Ora il Pd guarda al modello Trump per ristatalizzare l’economia

Secondo la proposta di Orlando, Invitalia e Cdp dovranno “assumersi rischi, orientare investimenti e accompagnare progetti trasformativi”. Così la collettività finirà per accollarsi costi e perdite che i privati non sono disposti a sostenere

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Foto Ansa

Il segno più duraturo che i governi di centrosinistra hanno lasciato all’Italia è l’ingresso in Europa, attraverso liberalizzazioni e privatizzazioni. Oggi, il Partito democratico si candida alla guida del paese con un programma di politica industriale che va esattamente nella direzione opposta. “Pensiamo a un’Agenzia per le Partecipazioni pubbliche – ha detto Andrea Orlando, che per conto del Nazareno sta curando un libro bianco in materia – a Invitalia e Cassa depositi e prestiti come veri attuatori della politica industriale, capaci di assumersi rischi, orientare investimenti e accompagnare progetti trasformativi nel lungo periodo; e a un’agenzia per la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico”. Nella Prima Repubblica, le partecipazioni statali erano carrozzoni clientelari. La loro societarizzazione con la legge Amato del 1992 e la loro (parziale) privatizzazione tra la metà degli anni Novanta e i primi Duemila furono parte fondamentale delle riforme attraverso cui Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi e Massimo D’Alema (tra gli altri) modernizzarono il paese. Non fu solo una manovra per abbattere il debito pubblico (che scese dal 130,8 per cento del 1994 al 103,5 per cento nel 2007). La trasformazione fu più profonda. Con la quotazione in Borsa, le ex imprese pubbliche guadagnarono efficienza e lasciarono spazio ai concorrenti, favorendo una più rapida adozione delle innovazioni tecnologiche. Anche qui, i protagonisti furono soprattutto esponenti del Pds, dei Ds o dell’attuale Pd: Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Paolo Gentiloni, per citare solo i nomi più significativi.
La proposta di Orlando rappresenta una esplicita marcia indietro. Se Invitalia e Cdp dovranno “assumersi rischi, orientare investimenti e accompagnare progetti trasformativi”, come ai tempi dei panettoni di stato, la collettività finirà per accollarsi costi e perdite che i privati non sono disposti a sostenere (altrimenti, non ci sarebbe alcun bisogno dell’intervento pubblico). Passare da un modello di partecipazioni finanziarie a uno fondato sulla regia pubblica comporta infatti due grandi cambiamenti. Il primo sta nella missione del management: non più fare l’interesse degli azionisti (che in molti casi sono privati al 60-70 per cento) ma perseguire gli obiettivi assegnati dal governo, cioè dai partiti. Naturalmente il Pd pensa di interpretare l’interesse pubblico; ma davvero è pronto a consegnare a un ipotetico governo Vannacci le chiavi per asservire le imprese partecipate alla propria agenda politica? Il secondo cambiamento sta nel rapporto tra le partecipate e il mercato: se sono le interpreti della politica governativa, allora non potranno mai competere su un piano di parità con i concorrenti all’interno di mercati liberalizzati. Questo, oltre a rappresentare una minaccia ai consumatori che in questi anni hanno beneficiato di una concorrenza talvolta feroce, rischia di entrare in conflitto con le regole di fondo dell’Unione europea. Proprio l’anno scorso la Commissione ha esortato gli stati membri a rimuovere le barriere che ne impediscono il funzionamento. Su questo tema, oggi il Pd sembra parlare più la lingua di Nicola Fratoianni che quella di Mario Monti ed Emma Bonino.
Che il principale partito del centrosinistra si voglia intestare la polemica contro un modello che, con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti, è il frutto proprio delle esperienze della sinistra di governo e che è il cuore dell’Unione europea è abbastanza paradossale. Certo, cambiare idea è legittimo: nella politica italiana è successo più volte – dalla Bolognina nel 1991, a sinistra, a Fiuggi nel 1995, a destra – ma ha sempre richiesto un percorso faticoso e travagliato. Non si può archiviare un’intera epoca storica facendo finta di niente o mascherandola da mera proposta elettorale. Il tutto lascia ancora più straniti se si osserva chi, all’estero, sta offrendo un modello per questo processo di ristatalizzazione: Donald Trump. Gli Stati Uniti, diversamente dall’Europa, non hanno una tradizione di partecipazioni statali. Il Tesoro entra nel capitale delle imprese in condizioni emergenziali e temporanee, come quando Barack Obama salvò dal fallimento General Motors e Chrysler, successivamente privatizzate (chez Sergio Marchionne). Adesso, la Casa Bianca sta invece lanciando un vasto piano di acquisizione di partecipazioni “strategiche” (come direbbe Orlando), che vanno da Intel a svariate imprese nei materiali critici, dagli accordi con Nvidia, Amd e US Steel fino alle potenziali acquisizioni di quote di Anthropic.
Il centrosinistra ha buone probabilità di vincere le prossime elezioni e, dunque, il Pd di esprimere presidente del Consiglio e importanti ministri economici: bizzarro che questo processo passi per la rottamazione di Prodi e la (inconsapevole, forse) elezione di Trump a fortissimo punto di riferimento dei progressisti.