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Orvieto, pale eoliche e paesaggio. Botta e risposta con il presidente di Italia Nostra
Prosegue il dibattito sul progetto Phobos. L’ambientalista Francesco Pratesi spiega al Foglio le ragioni del no all’impianto rinnovabile. Risponde Luciano Capone
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Caro Luciano, vieni a Piansano
Devo confessarlo: leggendo il pezzo di Luciano Capone (“La rivolta dei Nimby vip”, 29 giugno) mi sono anche divertito. L’immagine di un manipolo di castellani, principi, stilisti, registi e apicoltori pronti a sabotare la transizione ecologica pur di non rovinarsi il panorama è irresistibile. Manca solo Crudelia De Mon e il quadro è completo.
Peccato che questa storia non riguardi affatto i castelli. Capisco che sia molto più divertente raccontare il castello dello stilista, l’arnia dell’apicoltore o il bed & breakfast della principessa che spiegare perché oltre duecento comitati territoriali, decine di sindaci di ogni orientamento politico, archeologi, costituzionalisti, storici dell’arte, naturalisti e migliaia di cittadini siano arrivati, indipendentemente gli uni dagli altri, alle stesse conclusioni. Ma il giornalismo dovrebbe occuparsi soprattutto di ciò che è meno folkloristico e più sostanziale.
Nel suo attacco ai benestanti immagino che Capone consideri ormai il Foglio il bollettino delle avanguardie operaie. Bontà sua. Io sono figlio di Fulco Pratesi, che non si è mai scandalizzato quando qualcuno lo definiva un “radical chic”. Sorrideva. Sapeva bene che una parte importante dell’ambientalismo italiano è nata anche grazie a persone che avevano patrimoni, grandi proprietà e perfino castelli, ma decisero di metterli al servizio dell’interesse collettivo. Se oggi esiste il Lago di Burano lo dobbiamo anche alla famiglia Puri Negri. L’Oasi di Bolgheri al Marchese Mario Incisa della Rocchetta. Palo Laziale ai Principi Odescalchi. Dovremmo considerarli un problema di classe oppure ringraziarli?
Ma il punto continua a non essere questo. Il problema non sono quelli che possiedono un castello e possono permettersi avvocati e paginate sui giornali. Il problema sono quelli che un castello non ce l’hanno e subiscono la trasformazione irreversibile dei loro territori. Mi permetto allora un invito a Luciano Capone. Venga a Piansano. Non per un weekend enogastronomico, ma per guardarsi intorno. Vedrà un paesaggio ormai segnato da decine di pale eoliche e scoprirà che alcune sono già state dismesse, con tronconi di eliche lasciati tra le erbacce. Capirà che il prezzo di una pianificazione sbagliata non lo pagano gli aristocratici, ma le comunità che quei luoghi li abitano ogni giorno.
Perché la questione vera è tutta qui. In quei territori migliaia di aziende agricole, cantine, agriturismi, alberghi diffusi e piccole imprese stanno cercando, con anni di lavoro e investimenti, di costruire un’economia fondata sulla qualità del paesaggio. E’ questo capitale collettivo che rischia di essere svalutato. Non il panorama dal balcone di qualcuno.
L’urgenza climatica non può diventare un lasciapassare che impedisce qualsiasi domanda. Davvero dobbiamo considerare intoccabile ogni progetto eolico solo perché produce energia rinnovabile? Possiamo ancora discutere di dove venga realizzato, con quali costi e con quali benefici? Oppure chiunque osi sollevare dubbi deve essere archiviato come un Nimby in giacca di tweed?
La domanda, in fondo, è molto semplice. Se negli ultimi anni la potenza eolica installata continua ad aumentare mentre la produzione ristagna, o addirittura diminuisce, siamo davvero sicuri che il problema dell’Italia sia costruire sempre nuove pale, ovunque? O forse dovremmo iniziare a discutere anche della qualità dei siti scelti, dell’efficienza degli investimenti e del rapporto tra benefici pubblici e costi ambientali?
Continui pure a prendere in giro i castellani, caro Luciano. Ma, quando avrà un pomeriggio libero, venga davvero a Piansano. Si accorgerà che il problema non sono i castelli. Sono le pale.
