Economia
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Bce: gli aiuti di stato nell'Ue sono aumentati vertiginosamente. I dubbi sul Budget 2028-2034
Una nota di Francoforte ricostruisce la corsa dei sussidi pubblici alle imprese: dallo 0,5 per cento del pil a un picco di 330 miliardi nel 2021, scesi ma non rientrati. A goderne sono i paesi con i margini larghi e a beneficiarne le imprese già produttive: un rischio per la concorrenza nel Mercato unico

Negli ultimi anni gli aiuti di stato nell’Unione europea sono schizzati verso l'alto. Ciò che dovrebbe essere un'eccezione, ossia concesso con parsimonia e giudizio per non falsare la concorrenza, è ormai diventato uno strumento ordinario di politica economica, sempre più grande, e distribuito in modo diseguale tra i paesi (e aziende). Non sono queste di certo le parole della Bce, ma è quanto mostrano i dati ricostruiti della Banca centrale in una nota del suo bollettino economico pubblicato il 23 giugno, che spiega proprio quanto è cresciuto il sostegno pubblico dell’Unione, perché, e a chi è andato.
Per quindici anni, dal 2000 al 2015, gli aiuti di stato sono sempre rimasti una voce contenuta, tra poco più dello 0,6 per cento del pil nel 2000, fino a circa lo 0,8 per cento nel 2015. Poi è cominciata la rincorsa, perché dal 2014 si sono allentate le regole dell’Ue che permettono agli stati europei di concedere sostegni senza chiedere ogni volta il via libera alla Commissione, tanto che la spesa è quasi raddoppiata nel 2019, toccando circa l’1 per cento del pil Ue. Ecco, tutti questi aiuti di stato, fino al 2019, erano aiuti di stato “classici”, e non aiuti d’emergenza – il tipo di spesa che viene elargita, per esempio, durante la crisi-, che hanno invece causato il salto della spesa più vistoso. E la prima crisi è stata la pandemia, che ha poi visto elargire somme enormi agli stati europei, Italia in prima fila. Il totale degli aiuti di stato, sia di emergenza che non, è così esploso nel biennio 2020-2021 fino a circa 330 miliardi di euro, sfiorando il 2,5 per cento del pil dell’Ue. Anche dopo la ripresa post covid il livello è rimasto ben oltre la media storica, scendendo comunque intorno all'1 per cento del pil nel 2024. Questo perché le misure straordinarie fanno sempre fatica a chiudersi – anche a causa della moltitudine di crisi che l’Europa affronta da anni. Per esempio, l’insieme degli aiuti di stato d’emergenza nato per la crisi dovuta al Covid è stato esteso dopo l'invasione dell'Ucraina. Dopodiché, a gonfiare il conto è stato soprattutto il caro energia. Dopo l'impennata dei prezzi del 2022 i governi hanno speso molto sia per calmierare le bollette di famiglie e imprese, sia per finanziare la decarbonizzazione e ridurre le dipendenze strategiche nei settori delle “batterie, idrogeno, microelettronica, e tecnologie sanitarie”, che da soli hanno mosso circa 90 miliardi tra fondi pubblici e privati entro il 2024 (0,45 per cento del pil Ue).
La spesa, dice la Bce, è distribuita in modo molto disuguale sia tra paesi sia tra settori industriali. Durante la pandemia alcuni paesi sono riusciti a mobilitare oltre il 3 per cento del pil e altri molto meno, a seconda dello spazio nei conti pubblici e delle scelte nazionali. E, grazie a un campione di 5 milioni di imprese costruito dagli economisti della Bce, viene stimato che tra il 2016 e il 2024, a ricevere quegli aiuti di stato siano state soprattutto le aziende grandi e produttive, più che quelle più piccole o in difficoltà.
Infine, c’è una domanda che la stessa Bce pone. Come può il prossimo Bilancio Ue per il 2028-2034, in fase di definizione ma previsto in netta crescita, tenere insieme una politica industriale sempre più generosa e sempre più concentrata, e la concorrenza nel Mercato unico, che proprio da quella generosità diseguale ha più da perdere?