Quasi tutta l’Italia al lavoro

L’Ocse certifica il record di occupati, ma il divario territoriale resta tra i più ampi d’Europa. Firenze e Taranto segnano oltre 35 punti di distanza nel tasso di occupazione

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Taranto rimane ultima tra le province italiane per tasso di occupazione (Foto Getty)

Le disparità territoriali in termini di occupazione sono significative nella maggior parte dei paesi dell’Ocse, ma in Italia un po’ di più. E’ la diagnosi che emerge dall’Employment Outlook dell’Ocse pubblicato ieri, che in primis inquadra un mercato del lavoro italiano resiliente, con il tasso di occupazione al record del 62,8 per cento e la disoccupazione al minimo storico del 5 per cento, nonostante i livelli dei salari reali odierni siano inferiori del 6,1 per cento rispetto al 2021. Nel focus speciale sulle disparità territoriali del lavoro l’Italia è invece tra le capofila per il divario tra le regioni a bassa occupazione e quelle ad alta occupazione.
La distanza nel tasso di occupazione tra il gruppo di aree con più occupati e quello con meno occupati è da noi di 24,8 punti, più grande di quella di Germania, Francia e Spagna, e maggiore della media dei paesi Ocse di 11,4 punti. In particolare, secondo un grafico che la nota Ocse sull’Italia ben evidenzia, le due province agli estremi sono Firenze e Taranto. Qui il divario è ancora più netto, ed è certificato anche dai dati Istat: nel 2024 il tasso di occupazione per la fascia 20-64 anni era del 79,6 per cento a Firenze e si fermava al 44,2 a Taranto, oltre 35 punti di distanza tra la provincia con più occupati e quella con meno, secondo l’istituto statistico italiano. In ogni caso, sottolinea l’Ocse, dal 2010 le disparità regionali italiane si sono ridotte del 10,4 per cento rispetto alla media nazionale, grazie al miglioramento delle aree che partivano da livelli più bassi. Ma gli spostamenti interni al paese (in media partono lavoratori più giovani, più istruiti, e spesso più occupati rispetto a chi rimane) verso aree a maggiore occupazione finiscono per rafforzare le disparità del mercato del lavoro invece di attenuarle. Da un lato, sono troppo pochi “per ridurre in maniera consistente le persistenti disparità territoriali nel mercato del lavoro”, dice l’Ocse. E dall’altro, infine, riducono il capitale umano nei territori che ne avrebbero più bisogno.