Non sparate sui condizionatori

Creano qualche problema ma ne risolvono molti di più, e più gravi. Perché non si tratta solo di consumo energetico: si tratta soprattutto di adattamento climatico, salute pubblica, equità sociale, produttività. Un po’ di storia, i pregiudizi, l’Europa e l’Italia. Buone ragioni per non demonizzare l’aria condizionata

6 LUG 26
Immagine di Non sparate sui condizionatori
Quando, nel 1945, lo scrittore americano Henry Miller pubblicò un resoconto del suo viaggio attraverso gli Stati Uniti, lo intitolò “Incubo ad aria condizionata”. Non era un’anticipazione del dibattito di questi giorni: per Miller, l’aria condizionata era il simbolo del progresso e del benessere materiale, che lui contrapponeva all’impoverimento spirituale degli Usa. Ottant’anni dopo, in Europa, è diventata un incubo sia per chi la desidera sia per chi la considera una minaccia. La realtà è che il condizionatore non è solo consumo energetico; è soprattutto adattamento climatico, salute pubblica e produttività. Fortunatamente, nel nostro paese il confronto è rimasto abbastanza immune dalla polarizzazione politica che si vede altrove. Forse anche perché il tasso di adozione è piuttosto alto e quindi nessuno ha interesse a demonizzarlo: il condizionatore è nel 60 per cento delle case, con punte vicine al 75 per cento nelle regioni più calde. Se si parla di condizionamento dell’aria nelle scuole, non è per litigare sull’opportunità di averlo ma per lamentare la scarsa qualità degli immobili scolastici (giustamente Marco Campione, sul Foglio di giovedì, ha letto il problema in parallelo con quello del freddo; e bisognerebbe ricordare l’occasione persa durante il Covid, quando si diede la priorità ai banchi a rotelle). In Europa, l’Italia guida la classifica: Grecia e Spagna si trovano in una situazione simile alla nostra, ma solo il 25 per cento delle famiglie francesi ha un impianto, il 20 per cento di quelle britanniche e meno del 10 per cento di quelle tedesche. La media Ue è del 20 per cento. Per confronto, in paesi come gli Stati Uniti, il Canada e il Giappone si arriva al di sopra del 90 per cento.
A cosa si deve questo divario? In parte le motivazioni sono ovvie: storicamente, i paesi del Nord Europa non hanno particolari problemi col caldo estivo, e anche nell’Europa meridionale le temperature erano più sopportabili. L’intensificarsi delle ondate di calore sta rapidamente creando un nuovo bisogno a cui gli europei cercano di rispondere: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nell’ultimo decennio la diffusione dei condizionatori nell’Ue è all’incirca raddoppiata mentre le vendite annuali sono del 30 per cento superiori rispetto a pochi anni fa. Inoltre, gli edifici europei sono tipicamente più antichi e difficili da riqualificare. Ma a queste ragioni, per così dire, di fondo se ne affiancano altre: norme nazionali ed europee che rallentano, rendono più costosa o addirittura impediscono l’installazione di sistemi di condizionamento dell’aria, specie se autonomi. A volte si tratta di un obiettivo intenzionale; altre volte deriva inconsapevolmente da vincoli introdotti nel passato e ormai resi obsoleti dalla nuova realtà nella quale viviamo.
Spesso, però, c’è di mezzo anche l’ideologia. Il sindaco di Parigi, Emmanuel Grégoire, ha dichiarato che “l’aria condizionata individuale è una piaga” e “le autorità pubbliche devono agire rapidamente”. Posizioni simili o anche più estreme sono state prese da altri esponenti della sinistra e dell’ambientalismo francese, tra cui l’ex candidato presidenziale Jean-Luc Mélenchon, offrendo il destro a Marine Le Pen per lanciare un grande piano di installazione dei condizionatori. La leader dei Verdi, Marine Tondelier, ha suscitato scandalo nel suo stesso partito quando ha dichiarato che “ci sono luoghi [come scuole e ospedali] in cui non possiamo farne a meno”. Del resto, nel 2024 il villaggio olimpico francese venne presentato come un esempio di sostenibilità proprio perché privo di condizionamento dell’aria: stremati dal caldo, gli atleti si procurarono modelli portatili, col risultato che il consumo energetico fu maggiore di quello che ci sarebbe stato se fin dall’inizio fosse stato previsto un sistema centralizzato.
Queste polemiche sembrano perdere di vista la diversa natura dei problemi posti dal cambiamento climatico, alcuni dei quali possono trovare nel condizionatore una soluzione. Ma chi è, che meriti ha, e di quali colpe è veramente responsabile il condizionatore?

