Economia
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Disoccupazione italiana al minimo storico ma i salari reali sono un'emergenza. I dati Ocse
Secondo l'Employment Outlook l'occupazione tocca il 62,8 per cento, mentre la disoccupazione si ferma al 5 per cento. Un record. Eppure per quanto riguardi gli stipendi i numeri mostrano come i livello di quelli reali sia ancora sotto del 6,1 per cento rispetto al 2021: il dato peggiore tra i paesi Ocse

Il mercato del lavoro italiano resiste, ma i salari reali restano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto all'inizio del 2021, il divario più ampio tra le grandi economie dell'Ocse, e a causa del nuovo rincaro energetico diminuiranno nel 2026 dello 0,9 per cento. E’ questa la diagnosi contenuta nel rapporto annuale sull'occupazione diffuso oggi dall’Ocse, l'Employment Outlook. Che quest'anno dedica anche un focus speciale alle disparità territoriali del lavoro con l’Italia tra le capofila per disparità tra regioni a bassa occupazione e alta occupazione.
Il dato che spicca dalla nota sull’Italia è quello sulla disoccupazione, ferma al 5 per cento a maggio 2026, il valore più basso mai registrato e in linea con la media Ocse (4,9 per cento). Nell'ultimo anno è calata di 1,5 punti, in controtendenza rispetto a due terzi dei paesi dell'area, dove invece è tornata a salire, colloca l'Italia il piccolo gruppo di paesi del Sud Europa (Grecia, Portogallo e Spagna) dove la disoccupazione continua a scendere. Il tasso di occupazione invece ha toccato il record del 62,8 per cento nel primo trimestre dell'anno, ma resta, a causa dell’elevato numero di inattivi, tra i più bassi dell'intera area: di 9,3 punti sotto la media Ocse del 72,1 per cento, con un divario particolarmente marcato con gli altri paesi dell’organizzazione tra le donne e i giovani. Inoltre, nota il report, la crescita dell'occupazione è rallentata negli ultimi mesi, mentre negli altri paesi mediterranei è invece proseguita più sostenuta.
Sul funzionamento del mercato del lavoro, l'Ocse osserva che la difficoltà delle imprese a trovare manodopera è tornata sotto i livelli che precedevano la pandemia. Restano, però, “le carenze strutturali legate all'invecchiamento della popolazione, alla transizione digitale, al passaggio verso un'economia a basse emissioni e alla scarsa qualità del lavoro in alcuni settori”, sostiene l’Ocse.
Tornando alle retribuzioni reali, cioè i salari al netto dell'aumento dei prezzi, il loro andamento era partito bene nel primo trimestre del 2026, quando erano cresciute dell'1,3 per cento rispetto a un anno prima. Lo choc dello Stretto di Hormuz sta invece spingendo di nuovo l'inflazione verso l'alto e i salari reali verso il basso. Come menzionato, l’Ocse prevede per il 2026 una flessione dello 0.9 per cento per poi crescere dello 0,2 nel 2027, con l’Organizzazione che non evita di sottolinearne le cause: “i limitati rinnovi dei contratti collettivi in programma per il 2027 e il rallentamento in corso nel mercato del lavoro”.
Nella nota sul nostro paese l’Ocse si sofferma su “le prospettive occupazionali delle persone che dipendono dal luogo in cui vivono”, che restano particolarmente marcate. In Italia la disoccupazione nelle regioni con i tassi di occupazione più bassi è più quattro volte maggiore di quella delle regioni messe meglio, contro una media Ocse di circa due volte: è lo scarto più marcato tra i paesi considerati. Dall'inizio degli anni Dieci la distanza si è ridotta del 10,4 per cento, grazie ai progressi di alcuni territori prima più deboli. Chi si sposta dalle regioni con meno lavoro verso quelle più dinamiche è in media più giovane, più istruito e “più spesso occupati rispetto a coloro che vi rimangono”, aggiungendo che “la mobilità interregionale può quindi rafforzare le disparità nel mercato del lavoro anziché ridurle”.
L'ultimo tema sono i patti di non concorrenza, ossia le clausole che impediscono a un lavoratore, dopo aver lasciato il vecchio ruolo, di passare a un'azienda concorrente o di mettersi in proprio per un certo periodo; un fenomeno su cui, nota l'Ocse, l'Antitrust italiano sta aumentando l'attenzione. Secondo i datori italiani, riporta l’Employment Outlook, in Italia ne è vincolato tra il 7 e il 18 per cento dei dipendenti privati, meno della media Ocse compresa tra il 20 e il 30 per cento, ma con una tendenza in aumento e una diffusione oltre le mansioni dove tale clausola sarebbe giustificata per proteggere informazioni sensibili e investimenti di valore.