. Un successo italiano che mostra il limite dei mercati europei

24 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 21:10
Immagine di Il caso Bending Spoons: quando la tecnologia italiana deve quotarsi a New York

Da sinistra Luca Querella, Francesco Patarnello, Luca Ferrari e Matteo Danieli di Bending Spoons (foto Ansa)

Bending Spoons è un'azienda molto italiana e insieme molto poco italiana. Italiana perché nasce a Milano, da ingegneri italiani, con l’ambizione dichiarata di dare uno scossone al paese. Poco italiana perché cresce comprando, integrando, automatizzando, misurando ogni processo. Insomma, nasce con quella “cultura del dato” che, dicono gli economisti, è fondamentale nella nuova economia dell’intelligenza artificiale ma poco diffusa nel sistema produttivo nazionale. Ora questa società dal nome preso da Matrix (il cucchiaio che si piega con il pensiero in una scena del film), si prepara a quotarsi al Nasdaq. E qui il ritratto di Bending Spoons diventa il ritratto di un limite europeo: il talento nasce qui, il quartier generale resta (per ora) a Milano ma quando servono capitali veri la strada porta alla Borsa di New York.
Bending Spoons fa una cosa facile da dire e difficile da fare: compra prodotti digitali che hanno già un nome e milioni di utenti ma che, secondo le valutazioni dell'azienda, possono migliorare e rendere di più. Evernote, per esempio, era stata per anni l’app simbolo degli appunti digitali, poi aveva iniziato il declino a causa della forte concorrenza nel settore. WeTransfer, che è entrata nel linguaggio comune come il modo più rapido per scambiare file pesanti. Poi Eventbrite, capace di portare in dote il mondo degli eventi, dei biglietti, delle community dal vivo. Bending Spoons ha preso queste piattaforme e le ha integrate nella propria macchina per farle lavorare al meglio.
Luca Ferrari, amministratore delegato e cofondatore, spiega che la sua società "cerca business digitali con potenziale inespresso". Se il proprietario vende, Bending Spoons compra. Poi applica la propria piattaforma a base di sinergie, riduzione dei costi, automazioni e intelligenza artificiale per sbloccarne il valore inespresso. Somiglia al private equity, cioè a quel mestiere che consiste nell’acquistare aziende, ristrutturarle e renderle più profittevoli per poi rivenderle. La società meneghina però ha cambiato l’ultima parte della frase: non compra per uscire ma per tenere. Integra le piattaforme nel proprio sistema, ne aumenta la redditività e reinveste la cassa in nuove acquisizioni.
La storia dell'azienda nasce da un fallimento. Nel 2010 Ferrari, Matteo Danieli e Francesco Patarnello lavorano a Evertale, un’app di intelligenza artificiale che dovrebbe scrivere automaticamente il diario dell’utente. Raccolgono un milione di dollari, lanciano il prodotto, non funziona. Nel 2013 restano con circa 40 mila dollari, quello è il capitale di partenza di Bending Spoons che fondano insieme a Luca Querella, l'ultmo socio del magico quartetto. All’inizio è tutto artigianale: campagne marketing fatte a mano, reclutamento telefonando ai laureati, strumenti software costruiti pezzo per pezzo. Poi arrivano le primi acquisizioni che, però, hanno un costo visibile: licenziamenti, prezzi più alti, proteste di alcuni utenti delle app. Ma Ferrari nega che il modello sia semplicemente comprare aziende, tagliare personale e pagare meno chi resta e sostiene che gli stipendi di Bending Spoons sono ai vertici del mercato europeo. Il punto, secondo lui, è lavorare con team più piccoli, meno management, più autonomia e più responsabilità dei singoli dipendenti, anche di quelli in fondo alla scala gerarchica.
I numeri gli danno ragione. Nel 2025 l’azienda ha registrato ricavi per 1,3 miliardi di dollari, utile operativo per 278 milioni e un margine lordo, cioè quello che resta dopo i costi diretti dei servizi, di 857 milioni. Nel primo trimestre 2026 i ricavi sono stati di 601 milioni e l’utile netto è arrivato a 27,5 milioni, contro una perdita di 112 milioni nello stesso periodo dell’anno precedente. Ma la crescita non è gratis. Per comprare le app, Bending Spoons ha caricato molto debito: quasi 3,7 miliardi, su cui paga interessi saliti da 17 milioni nel 2023 a 93 milioni nel solo primo trimestre 2026. È il lato meno scintillante del modello: la fabbrica dei software usati funziona, ma per alimentarla serve molta benzina finanziaria.
Ora arriva la quotazione al Nasdaq. Le ultime indicazioni parlano di 58 milioni di azioni da collocare a un prezzo che va dai 26 ai 28 dollari, per una raccolta fino a 1,8 miliardi e una valutazione complessiva intorno ai 19 miliardi. È una capitalizzazione paragonabile a quella di Stellantis Telecom. Ma perché un’azienda italiana, nata a Milano e cresciuta con ingegneri italiani, deve quotarsi nel listino tecnologico statunitense?
La risposta è che il sogno americano, almeno nella sua versione finanziaria, è ancora vivo. Un secolo fa si prendeva la nave per cercare lavoro e futuro, oggi la traversata la fanno le aziende che vogliono crescere davvero, con i prospetti finanziari al posto della valigia di cartone. Questo accade perché il mercato italiano, e in buona parte quello europeo, è troppo piccolo e poco liquido per società che puntano a una taglia globale. Bending Spoons è un unicorno, cioè un'azienda non quotata valutata oltre un miliardo, ma ormai guarda molto più in alto. Nell’Italia della finanza qualcosa si muove (risiko bancario, startup legate all’IA, Borsa che macina nuovi massimi), ma non esiste ancora un mercato dei capitali capace di accompagnare salti di questa misura. Il confronto con gli Stati Uniti è impietoso: la sola SpaceX, sbarcata da poco al Nasdaq, è arrivata a una capitalizzazione superiore a quella dell’intera Piazza Affari. Insomma l’Italia ha saputo creare un campione, ma il mercato per farlo crescere sta ancora dall’altra parte dell’Atlantico.