La storia del condizionatore

Come spesso accade, il condizionatore non è nato per fare quello che fa oggi. I primi tentativi di creare il freddo attraverso sistemi meccanici risalgono alla seconda metà dell’Ottocento: nel 1851 il medico statunitense John Gorrie ottenne un brevetto per un macchinario capace di produrre ghiaccio tramite compressione. Gorrie immaginava di raffreddare gli ospedali delle zone tropicali della Florida per aiutare i pazienti colpiti da febbre e malaria. Sebbene il suo sistema fosse ancora rudimentale, pose le basi teoriche della climatizzazione moderna. Il passo successivo lo fece Lewis Howard Latimer, inventore e disegnatore tecnico afroamericano che aveva combattuto da volontario nella Guerra Civile. Latimer è noto per i suoi contributi all’illuminazione elettrica, su cui ha lavorato assieme a Thomas Edison e Alexander Bell. Nel 1886 ottenne il brevetto per un dispositivo chiamato Apparatus for Cooling and Disinfecting (“Apparato per raffreddare e disinfettare”). Il sistema utilizzava l’evaporazione dell’acqua e tessuti impregnati di sostanze chimiche per raffreddare e purificare l’aria, riducendo anche la diffusione di odori e germi.
La vera svolta arrivò all’inizio del Novecento grazie all’ingegnere Willis Carrier. Nel 1902 Carrier progettò il primo sistema moderno di aria condizionata per la tipografia Sackett & Wilhelms di Brooklyn. Il problema iniziale non riguardava il comfort delle persone, ma il controllo dell’umidità: la carta assorbiva il vapore acqueo deformandosi e rendendo difficile la stampa a colori. Carrier realizzò quindi un impianto in grado di controllare temperatura, umidità e ventilazione attraverso serpentine raffreddate e circolazione d’aria forzata. “All’inizio, l’aria condizionata veniva usata principalmente nelle industrie tessili, tipografiche, cinematografiche e alimentari – riassume lo storico dell’energia Vaclav Smil – Negli anni Venti, i grandi magazzini e le sale cinematografiche iniziarono a offrirla. Nel 1932 fu prodotta una serie limitata delle prime unità individuali da finestra, un tipo di apparecchio che la Philco-York commercializzò nel 1938 – anche se durante la guerra le installazioni di aria condizionata non essenziali furono temporaneamente vietate. Ci vollero quasi altri tre decenni prima che metà delle famiglie negli Stati Uniti disponesse dell’aria condizionata. Nel 1990 quella percentuale raggiunse il 70 per cento; oggi supera il 90 per cento”.
Dal punto di vista tecnologico, i primi impianti erano enormi, rumorosi e molto costosi. Tra gli anni Sessanta e Settanta si diffusero i sistemi centralizzati negli edifici commerciali e nei grattacieli. Senza l’aria condizionata, le moderne torri di vetro delle grandi metropoli sarebbero invivibili durante l’estate. Parallelamente si svilupparono i primi sistemi split, nei quali l’unità interna e quella esterna erano separate. Alla fine del secolo, i condizionatori si trovarono sul banco degli imputati perché i Cfc, usati come refrigeranti, contribuivano al buco nell’ozono. Il Protocollo di Montreal del 1987 ne impose una graduale eliminazione: per tutta risposta, i produttori li sostituirono con refrigeranti alternativi come Hcfc e Hfc, meno dannosi per l’ozono. Questi però sono corresponsabili dell’effetto serra, sicché oggi cominciano a diffondersi refrigeranti a basso impatto climatico, come R32, propano e anidride carbonica.
La storia del condizionatore, insomma, non è solo una vicenda di inventori geniali, iniziative industriali e adozione entusiastica da parte del pubblico. E’ anche una storia di serendipity, in cui uno strumento sviluppato per uno scopo specifico divenne utilizzato su larga scala per tutt’altro. Ed è la storia di una serie di problemi e delle relative soluzioni.