Francesco Pratesi
presidente di Italia Nostra Toscana
Caro Pratesi, vieni a Savignano
Accolgo con piacere l’invito a visitare Piansano, ma di certo non per scoprire come è fatto un paesaggio dove ci sono le pale eoliche. Pratesi probabilmente non lo sa, ma vengo dall’Irpinia, dove c’è la maggiore concentrazione di impianti eolici d’Italia. A casa mia, Savignano Irpino, un borgo di un migliaio di abitanti, c’è un impianto da 76 MW: circa venti volte la capacità installata in tutta l’Umbria (4 MW), dove ci si oppone strenuamente al progetto Phobos nei pressi di Orvieto. La situazione è identica per i comuni limitrofi della Daunia, del Sannio, dell’Alta Irpinia e del Vulture. Solo nella provincia di Avellino è installata capacità eolica per 1.076 MW: quasi cinque volte la capacità di Toscana (144 MW), Umbria (4 MW) e Lazio (80 MW) messe insieme. Insieme alle province confinanti di Foggia (3.193 MW), Potenza (1.252 MW) e Benevento (910 MW), in questo pezzo di Appennino meridionale c’è il 46 per cento della capacità eolica installata di tutto il paese (13.910 MW).
E anche questo territorio, come ogni altra parte d’Italia, è ricco di paesaggi, beni culturali, attività agricole e turistiche. Nel mio comune, ad esempio, c’è una chiesa del XIV secolo che non sarà il Duomo di Orvieto ma dal cui piazzale davvero si vedono le pale eoliche intorno (non come nei rendering fasulli diffusi per creare la fobia contro il progetto Phobos). E sempre nel mio comune c’è un castello normanno, una volta appartenente ai nobili Guevara, che sono morti secoli fa, altrimenti anche loro avrebbero fatto ricorso al Tar come lo stilista Alessandro Michele e la principessa del Liechtenstein perché dalle finestre del castello si vedono gli aerogeneratori.
So benissimo, quindi, come sono fatte le pale eoliche e l’impatto che possono avere su un paesaggio fatto di borghi, boschi e colline. Quello che sconcerta della vicenda di Orvieto è la mobilitazione di intellettuali e personaggi famosi, che quotidianamente denunciano la gravità della crisi climatica e l’urgenza della transizione energetica, contro un progetto autorizzato di energia rinnovabile che non ha nulla di diverso da tutti gli altri approvati e già realizzati nel resto del paese. I firmatari, anche nella loro lettera al Presidente della Repubblica, non sostengono affatto che bisogna fermare l’installazione di impianti eolici e rinunciare agli obiettivi del Piano nazionale energia e clima (Pniec), ma semplicemente che queste pale orride e deturpanti vanno messe da un’altra parte. Non nel loro giardino, non vicino al loro castello, perché si deprezzano. Ambientalisti con il paesaggio degli altri. Ma se la decarbonizzazione va fatta, le pale devono girare un po’ a tutti. Altrimenti, gli impianti eolici diventano uno stigma per i territori sfigat” che li subiscono a beneficio della collettività (o della nazione). Quei ricchi proprietari non stanno conducendo una nobile battaglia in nome del bene comune, ma a difesa del proprio interesse e a discapito di quello degli altri. A muoverli, più che lo slancio idealista del Marchese Incisa della Rocchetta è l’arido cinismo del Marchese Onofrio del Grillo.
La posizione di Italia Nostra, come sottolineato nell’articolo, è perlomeno più coerente: a differenza della quasi totalità dei 100 vip che hanno sottoscritto l’appello contro il progetto Phobos a Orvieto, la sua associazione si oppone a qualsiasi progetto eolico. Sempre e ovunque. Ma anche questa tutela sacrale del “paesaggio”, come se l’Italia fosse una sorta di museo, non è esente da limiti. Perché in questi anni Italia Nostra si è opposta a qualsiasi iniziativa energetica: no all’eolico, no al fotovoltaico, no alle trivelle per estrarre petrolio, no ai rigassificatori per importare il Gnl, no al Tap per far arrivare il gas e ovviamente no anche al nucleare... Così, caro Pratesi, il problema dell’Italia non sarà neppure come fare la transizione energetica, ma dove trovare l’energia.
Luciano Capone