Europa e America rinnovano Safe Harbor ma lo Snowden europeo già dichiara guerra
L’Europa e gli Stati Uniti hanno trovato fuori tempo massimo un accordo per il trasferimento dei dati personali degli utenti. Un affare che vale miliardi di dollari e ha già un vecchio nemico

Roma. Oggi l’Europa e gli Stati Uniti hanno trovato fuori tempo massimo un accordo per il trasferimento dei dati personali degli utenti da una parte all’altra dell’Atlantico, dopo che a ottobre una sentenza della Corte di giustizia europea aveva fatto decadere il deal vecchio 15 anni che regolava la questione, il cosiddetto Safe Harbor. Il nuovo accordo si chiamerà Eu-Us Privacy Shield ed è arrivato a poche ore dal caos totale, dopo che domenica le parti in trattativa avevano mancato la deadline imposta dalle autorità europee. Nel processo il Vecchio continente ha trovato il suo Edward Snowden, il suo santone nella religione della privacy a tutti i costi anche a scapito della sicurezza e del business. Si chiama Maz Schrems, ventottenne austriaco, la cui causa contro Facebook, nata proprio dalle rivelazioni di Snowden, ha portato all’abolizione del Safe Harbor. Visti i pasticci combinati con la Nsa non possiamo più affidare i dati dei cittadini europei agli americani, disse la corte. Il caso fu molto discusso dai media e poi seppellito dal ciclo delle news. Da allora però è iniziata una corsa contro il tempo di aziende, governi, lobbisti per rinnovare il Safe Harbor – e parallelamente una corsa di Schrems, rivelatosi al mondo non più come studente ma come attivista a tempo pieno, benedetto da Snowden in persona, per abbatterlo di nuovo.
Schrems è arrivato primo al traguardo, e anche se le autorità hanno messo una pezza con un accordo in extremis, la lungaggine delle trattative ha fatto temere che anche il nuovo accordo sia troppo fragile per reggere. Tutti immaginavano che dopo la sentenza sarebbe stato siglato un nuovo deal in tempi record, visto che sono in gioco miliardi di euro. Il Safe Harbor, che consente alle compagnie americane di trattare e conservare i dati personali degli utenti europei e viceversa, è fondamentale per le strategie di advertising digitale che costituiscono il grosso del fatturato delle società tech della Silicon Valley. Al contrario quella che sembrava una formalità si è trasformata in una discussione di princìpi, e Schrems ha raggiunto l’obiettivo: instillare negli europei il dubbio che qualcosa non vada nella partnership con l’America. In nome della privacy dei cittadini europei, certo, ma anche in nome dell’oltranzismo della trasparenza che tanti danni ha già fatto con il caso Snowden.