Costi e benefici del condizionatore

Se, infatti, la domanda di condizionatori continua ad accelerare, è perché esso sta tornando alla sua funzione più essenziale: proteggere il corpo umano da temperature ostili. Il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso modo: chi vive in case piccole, poco isolate o in quartieri densamente urbanizzati subisce costi sanitari molto più elevati. Anche per questo l’accesso al raffrescamento sta diventando una questione di equità sociale. Lo ha notato, sulla rivista socialista Jacobin, il divulgatore scientifico Leigh Phillips, autore nel 2018 di un articolo “in difesa dell’aria condizionata” in cui attacca, da sinistra, lo sciovinismo ambientalista. Di contro difende il “diritto ad avere accesso, in modo economico e affidabile, alle condizioni ottimali per il metabolismo umano” (vale a dire “una temperatura compresa tra i 18 e i 24 gradi”). La consapevolezza che non si può disgiungere la battaglia per il clima da quella per la buona vita è ancora più chiara se si scende sul terreno assai pragmatico delle relazioni industriali. I sindacati, che ovviamente sono come chiunque altro attenti e sensibili al futuro del pianeta, sono almeno altrettanto attenti e sensibili a migliorare la situazione dei lavoratori. Il condizionatore può essere un valido alleato. In Italia, le maggiori organizzazioni sindacali l’hanno ormai inserito tra le rivendicazioni non negoziabili. Da alcuni anni è stata pure prevista la cassa integrazione in alcuni settori proprio in caso di caldo insopportabile.
Del resto, i dati non mentono: la canicola mette a dura prova il nostro organismo e può rivelarsi letale per gli individui più fragili. Come ha notato John Burn-Murdoch sul Financial Times, “Quando le temperature interne superano i venti gradi abbondanti, gli esseri umani iniziano a soffrire. La durata e la qualità del sonno diminuiscono rapidamente”. Anche le prestazioni cognitive e lavorative peggiorano sensibilmente nelle giornate più calde – talvolta con effetti duraturi sugli studenti. L’impatto sui decessi è ancora più impressionante. Il numero delle giornate di stress termico in Europa è cresciuto da 5-10 all’anno negli anni Cinquanta a circa 25 adesso. Nel 2024 Roma ha visto 27 giorni torridi e 16 notti tropicali in più rispetto al periodo di riferimento 1991-2020. Sicché, ogni estate decine di migliaia di europei, soprattutto anziani, perdono la vita per il caldo. Negli altri continenti, la mortalità è inferiore – nonostante in generale l’Ue abbia una vita media più lunga e cure migliori – proprio per la nostra incapacità, quando non addirittura il nostro rifiuto, di fare appello ai condizionatori. In Giappone, si calcola che le morti per il caldo siano diminuite di circa un terzo tra il 2000 e il 2010. Una simulazione condotta da Roger Pielke sui dati europei relativi al 2022, suggerisce che, raddoppiando il numero degli impianti, si sarebbero salvate quasi 7 mila vite; arrivando a livelli nordamericani di diffusione, fino a 35 mila. Se i benefici sono tanto clamorosi e tanto evidenti, come si spiega tutta questa resistenza?

