Economia
Editoriali •
Regge l’occupazione, la crisi energetica di Hormuz non ha fatto troppi danni
a maggio l’occupazione è diminuita di 22 mila unità rispetto ad aprile ma il calo, dice l'Istat, “è determinato dai soli dipendenti a termine, a fronte della crescita tra i dipendenti permanenti e gli autonomi”

L’Istat ha comunicato sulla base delle stime provvisorie che a maggio l’occupazione è diminuita di 22 mila unità rispetto ad aprile (+228 mila su base annua) e che il tasso di disoccupazione è sceso di un decimale al 5 per cento (-1,5 punti percentuali rispetto allo stesso mese del 2025). Il calo della disoccupazione, apparentemente positivo, va letto come conseguenza dell’incremento degli inattivi che a maggio sono aumentati di 59 mila unità, portando il tasso d’inattività al 33,6 per cento. Nel primo trimestre del 2026, con la guerra nel Golfo già in corso dal 28 febbraio, gli occupati erano aumentati di 67 mila unità rispetto al trimestre precedente, mentre sempre secondo l’istituto statistico il pil e il totale delle ore lavorate erano cresciuti entrambi dello 0,3 per cento rispetto ai tre mesi precedenti. Ad aprile poi la crescita degli occupati era stata di 123 mila unità rispetto a marzo, con il tasso di occupazione salito dal 62,7 al 63,1 per cento. A maggio il totale degli occupati è comunque sceso di 22 mila unità rispetto ad aprile, ma il calo, dice l’Istat nel suo commento, “è determinato dai soli dipendenti a termine, a fronte della crescita tra i dipendenti permanenti e gli autonomi”. E mettendo insieme le rilevazioni dei mesi tra marzo e maggio, ossia quelli segnati dalla guerra e dallo choc energetico, il saldo è stato positivo: 119 mila occupati in più rispetto ai tre mesi precedenti (dicembre-febbraio).
Per il momento il mercato del lavoro non registra contraccolpi significativi a causa dell’incertezza scatenata dalla crisi nel Golfo e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Ma l’aumento del prezzo dell’energia, così come il recente aumento dei tassi da parte della Bce, possono produrre conseguenze negative anche con un certo ritardo. Intanto, però, l’accordo di pace regge, il prezzo del petrolio è tornato ai livelli pre guerra, l’inflazione scende e l’economia non è entrata in recessione. Tutto questo fa ben sperare sul superamento, senza troppi danni, di uno choc energetico potenzialmente devastante.