Economia
Il Dato •
L'enigma delle due povertà in Italia
Un indicatore dell'Istat dice che in dieci anni i poveri sono aumentati. Un altro indicatore, sempre dell'Istat ma europeo, dice che sono diminuiti. Le conseguenze politiche di un problema statistico

Ma in Italia, la povertà è aumentata o è diminuita? La risposta a una domanda così semplice non è affatto banale, e la più corretta è: dipende. Perché l’Istat ci fornisce sostanzialmente due indicatori di povertà che misurano cose differenti ma che, soprattutto, raccontano due film diversi. Secondo uno, negli ultimi dieci anni la povertà è aumentata. Secondo l’altro, al contrario, è diminuita. Il primo indice, diffuso due giorni fa dall’Istat, e di cui hanno parlato diffusamente i giornali, è quello della povertà assoluta. Secondo l’ultima stima, relativa al 2025, le famiglie in condizione di povertà assoluta sono 2,1 milioni, per un totale di 5,4 milioni di individui. Il dato è in leggero calo, ma sostanzialmente stabile, rispetto al 2024 sia in termini assoluti (le famiglie povere erano 2,2 milioni e gli individui 5,7 milioni) sia in termini percentuali (l’incidenza delle famiglie povere è scesa dall’8,4 all’8 per cento e tra le persone dal 9,8 al 9,3 per cento). Si tratta di valori sostanzialmente stabili dal 2020, anno del Covid in cui c’era stato un aumento di circa un milione di poveri, tra i 2-2,2 milioni di famiglie e i 5,4-5,7 milioni di individui in povertà. Se si allarga la prospettiva agli ultimi dieci anni, invece, si registra un incremento significativo dal 6,4 all’8 per cento per le famiglie e dal 7,4 al 9,3 per cento per le persone (rispettivamente mezzo milione e un milione in più). Se invece si considera l’altro set di indicatori, sempre dell’Istat, che misurano il reddito e le condizioni materiali di vita armonizzati a livello europeo, allora il film degli ultimi dieci anni è sostanzialmente diverso: la povertà è progressivamente diminuita.
Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6 per cento dal 23,1 per cento del 2024; la quota di individui a rischio di povertà è scesa dal 18,9 al 18,6 per cento; la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro si è ridotta dal 9,2 all’8,2 per cento; mentre le persone che vivono in condizione di grave deprivazione materiale sono aumentate dal 4,6 al 5,2 per cento. La riduzione della povertà è più significativa se si allarga la prospettiva all’ultimo decennio: le persone a rischio povertà sono passate dal 19,9 al 18,6 per cento; quelle in grave deprivazione materiale dal 12,1 al 5,2 per cento; quelle a bassa intensità di lavoro dall’11,2 all’8,2 per cento; infine quelle a rischio povertà o esclusione sociale – l’insieme che include chi si trova in almeno una delle tre condizioni precedenti – sono scese dal 28,4 al 22,6 per cento: un quinto in meno.
Una povertà aumenta e l’altra diminuisce, com’è possibile? La risposta sta nel fatto che la povertà è un fenomeno complesso e multidimensionale e, pertanto, servono diversi strumenti per misurarla. Le due indagini misurano la povertà attraverso due aspetti differenti, in un caso i consumi e nell’altro il reddito, e si basano su campioni diversi che quindi producono risultati non comparabili. La distinzione fondamentale è quindi tra un indicatore di “povertà relativa”, che individua una soglia di povertà in base al reddito, e un indicatore di “povertà assoluta” che invece individua la soglia di povertà in base ai consumi, ovvero al costo di un paniere di beni e servizi essenziali.
Il primo approccio, quello basato sul reddito, che misura la cosiddetta “povertà relativa” e il rischio di povertà è il metodo condiviso dall’Unione europea, confrontabile tra i vari paesi attraverso Eurostat. Ed è anche il set di indicatori che mostra una discesa della povertà in Italia nell’ultimo decennio. Ci sono, come detto, indicatori di povertà relativi rispetto alla media nel paese, ma anche indicatori assoluti come appunto l’indice che misura la “Grave deprivazione materiale” (non potersi permettere l’automobile, non poter riscaldare adeguatamente la casa, non riuscire a pagare le bollette, non riuscire a consumare adeguatamente carne, etc).
Oltre a questo metodo, condiviso a livello europeo, l’Istat elabora invece un indicatore sulla “povertà assoluta” che, come detto, stima come linea di demarcazione il costo di un paniere di beni e servizi ritenuti essenziali, il cui valore monetario varia in base al numero di componenti familiari e al costo della vita nella zona di residenza: chi ha un reddito inferiore al costo del paniere è povero. Questo indicatore, come detto, esiste solo in Italia: sono stati fatti tentativi per produrre un analogo indicatore comune a livello europeo ma non è stato possibile per una mancanza di consenso sulle modalità operative dello strumento.
La sensazione è che l’indicatore “italiano” reagisca poco ai profondi cambiamenti che ci sono stati nell’economia. Ad esempio, nell’ultimo decennio è notevolmente aumentata la spesa per il welfare a favore dei nuclei più poveri (dal Rei-Rdc-Adi all’Assegno unico per i figli, oltre alle riforme fiscali che hanno tagliato le tasse ai redditi medio-bassi) e nel mercato del lavoro sono entrati due milioni di occupati in più, tutti a tempo indeterminato, con un forte incremento al sud e tra le donne. Nonostante questo, la povertà assoluta è aumentata. Forse hanno agito in senso contrario altri choc, come l’inflazione. Eppure i fattori positivi trovano riscontro nei dati sulla povertà con metodo Eurostat.
In ogni caso, è questo indicatore tutto made in Italy, che mostra una povertà crescente nell’ultimo decennio, a dominare il dibattito pubblico e politico italiano. L’altro, quello basato sull’indagine Eu-Silc fatta sempre dall’Istat, che invece mostra un calo della povertà, non è considerato. Non siamo in grado di poter affermare quale dei due indicatori sia più valido, se mai si possa esprimere un giudizio del genere. Né se i due indicatori possano essere tessere che descrivono parti diverse di uno stesso mosaico. Ma forse il problema, già sollevato in passato dall’economista dell’Università di Modena-Reggio Emilia Massimo Baldini sulle pagine del Foglio, è proprio questo: dando eccessivo risalto politico e mediatico solo a uno dei due indicatori, quello che mostra una povertà inesorabilmente in aumento o al limite statica, non rischiamo di perderci un pezzo della realtà? E questa deformazione visiva, non rischia di determinare in maniera distorta anche le scelte di policy per affrontare il problema?