Economia
l'analisi •
Il dollaro si rafforza anche se l’instabilità la provocano gli Stati Uniti
La tregua tra Usa e Iran non ha prodotto l’atteso recupero dell’euro. Il biglietto verde resta sostenuto da tassi americani più alti, crescita resiliente e afflussi di capitali verso tecnologia e intelligenza artificiale
27 GIU 26

Il nuovo governatore della Fed Kevin Warsh (foto Ansa)
Il conflitto con l’Iran non ha scalfito il ruolo del dollaro come riserva internazionale. Al contrario, come è avvenuto spesso in passato, la moneta statunitense tende a rafforzarsi sui mercati valutari ogniqualvolta si accentuano le tensioni internazionali. Il ruolo di bene rifugio (“safe asset”) si è manifestato anche quando gli Stati Uniti erano all’origine dell’instabilità geopolitica.
Subito dopo lo scoppio dell’ultimo conflitto in medio oriente, il dollaro si è apprezzato nei confronti delle principali valute, in particolare con l’euro, guadagnando circa il 4 per cento in due settimane. La valuta europea si è poi ripresa, man mano che si consolidavano le aspettative di una imminente fine del conflitto, o almeno di una tregua. Vari osservatori si aspettavano che l’accordo sul cessate il fuoco raggiunto a metà giugno tra Stati Uniti e Iran avrebbe allentato le pressioni al rialzo sul dollaro e favorito un apprezzamento della moneta europea. Tanto più che i prezzi delle materie prime petrolifere sono tornati sui livelli precedenti a quelli del conflitto, alleviando l’effetto recessivo sulle economie europee.
Queste aspettative non si sono invece concretizzate. Al contrario, l’euro si è ulteriormente indebolito rispetto al dollaro, raggiungendo il livello minimo dell’ultimo anno, intorno a 1,14 dollari. A modificare le prospettive valutarie possono aver influito vari fattori, sia in Europa sia negli Stati Uniti. Cominciando dall’altra sponda dell’Atlantico, la prima riunione della Riserva federale ha smentito le aspettative che la politica monetaria americana diventerà più accomodante dopo la nomina del nuovo governatore, nonostante le pressioni che verranno esercitate dal presidente Donald Trump. Per riportare l’inflazione al 2 per cento nel medio termine non c’è spazio per una riduzione dei tassi d’interesse. Anche perché l’economia americana rimane resiliente, soprattutto per effetto della politica di bilancio fortemente espansiva. Il Fondo monetario internazionale stima il disavanzo pubblico al 7,5 per cento del prodotto lordo, quest’anno e il prossimo. Il Presidente ha peraltro chiesto al Congresso un ulteriore aumento di spesa per finanziare il conflitto e ricostituire le scorte di munizioni, che hanno raggiunto un livello minimo.
Di sicuro, la politica fiscale americana rimarrà espansiva nei prossimi anni, almeno fino alle prossime elezioni presidenziali del 2028, il che rende difficile una riduzione dei tassi d’interesse. La valuta americana continua inoltre a beneficiare dell’afflusso di capitali esteri, che vanno a finanziare gli ingenti investimenti effettuati nei settori tecnologici e dell’intelligenza artificiale, che sostengono le quotazioni azionarie. Dal lato europeo, il calo delle quotazioni petrolifere dovrebbe contenere i rischi di inflazione importata ed evitare che si manifestino effetti di secondo livello sui costi degli altri prodotti. Le prospettive di crescita rimangono tuttavia incerte. Emergono in modo sempre più evidente gli effetti delle crescenti importazioni provenienti dalla Cina sulla capacità di competere dell’industria europea. La combinazione di questi fattori potrebbe indurre la Banca centrale europea a rimandare, o addirittura cancellare, il secondo aumento di tassi d’interesse previsto per settembre.
In questo contesto, è difficile che il divario dei tassi d’interesse a breve tra le due sponde dell’Atlantico, attualmente intorno all’1,4 per cento, possa ridursi. Questo perché le strategie di investimento speculative (carry trade) che spingono ad indebitarsi nella valuta con tassi più bassi, ossia l’euro, e ad investire nella valuta coi tassi più alti, ossia il dollaro, tendono a rafforzare la valuta americana. Un altro fattore a sostegno del dollaro riguarda il negoziato in corso durante la tregua tra Stati Uniti e Iran. L’esperienza di simili trattative suggerisce che l’esito più probabile sia un allungamento ripetuto della tregua, eventualmente con temporanee interruzioni, data la complessità delle questioni da risolvere e le diverse strategie negoziali. L’incertezza prevarrà a lungo prima che le due parti raggiungano un accordo stabile e che si riducano definitivamente le tensioni.
Infine, l’avvicinarsi della scadenza elettorale negli Stati Uniti nel novembre prossimo, e la elevata probabilità che la Camera dei rappresentanti sia controllata dal partito Democratico (data all’80 per cento secondo l’ultimo sondaggio) mentre la situazione al Senato è ancora fortemente incerta (il controllo del partito Democratico è dato al 43 per cento), inducono a prospettare per i prossimi due anni un cambiamento di tendenza rispetto alle politiche messe in atto finora dall’Amministrazione, che avevano favorito, direttamente o indirettamente, l’indebolimento del dollaro. Quest’ultima ipotesi si basa tuttavia sull’aspettativa che la Casa Bianca accetti, senza batter ciglio, non solo l’esito delle urne ma anche di essere messa sotto tutela dal nuovo Congresso. Una ipotesi alquanto ottimistica.