Sale l’occupazione e scende la produttività: il paradosso della media

L’allucinazione interpretativa dei dati dell’Istat offusca i risultati positivi del mercato del lavoro. La sfida della politica economica
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Foto di Alex Kotliarskyi su Unsplash

Nella narrativa dilagante si manifesta un equivoco continuo nell’interpretazione dei dati statistici che vogliono darci informazioni sull’economia italiana. Lo chiameremo il paradosso della media. Negli ultimi anni l’occupazione in Italia cresce in modo robusto e continuativo. Crescono le ore lavorate, crescono gli occupati. Cresce l’occupazione femminile, seppur meno di quella maschile, e cresce l’occupazione dei giovani. Diminuisce il tasso di disoccupazione e aumenta il tasso di occupazione. Diminuisce leggermente anche il tasso degli inattivi. Guardando alle statistiche si vede, tuttavia, che rispetto alla media europea il tasso di occupazione è molto inferiore, soprattutto quello femminile, ed è più alto il tasso degli inattivi. Questi ultimi dati negativi annullano la positività di quelli precedenti? Non si direbbe. Essi indicano che c’è ancora molto spazio di miglioramento e strada da fare, ma siamo finalmente sulla buona strada.
Ma la vera critica che pretende di annullare il buon andamento relativo dell’economia italiana sta nel mettere in evidenza che la produttività in Italia continua a diminuire. Si parla della produttività media, ovviamente. In tal modo si fa passare l’idea che l’economia italiana stia peggiorando mettendo in rilievo che “in media ogni ora di lavoro genera meno prodotto rispettioad un anno fa” e che questo indichi il limite del modello di crescita italiana consistente nell’aumentare il prodotto aumentando la quantità di lavoro impiegata. Cosa significa dire che la produttività media è diminuita? Sarebbe preoccupante se lo stesso numero di occupati producesse una quantità di prodotto inferiore con la conseguenza di una minore produttività media. Ma i dati non dicono questo e non dicono neppure che con l’aumento dell’occupazione tutti gli occupati producono meno. Dicono che non tutti i nuovi occupati hanno una produttività uguale o superiore a quella dello stock di occupati esistenti e dicono che i vecchi occupati non hanno aumentato la loro produttività in modo tale da compensare, nella media, la minore produttività dei nuovi arrivati. Per farci capire: se 100 occupati producono 1.000 abbiamo una produttività media di 10. Se a questi occupati ne aggiungiamo 100 che producono 500, avremo 200 occupati che producono in media 7,5. La produttività media è diminuita! Stiamo peggio? Forse no. Nessun occupato produce di meno. Nessuna impresa ha diminuito la propria efficienza o produttività, ma abbiamo un numero aggiuntivo di imprese e occupati che prima non c’erano e che ora producono valore aggiunto e generano reddito seppur in misura minore delle preesistenti.
Naturalmente, tutti vorremmo un ulteriore aumento della produttività delle imprese che oggi sono già alla frontiera tecnologica e che anche i nuovi occupati avessero una maggiore produttività in modo da avere un reddito personale maggiore e contribuire alla più rapida crescita dell’economia italiana. Ma non è questa la sede per discutere i motivi per i quali ciò non avviene in misura soddisfacente e le possibili politiche adottabili a questo fine. Qui stiamo discutendo di quella che riteniamo sia una sorta di allucinazione interpretativa dei dati che l’Istat ci fornisce come medie di ampi aggregati.
