Perché Lime è diventata uno stress test romantico sui tabù culturali di destra e sinistra

La transizione ecologica non è mai a costo zero, il bene comune non lo si può tutelare demonizzando il capitalismo e quando il pubblico pensa di proteggere i cittadini coccolando le rendite di posizione a essere contenti possono essere alcune corporazioni, ma non lo saranno quegli elettori alla ricerca di vie di fuga. Le nostre anime politiche spiegate da una bici

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Foto Ansa

Nell’orizzonte caotico della nostra quotidianità, c’è una costellazione speciale che da qualche tempo a questa parte è entrata, con i suoi movimenti, con le sue luci, con i suoi ronzii, con i suoi clic, a far parte della nostra vita. La costellazione speciale a cui facciamo riferimento è quella che nove anni fa ha cambiato all’improvviso le giornate di chi prova a spostarsi in città cercando alternative valide, quando si può, agli autobus in ritardo, ai taxi introvabili, alle congestioni cittadine, alle metropolitane in formato sardine. C’è chi le ama, c’è chi le odia, c’è chi le detesta, c’è chi le brama, c’è chi le disprezza, ma è difficile che ci sia qualcuno in grado di negare l’evidenza. Le bici elettriche che popolano le strade delle nostre città hanno rivoluzionato la cosiddetta mobilità urbana. E il successo delle poche app sopravvissute alla distruzione creatrice del mercato è arrivato a un livello tale da aver generato un interesse superiore a ogni aspettativa al Nasdaq di New York, dove pochi giorni fa è stata quotata, con successo, l’app più famosa del mondo, che ha permesso di offrire ai giovani e ai meno giovani un’occasione diversa dal confronto con un barman sul proprio mojito per poter usare con disinvoltura la parola “Lime”.
La storia di Lime, una Netflix della mobilità – ovunque tu vada, nelle piccole e nelle grandi città, non sai se troverai il mezzo giusto per arrivare a destinazione, ma sai che troverai un QR code da inquadrare che ti porterà dove desideri – è interessante non tanto per i suoi risvolti economici, quanto per le implicazioni di carattere culturale che ciascuna bicicletta ha sulla nostra identità politica. L’Economist ieri ha suggerito ai lettori di mettere una Lime di fronte ai progressisti e di chiedere loro cosa vedono in quella bici verde. Capitalismo? Libertà? Concorrenza? Caos urbano? Inciviltà? Privatizzazione del marciapiede. Il discorso dell’Economist è suggestivo, ma la bici elettrica in formato Lime è in realtà un test più largo che permette di capire qualcosa di più sulle divisioni interne di entrambi i campi. Nel campo progressista convivono l’anima ambientalista che non si arrende al dominio delle piattaforme, che considera il decoro come un valore inderogabile e che per questo prova a rendere la vita più difficile ai fastidiosi campioni della Silicon Valley (vedi il referendum a Parigi contro i monopattini). Dall’altra parte c’è un’anima diversa che vede nelle biciclette elettriche un sostegno importante per i cittadini. Così importante da farti dimenticare che le e-bike sono frutto di quel capitalismo terribile delle piattaforme. E così importante da spingerti, come ha fatto a New York il sindaco Mamdani, a depenalizzare gran parte delle infrazioni fatte con le e-bike in nome della lotta senza quartiere alle auto.
Le Lime però dividono allo stesso modo anche le anime della destra, mettendo a confronto una destra legalitaria che considera i servizi offerti dalle app come un problema da governare e una possibile minaccia alle rendite di posizione (chiedere al governo italiano quanti paletti ha messo davanti ai servizi di bike sharing) e una destra libertaria che considera la presenza delle bici e dei monopattini un veicolo di concorrenza formidabile da accompagnare semplificando le procedure, non complicandole (così è successo in Florida e in Arizona). Le Lime, spesso, sono lì di fronte a noi, pronte per facilitare le nostre giornate. Ma accanto alle Lime strappate ai mojito ci sono anche lezioni mica male che hanno a che fare con la nostra quotidianità. La transizione ecologica non è mai a costo zero, la concorrenza non è necessariamente un dramma, il bene comune non lo si può tutelare demonizzando il capitalismo e quando il pubblico pensa di proteggere i cittadini coccolando le rendite di posizione a essere contenti possono essere alcune corporazioni, ma non lo saranno quegli elettori alla ricerca di vie di fuga, anche a forma di limone, per avere alternative alle città in preda alle corporazioni illiberali e alle congestioni soffocanti. Viva Lime.