I nemici dei condizionatori

Alcuni si oppongono ai condizionatori per ragioni ambientali, sia climatiche, sia di altro tipo. Per esempio, la vicesindaca di Parigi, Audrey Pulvar, ha detto: “Non vogliamo diventare come alcune città italiane, brasiliane o americane dove ci sono intere file e pareti di convettori all’esterno degli edifici, che producono un baccano insopportabile, rilasciando calori e fumi tossici”. In realtà, non rilasciano fumi tossici; possono avere modeste perdite di gas refrigeranti, con minore efficienza e possibili guasti, ma non emissioni di quel tipo. Anche l’estetica e il rumore possono migliorare: i nuovi modelli inverter sono notevolmente più silenziosi e possono essere installati in modo meno invasivo (su tetto o in aree tecniche). E soprattutto funzionano con energia elettrica: il loro impatto climatico dipende quindi dal mix energetico con cui viene prodotta. Nei mesi estivi, in molti paesi europei, una quota maggioritaria dell’elettricità proviene da fonti rinnovabili e nucleare. L’impronta carbonica del raffrescamento resta così limitata: a livello globale assorbe circa il 7 per cento dell’elettricità e contribuisce a circa il 3 per cento delle emissioni; in Europa meno. Come ha scritto Luca Romano su X, “un condizionatore classe A++ in Francia emette meno di un ventilatore in Italia a parità di ore di utilizzo”. Anche nel nostro paese, nelle ore centrali delle giornate estive il gas incide per meno di un terzo dei consumi complessivi.
C’è poi la cosiddetta isola di calore urbana: per raffreddare gli interni, le macchine scaricano il calore all’esterno, contribuendo ad aumentare le temperature nelle strade. Il fenomeno è tutt’altro che marginale: nelle città dense il calore espulso si somma a quello già accumulato da asfalto, cemento e traffico, amplificando il disagio soprattutto nelle ore notturne. Nei centri compatti, dove la ventilazione è scarsa e il calore ristagna tra gli edifici, l’effetto si accentua. Una parte della risposta è nota: più verde urbano, più alberi, più ombreggiamento. Ma si tratta di interventi che richiedono pianificazione e tempo, non scorciatoie (ne ha discusso Antonio Pascale sul Foglio del 30 giugno). Il problema va riconosciuto, non usato come argomento per arrendersi all’afa.
A questa criticità se ne aggiunge un’altra, più immediata: la pressione sulle reti elettriche. La crescita dei condizionatori e il loro uso simultaneo nelle ore più calde concentrano la domanda elettrica in picchi molto stretti. E’ lì che il sistema si stressa: non tanto nella quantità totale di energia, quanto nella sua distribuzione temporale. In alcune aree urbane questo può contribuire a sovraccarichi e blackout, come quelli osservati nei giorni scorsi. Le infrastrutture, spesso, non sono state dimensionate per questi nuovi profili di consumo. Che fare? Nel lungo periodo servono investimenti per rafforzare e modernizzare le reti, rendendole più flessibili e resilienti. Secondo le stime più recenti, nel prossimo decennio serviranno circa 6 miliardi di euro l’anno. Nel breve, si può agire attraverso strumenti di flessibilità, pannelli fotovoltaici e una gestione più dinamica dei consumi nei momenti di picco. A livello internazionale le esperienze sono numerose. Anche in Italia abbiamo alcuni tentativi, come i progetti Romeflex di Areti (Roma) e Mindflex di Unareti (Milano), che stanno dando risultati incoraggianti.
Altri sostengono che i condizionatori ci distraggono dalla reale soluzione, che è “ben altra”. Per esempio, in un’intervista a Sorrisi e Canzoni Tv, il geologo e divulgatore Mario Tozzi ha detto che “per principio sarebbe meglio non usarli mai” ma ha anche indicato alternative: “Scegliere un climatizzatore alimentato da pannelli solari, che non ha emissioni che alterano il clima. Nei condomini sarebbe meglio una coibentazione generale che comporta un dispendio inferiore di energia”. Sono suggerimenti sensati, ma complementari e non sostitutivi dell’aria condizionata: inoltre, non sempre sono realizzabili rapidamente. Nel frattempo, essa può salvare o migliorare la qualità della vita di tutti. Anche nello scenario più ottimistico di net zero nel 2050, il caldo estremo non scomparirà subito. Per questo l’adattamento non è un’opzione accessoria, ma una componente centrale della strategia climatica: significa garantire la vivibilità degli spazi interni, soprattutto nei contesti urbani e lavorativi.
Il condizionatore può persino diventare un cavallo di Troia della transizione. Le pompe di calore, che raffrescano d’estate e riscaldano d’inverno, possono essere spinte proprio dalla domanda estiva. Una volta installate, permettono una graduale elettrificazione del riscaldamento, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili grazie a una maggiore efficienza rispetto alle caldaie tradizionali. Invece di immaginare sostituzioni immediate e radicali, la transizione può procedere per fasi: una combinazione tra caldaia e pompa di calore riduce consumi ed emissioni rispetto alla sola caldaia. A spingere l’adozione delle pompe di calore può essere proprio il servizio che le caldaie non offrono: il raffrescamento.