Nessun occupato produce di meno. Nessuna impresa ha diminuito la propria efficienza, ma abbiamo un numero aggiuntivo di imprese e occupati che prima non c’erano e che ora producono valore aggiunto e generano reddito seppur in misura minore di quelli preesistenti
Il dato sulla diminuzione della produttività media non annulla, quindi, la positività generale dei dati dell’occupazione, ma semplicemente ne definisce le caratteristiche, che peraltro non sono affatto complessivamente negative. Ricordiamo un libro di Edmund Phelps “Rewarding Work” del 1997, ma che è di piena attualità, in cui si alimenta il dibattito sulle economie moderne che hanno il problema di includere nel mercato del lavoro cittadini con produttività molto bassa e, quindi, sui possibili modi di integrare salari che, se commisurati alla bassa produttività, non sarebbero in grado di attrarre nel mondo del lavoro cittadini che rimarrebbero nella sfera degli emarginati e dediti ad attività non regolari. Il tema fondamentale sollevato da Phelps era quello del valore per la società dell’inclusione nel lavoro in quanto fonte di stabilità sociale. Ebbene, forse è da considerare come, in anni in cui è aumentata in molti paesi europei la instabilità sociale, con effetti immediati sulla instabilità politica e sulla crescita dell’estremismo politico, l’Italia goda ancora di una invidiabile stabilità sociale e politica grazie all’aumento dell’occupazione, anche nei settori con minore produttività: una minore produttività del lavoro, misurata convenzionalmente come valore aggiunto per addetto o per ora lavorata, che non riflette sempre una carenza di efficienza, ma spesso minore potere di mercato. Queste osservazioni inducono a più ampie riflessioni sul tema della misura, del significato e delle determinanti della produttività.
Anzitutto, l’inclusione di lavoratori mantenuti fuori da imperfezioni e distorsioni di mercato, anche se non viene registrata come un aumento della produttività del lavoro, aumenta l’efficienza complessiva del sistema economico, che è ridotta dai costi sociali della emarginazione e della esclusione. Senza necessariamente invocare misure più sofisticate del pil, dobbiamo anche ricordare che le stime della produttività non riflettono variabili come il volontariato, la cura e il lavoro familiare, l’associazionismo civile e religioso e in genere i servizi pubblici. Tutte queste attività sono valutate al costo dichiarato nei conti pubblici, e quindi per definizione escluse da ogni possibile incremento della produttività, pur se nella condizione di un loro crescente peso sul benessere materiale e morale dei cittadini.
Infine, dovremmo aggiungere alle stime usuali della produttività una misura della qualità del lavoro, che si traduce in accumulo di capitale umano e del suo valore sociale. Il lavoro, infatti, non è soltanto un input ma anche un output del processo produttivo, caratterizzato dalla generatività, cioè dalla capacità di generare risultati non solo in termini materiali, ma anche di senso della vita, inclusione, partecipazione e impegno. Se teniamo conto di queste dimensioni, la riserva di lavoro e di incremento potenziale di produttività estesa è ancora elevata per l’Italia. Il tasso di occupazione 15-64 è intorno al 62 per cento, contro circa il 71 per cento della media Ue. Il divario femminile è ancora più ampio, e gli inattivi in età lavorativa sono nell’ordine dei 12 milioni. In termini di stock, lo spazio non solo per crescere, ma anche per sviluppare un livello e una qualità superiore di partecipazione sociale, aumentando l’occupazione, c’è ancora, ed è considerevole. Il paradosso della media, in definitiva, deriva da una sorta di abbaglio contabile, che non tiene conto del fatto che, quando variano i totali, varia anche la loro composizione. Una produttività media che scende mentre occupazione e ore lavorate crescono è, in larga parte, l’effetto dell’ingresso nella produzione misurata di lavoratori e attività che prima ne erano esclusi. Si tratta di un evento positivo, perché la partecipazione ha un valore sociale intrinseco; un valore che però resta in ombra, dato che l’ingresso dei nuovi lavoratori può abbassare la media senza che nessuno, individualmente, sia diventato meno efficiente.
La domanda giusta non è perché la media scenda, ma come far sì che chi entra oggi con una produttività bassa non vi resti confinato domani. E’ qui che si gioca la sfida della politica economica: formazione, organizzazione del lavoro, diffusione delle tecnologie, concorrenza nei mercati e nelle catene del valore in cui il basso valore aggiunto spesso riflette, più che l’inefficienza, il basso potere contrattuale delle imprese più deboli.