Economia
L'analisi •
La pressione americana dei dazi non finirà con Trump. Lezioni per l’Ue
Potranno cambiare i toni, le modalità o l’approccio, ma la competizione tecnologica con la Cina è oramai l’unico obiettivo bipartisan negli Stati Uniti, che unisce repubblicani e democratici. Serve un impegno politico comune tra gli stati membri per assicurare l’autonomia strategica europea
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Foto ANSA
Per convincersi che i dazi imposti dall’amministrazione Trump non abbiano come obiettivo la riduzione del disavanzo commerciale americano né l’aumento dell’occupazione nel settore manifatturiero basterebbe guardare ai dati. Lo scorso anno, l’interscambio di beni e servizi ha registrato un passivo sostanzialmente immutato rispetto al 2024, di circa 1,2 miliardi di dollari. L’occupazione manifatturiera ha continuato a ridursi, di 108 mila unità, come l’anno precedente. Si potrebbe dedurne che i dazi non hanno raggiunto il loro obiettivo. Oppure che l’obiettivo era diverso. Innanzitutto, quello di aumentare le entrate fiscali, che in effetti sono salite di circa 200 miliardi. L’altro obiettivo è di natura geopolitica: fare pressioni su altri paesi affinché si allineino sugli interessi americani, o almeno che non li contrastino. Così è stato, ad esempio, per i dazi nei confronti dell’India, per indurla a smettere di comprare petrolio dalla Russia, o nei confronti del Brasile, per fargli smettere di “perseguitare” l’ex presidente Bolsonaro. E’ in questa prospettiva che bisogna interpretare la minaccia di qualche giorno fa del presidente americano di imporre dei dazi aggiuntivi, pari al 100 per cento, nei confronti dei paesi che mettono o intendono mettere una tassa sui servizi digitali venduti in Europa dalle aziende americane. Alcuni paesi come l’Italia, la Francia e la Spagna, oltre al Regno Unito, già impongono una digital tax sui ricavi ottenuti nei propri paesi dalle multinazionali tecnologiche.
L’annuncio di Trump, che ha seguito di qualche giorno la ratifica da parte del Parlamento europeo dell’accordo commerciale raggiunto l’estate scorsa tra gli Stati Uniti e l’Ue, segna l’inizio di una nuova fase di tensione nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. L’obiettivo, da parte americana, è chiaro. L’Europa deve togliere qualsiasi misura, di natura fiscale o regolamentare, che limiti l’accesso delle grandi aziende tecnologiche al mercato europeo. Ciò è coerente con la strategia di sicurezza nazionale americana pubblicata nel novembre 2025, dove l’amministrazione Trump si impegna a favorire “il settore tecnologico più avanzato, più innovativo e più redditizio del mondo, che costituisce il fondamento della nostra economia, conferisce un vantaggio qualitativo alle nostre forze armate e rafforza la nostra influenza globale”. Questa strategia è pienamente appoggiata dalle stesse aziende tecnologiche americane, che cercano di rafforzare la loro posizione dominante sui mercati europei attraverso una stretta vicinanza politica e finanziaria con l’amministrazione Trump. In questo disegno l’Europa rappresenta un mercato di sbocco essenziale per le aziende statunitensi, che hanno bisogno di ampliare il loro bacino di clientela per far fronte ai concorrenti cinesi. Qualsiasi tentativo di ridurre, contenere o tassare l’accesso al mercato europeo viene considerato come un atto ostile nei confronti degli Stati Uniti, che giustifica pertanto minacce o ritorsioni.
Per l’Europa, ci sono varie lezioni da trarne. La prima è che non bisogna illudersi che questo atteggiamento finisca con un eventuale cambio di amministrazione. Potranno cambiare i toni, le modalità o l’approccio, ma la competizione tecnologica con la Cina è oramai l’unico obiettivo bipartisan negli Stati Uniti, che unisce repubblicani e democratici. Le politiche messe in atto dai precedenti presidenti americani, non ultimo l’Inflation Reduction Act di Joe Biden, evidenziano che l’ostilità nei confronti della regolamentazione europea e le pressioni per ridurre gli impatti sulle aziende americane risalgono a molti anni fa. La seconda lezione da trarre per l’Europa è che l’obiettivo di raggiungere una propria autonomia strategica, in particolare nel settore tecnologico, non sarà una passeggiata. Si scontrerà inevitabilmente con la volontà americana, condivisa a livello politico e imprenditoriale, di mantenere il predominio, incluso sul mercato europeo. Questo scontro è indipendente dalla regolamentazione vigente in Europa. Non si ridurrà se l’Europa diventerà più integrata e si aprirà maggiormente. E’ una illusione pensare che basti ridurre le barriere interne all’Ue per far crescere le aziende europee. Le prime a trarre vantaggio da una maggiore integrazione del mercato europeo saranno le grandi aziende americane, che già dispongono di una posizione dominante, soprattutto nel settore della tecnologia e della finanza. Come dimostra l’esperienza del settore aeronautico, uno dei pochi nei quali l’Europa compete alla pari con gli Stati Uniti, in particolare con Airbus, la nascita di aziende europee globali, che possano far leva sul mercato europeo per contrastare il dominio americano, richiede un forte impegno politico degli stati membri, o almeno di una parte di essi. Non basta ridurre le barriere interne, ci deve essere anche un impegno politico comune tra gli stati membri per assicurare l’autonomia strategica europea.