Il pil corre, ma le buste paga scendono: il paradosso del Sud

Quattro anni di sviluppo oltre il Centro-Nord e occupazione in aumento non bastano a migliorare il benessere dei dipendenti. Inflazione, struttura produttiva e rinnovi contrattuali frenano i salari reali e la qualità della crescita. Il nodo della distribuzione

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Il sud Italia a confronto del nord Italia ha lo stesso problema dell’Italia a confronto dei paesi vicini europei: il pil e l’occupazione salgono, ma il potere d’acquisto dei suoi lavoratori scende.
Per una volta la notizia sul Mezzogiorno non è cattiva ed è giustamente ripresa dai media. Nel 2025, secondo Svimez, il pil del sud è cresciuto dello 0,7 per cento, più della media italiana e del centro-nord, ferme allo 0,5. Il nord-ovest si è fermato allo 0,3, il nord-est allo 0,4, mentre il centro ha fatto l’1 per cento, soprattutto grazie al Lazio. La distanza è piccola, ma il segnale conta perché non è un anno isolato: Svimez ricorda che quattro anni consecutivi di crescita del Sud superiore a quella del centro-nord non si vedevano dagli anni del boom. Tra il 2022 e il 2025 il pil meridionale è aumentato del 9,5 per cento, contro il 6,6 del centro-nord e il 7,2 dell’Italia. Il lavoro conferma la dinamica. Nel 2025 gli occupati totali sono oltre 24 milioni, +185 mila rispetto al 2024. Ma il Mezzogiorno ha fatto meglio: +1,5 per cento al sud contro +0,9 nel nord-ovest e +0,8 nel nord-est secondo l’Istat. La crescita riguarda soprattutto gli over 50, mentre calano under 35 e fascia 35-49 anni.
La spiegazione è che Pnrr, costruzioni e opere pubbliche hanno dato al sud una spinta che non si vedeva da tempo. Nel 2022-2025 gli investimenti in costruzioni sono aumentati del 48,6 per cento nel Mezzogiorno, contro il 34,3 nel Centro-Nord. Gli investimenti in opere pubbliche sono quasi raddoppiati: +88,3 per cento al sud e +87,8 al centro-nord. Fin qui la parte positiva ma nessuno dice quale è il paradosso di questa crescita. Il Pil non dice da solo chi ha beneficiato della crescita.
E qui il quadro cambia: negli ultimi cinque anni il Mezzogiorno ha avuto una dinamica del pil reale che non si è trasformata in un aumento del reddito reale da lavoro dipendente per occupato. Secondo i Conti economici territoriali Istat, tra il 2019 e il 2024 il pil reale del Mezzogiorno è cresciuto del 4,4 per cento, contro il 3 del centro-nord. Nello stesso periodo il reddito da lavoro dipendente per occupato, corretto per l’inflazione, è sceso del 7,8 per cento nel Mezzogiorno e del 3,8 nel Centro-Nord. In Lombardia il calo è dell’1,1 per cento, in Calabria dell’8,7.
Non è una contraddizione. La massa salariale può aumentare perché cresce il numero degli occupati, mentre il reddito reale medio per lavoratore diminuisce. Se lavorano più persone, il totale dei redditi da lavoro sostiene il pil; ma questo non significa che chi lavora stia meglio. Nel Mezzogiorno la crescita dell’occupazione ha contribuito al prodotto, ma i salari reali medi sono rimasti indietro. Il punto è distributivo. Il valore aggiunto non si esaurisce nei salari: comprende profitti, redditi da lavoro autonomo, ammortamenti e imposte indirette. Se il pil cresce mentre il reddito reale da lavoro dipendente per occupato arretra, vuol dire che una quota rilevante della crescita si è fermata altrove.
Le ragioni sono tre. La prima è la struttura produttiva. Nel sud pesa di più il terziario: commercio, turismo, servizi alla persona, pubblica amministrazione e attività a minore produttività media. Sono comparti nei quali la contrattazione collettiva ha recuperato con più lentezza lo chocinflazionistico. I rinnovi dei Ccnl sono arrivati tardi o hanno recuperato solo in parte l’aumento dei prezzi. L’industria, dove produttività e forza contrattuale sono maggiori, pesa meno.
La seconda ragione è il paniere dei consumi. L’inflazione non è uguale per tutti. Le famiglie a reddito più basso spendono di più in beni primari: alimentari, energia, affitti, trasporti essenziali. Negli anni della fiammata inflazionistica questi prezzi sono cresciuti molto. Nel Mezzogiorno, dove i redditi medi sono inferiori e il peso dei beni necessari è maggiore, la perdita effettiva di potere d’acquisto è stata più pesante.
La terza ragione è il settore pubblico. In molte regioni meridionali i redditi legati alla pubblica amministrazione pesano molto. Ma proprio qui i ritardi dei rinnovi e il mancato recupero dell’inflazione hanno prodotto una caduta reale. La crescita delle costruzioni ha compensato in parte, ma non sempre e non ovunque.
Resta un’obiezione: forse salari più bassi hanno favorito più occupazione e dunque più pil? In parte può essere vero. Una dinamica salariale più moderata può rendere più conveniente assumere, soprattutto nei servizi e nelle attività a bassa produttività. Ma vale solo in parte. La vera spinta degli ultimi anni non è stata la compressione salariale, ma la combinazione eccezionale di Pnrr, investimenti pubblici, costruzioni, incentivi e semplificazioni.
Il problema non è negare il successo del sud, ma caso mai dargli continuità attraverso una maggiora forza contrattuale del lavoro, sennò chi dovrebbe mai beneficiare di questa crescita?