Se il M5s sfida l’algebra del debito, il campo largo è diviso anche sui conti pubblici

Patuanelli critica l’”avanzo primario" del governo, il Pd non lo mette in discussione. Al centrosinistra serve un chiarimento non solo sulla politica estera, ma anche su quella economica

15 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 06:39
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Si discute molto delle divisioni nel Campo largo, tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein, sulla politica estera e in particolare sugli aiuti militari all’Ucraina. Si parla molto meno delle divisioni, altrettanto profonde, sulla politica economica. Non tanto sulle singole proposte, su cui pure c’è accordo, ma sull’aspetto più importante: l’orientamento della politica di Bilancio, la cosiddetta fiscal stance. All’Italia serve una politica restrittiva, “prudente” come dice il ministro Giorgetti, oppure espansiva? Rispettare il percorso di rientro concordato con Bruxelles oppure mandare tutto all’aria per fare più deficit? 
Da un lato, il Pd contesta le scelte di allocazione delle risorse del governo ma non mette in discussione il consolidamento dei conti. Dall’altro, il M5s rifiuta alla radice l’aggiustamento fiscale fatto in questa legislatura dal governo Meloni, che aveva ereditato un deficit all’8 per cento e lo ha portato al 3 per cento. “Continuiamo in politiche procicliche basate sull’austerità e sull’avanzo primario che non hanno prodotto storicamente effetti positivi per l’economia reale del paese – ha detto il sen. Stefano Patuanelli al ministro Giorgetti in audizione –. Noi sugli ultimi 26 anni per 22 siamo stati in avanzo primario. Eppure, il nostro debito è continuato a salire, eppure il paese si è impoverito”. Lo stesso concetto lo ha espresso, poco dopo, il suo collega di partito Gianmauro Dell’Olio: “Negli ultimi 30 anni siamo andati in 25 anni in avanzo primario e la situazione non è cambiata. Non si può continuare a fare le stesse cose e pretendere risultati diversi”, ha detto citando una frase attribuita ad Einstein per definire il concetto di follia.
Ai due onorevoli andrebbe innanzitutto ricordato che la somma degli avanzi primari degli ultimi 25 anni è, in realtà, vicina a zero. Ma il punto è un altro. Per oltre un decennio i governi hanno beneficiato di condizioni finanziarie eccezionali, prima grazie ai tassi di interesse bassissimi e poi, dopo la pandemia, grazie a un’inflazione che ha gonfiato il pil nominale, facilitando la riduzione del rapporto tra debito pubblico e pil. Quelle condizioni sono scomparse e, quindi, torna centrale l’algebra della sostenibilità dei conti pubblici. La regola è semplice: quando il pil nominale cresce più del costo medio del debito, il rapporto tra debito e prodotto tende a diminuire anche con un modesto disavanzo primario, mentre quando gli interessi superano la crescita occorre un avanzo primario per stabilizzarlo: si chiama “effetto palla di neve” (snow ball) e dal 2024 è tornato a operare a nostro sfavore, come accade da decenni all’Italia (eccetto i tre anni post Covid). Ad esempio, con un debito  al 140 per cento del pil, una crescita nominale del 3 per cento e un costo medio del 4 per cento, il rapporto debito-pil aumenta di circa 1,5 punti all’anno persino con un saldo primario in pareggio: mentre per ridurlo di 1 punto servirebbe un avanzo primario vicino al 2,5 per cento.
Per questo aspetto, la Francia è oggi un esempio negativo: nel 2025 il debito ha raggiunto il 116 per cento del pil, il deficit il 5 per cento, con un disavanzo primario intorno al 3 per cento e prospettive di crescita modeste, condizioni che richiedono un aggiustamento fiscale ormai non più banale: i mercati perdono fiducia, chiedono interessi più elevati e indebitarsi diventa più costoso. Ancora più impegnativa è la posizione degli Stati Uniti, per i quali il Fmi prevede nel 2026 un debito pubblico vicino al 126 per cento del pil, un deficit attorno al 7 per cento e un deficit primario sopra il 3 per cento.
Per quanto riguarda l’Italia, va ricordato che negli anni post Covid ha beneficiato di una combinazione particolarmente favorevole, con una crescita nominale del pil nettamente superiore al costo medio del debito, senza riuscire però a trasformarla in una riduzione altrettanto consistente dell’indebitamento, perché una parte del vantaggio è stata assorbita dai disavanzi primari accumulati durante la ripresa (ovvero spese contabilizzate in anni passati, soprattutto i crediti fiscali connessi al Superbonus). Così nel 2026 l’Italia ha conquistato il primato del debito pubblico più alto in Europa.
A questo si potrebbe controbattere, come implicitamente sostiene il M5s, che l’avanzo primario strozza la crescita. Per capire che si tratta di una tesi poco sensata basterebbe il buonsenso. Ma il confronto con Grecia e Portogallo è istruttivo perché entrambi i paesi, che avevano debiti alti come l’Italia, negli ultimi anni hanno coniugato forti avanzi primari e crescita robusta. Ma non sono i soli. La storia è piena di esempi: Belgio, Canada, Danimarca, Svizzera, Svezia e Paesi Bassi – ma la stessa Italia negli anni Novanta sotto i governi dell’Ulivo con Prodi e Ciampi – hanno ridotto il debito pubblico con avanzi primari protratti nel tempo senza che questo uccidesse la crescita. Anzi, il contrario: se una politica fiscale è credibile tende ad abbassare il premio al rischio-paese, ovvero a ridurre i tassi di interesse e quindi a stimolare la crescita.

Per questo viene da chiedersi come si possa attaccare un governo, non per alcune scelte di policy, ma per non avere fatto il contrario di quanto suggerisce l’algebra del debito pubblico.
E' vero che le condizioni macroeconomiche e finanziarie post-2011 – e soprattutto post-Covid – lasciavano più spazio a interventi fiscali in un contesto di tassi zero se non negativi. Ma quel mondo è finito. Ora siamo entrati in una fase di alta crescita nominale, alta inflazione e alti interessi, in cui i titoli di stato – soprattutto dei paesi più indebitati – sono sotto pressione.

Per questo sarebbe il caso che nel tavolo del programma del campo largo, oltre a una posizione comune sulla politica estera venisse definita anche una linea comune sulla politica economica e di Bilancio. La domanda fondamentale che si dovrebbe porre a Conte e Schlein non è quindi più soltanto “armi sì o armi no all’Ucraina?”. Ma anche: Avanzo o disavanzo primario? E a quale livello?