Economia
L'analisi •
L’Europa ha un problema con la Cina ma i dazi non sono la soluzione
Nel 2025 il disavanzo commerciale con Pechino ha sfiorato il miliardo al giorno e l'Ue sta pensando a strumenti di risposta. Ma a pagare le barriere sarebbe il consumatore europeo e una delle radici del problema (lo yuan tenuto artificialmente basso) resterebbe intatta. Senza contare che una parte di quel divario l'Europa se l'è scavata da sola
24 GIU 26

L’Europa ha un problema con la Cina che proprio non sa come risolvere. Nel 2025 l’Ue ha accumulato con Pechino un deficit commerciale di 360 miliardi di euro, quasi un miliardo al giorno, il più ampio della sua storia e in crescita di quasi un quinto sull’anno precedente, con tutti e 27 i paesi membri in rosso. Nei primi tre mesi del 2026 lo squilibrio si è allargato ancora, verso i 98 miliardi contro gli 88,4 dello stesso periodo del 2025.
Così è partito in tutta Europa l’allarme cinese fino a che, a fine maggio, Francia, Italia, Olanda e Lituania (anche la Spagna lo aveva firmato, per poi invece sfilarsi) hanno fatto circolare un non-paper, un documento informale che non vincola la Commissione, che chiede una linea dura nei confronti di Pechino, da una maggiore rapidità nell’implementazione dei dazi d’emergenza a nuovi poteri contro i tentativi di aggirarli. Al Consiglio del 18 e 19 giugno i leader ne hanno discusso a cena, per poi dare mandato alla Commissione di lavorare a strumenti più incisivi contro la sovraccapacità cinese. Il dibattito europeo, però, si è concentrato forse troppo sul volume del deficit. E, per quanto comprensibile, serve andare oltre il numero.
In primis, avere un deficit commerciale non è, di per sé, un problema. Come ricorda un recente brief del Jacques Delors Centre firmato da Arthur Leichthammer, “un disavanzo commerciale di norma riflette vantaggi comparati, tassi di cambio e abitudini di consumo, e da solo non giustifica alcuna misura di difesa”. In secondo luogo, la pressione sulla manifattura europea nasce anche da una distorsione monetaria creata dal governo cinese. Lo yuan è infatti deliberatamente mantenuto debole: per frenarne l’apprezzamento che un simile surplus imporrebbe, le banche statali comprano i dollari (come quelli che derivano dall’export) e immettono yuan. Tanto che, calcola l’Institut der deutschen Wirtschaft (Iw) nel paper “Squilibri globali”, la valuta cinese è sottovalutata tra il 20 e il 30 per cento rispetto al valore che avrebbe se il cambio si formasse liberamente sul mercato. Inoltre, terzo punto, ci sono i sussidi: il sostegno pubblico cinese all’industria (fatto di trasferimenti, credito agevolato, terreni e così via), secondo le stime del Fmi nel 2023 era pari a circa 800 miliardi di dollari, il 4,4 per cento del pil della Cina di quell’anno. In ogni caso il solo effetto cambio, calcola l’Iw, ha reso i prodotti industriali europei più cari di oltre il 40 per cento rispetto a quelli cinesi dal 2020; e a questo si aggiunge il sostegno statale (che anche i governi europei utilizzano, seppur su un perimetro comparativamente più ristretto).
Davanti a tutto questo la tentazione del dazio è forte. Lo stesso Delors Centre sostiene che le misure di salvaguardia siano utili perché agiscono in fretta e coprono interi comparti. E la Commissione, del resto, le sta già usando, e in autunno è atteso un nuovo meccanismo. Si potrebbe perfino dire che un dazio capace di correggere una valuta manipolata riequilibri una concorrenza falsata. Ma anche qui, ci sono dei problemi. In primis, il dazio lo pagherebbero il consumatore e l’industria europea. E, in secondo luogo, molte merci cinesi, come le componenti industriali, sono spesso sia tecnologicamente più avanzate sia più economiche.
Che fare, quindi? C’è una via che in passato ha funzionato: quella valutaria. Tra il 2005 e il 2014, quando gli Stati Uniti minacciarono di bollare Pechino come “manipolatore valutario”, lo yuan si rivalutò sul dollaro di circa un terzo in termini reali. Se qualcosa di simile accadesse con l’euro, sarebbe, a conti fatti, una correzione quasi indolore: una simulazione dell’Iw stima che una rivalutazione dello yuan del 43 per cento, dopo un primo anno di netto calo, riporterebbe nel 2028 il pil cinese quasi sui livelli attesi (-0,2 punti), mentre l’area euro si ritroverebbe con 0,2-0,3 punti di pil sopra lo scenario base.
Ma anche qui, nell’Ue non esiste un Tesoro federale che faccia diplomazia del cambio. E, prima di chiedere a Pechino di lasciar correre lo yuan, l’Europa farebbe bene a guardare i propri prezzi, perché una buona parte del divario non l’ha scavata la Cina ma il caro energia e i costi industriali, saliti di oltre il 40 per cento dal 2020 mentre quelli cinesi restavano fermi. E questo è un problema che possiamo risolvere da soli. La palla ora è in mano al commissario al Commercio Maroš Šefčcovicč, che il 29 giugno incontrerà la sua controparte cinese, Wang Wentao.