Le leggi europee contro i condizionatori

I condizionatori, in sintesi, creano alcuni problemi ma ne risolvono molti di più – e più gravi. Eppure, anche al netto delle opposizioni più pregiudiziali, in Europa si scontrano con ostacoli culturali e normativi. Per esempio, fin dai tempi delle crisi petrolifere degli anni Settanta le leggi disincentivano l’utilizzo di energia elettrica. Da noi, le accise non si applicano sui primi 150 kWh mensili (circa il 90 per cento del consumo per una famiglia media), ma il mancato gettito viene poi recuperato sui consumi eccedenti o su quelli di chi ha una potenza superiore ai 3 kW. Ciò scoraggia l’elettrificazione degli usi finali di energia: mentre il Catalogo del ministero dell’Ambiente qualifica tale esenzione come un sussidio ambientalmente dannoso, il danno ambientale deriva dal suo opposto, cioè dall’eccessiva tassazione dell’energia elettrica.
Ma c’è di peggio. In un intervento sul Wall Street Journal, Alexander Kustov, professore di Affari globali alla Università di Notre Dame, ha fatto l’elenco: “In Francia, il proprietario di un appartamento generalmente ha bisogno del consenso degli altri condomini per installare l’aria condizionata. Nelle zone soggette a tutela storica del paese, un funzionario statale può vietare qualsiasi unità visibile dalla strada. In Inghilterra e Galles, un condizionatore privo della funzione di riscaldamento richiede un’autorizzazione. Il cantone di Ginevra rilascia un permesso per il raffrescamento di comfort solo alle persone che dimostrano di averne bisogno. La Spagna vieta agli edifici pubblici e commerciali di raffreddare gli ambienti a temperature inferiori a 26-27°C”. A livello europeo, il regolamento F-gas impone la riduzione del 95 per cento degli Hfc (i refrigeranti oggi più diffusi) entro il 2030 e il totale abbandono entro il 2050. Analogamente, la direttiva sull’efficienza energetica degli edifici prevede obblighi di performance che ignorano le eventuali ricadute sanitarie. Ciò accade perché la riduzione delle emissioni è considerata come una variabile indipendente (come il salario negli anni Sessanta, e si è visto con quali risultati). Sarebbe più sensato mitigare i target climatici quando entrano in conflitto con la salute pubblica. I condizionatori possono avere un piccolo costo per l’ambiente – rallentando in misura infinitesimale il percorso di riduzione delle emissioni – ma hanno un enorme beneficio sulla salute e la produttività delle persone. Per di più, tale contraddizione esiste principalmente nel breve termine: più cresce la quota dell’energia pulita, più la spinta verso il risparmio energetico a tutti i costi perde qualunque valenza ambientale. A quel punto, negare o ignorare i vantaggi rischia solo di delegittimare gli stessi obiettivi climatici agli occhi dell’opinione pubblica, rendendoli ancora più ardui da raggiungere.
Lee Kuan Yew, l’artefice del miracolo economico di Singapore, definiva il condizionatore “una delle invenzioni più importanti della storia”. Quando gli chiesero il segreto del successo delle sue politiche, che avevano trasformato un’isola di pescatori in uno dei più importanti centri finanziari al mondo, rispose: primo, la tolleranza multi-etnica; secondo, l’aria condizionata.