La (brutta) pubblicità di D&G e la stagione della suscettibilità
Esagerare le reazioni per trarne vantaggio: chissà quanto costerà ai due stilisti la prossima sfilata in Cina
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22 NOV 18

Cina, il negozio di Dolce & Gabbana a Pechino (Foto LaPresse)
Roma. Se entro in un sushi bar e chiedo una forchetta sono considerato più maleducato o più razzista? E se invece sono un uomo di mondo, e il sushi lo mangio con le bacchette, non è che poi qualcuno mi accusa di appropriazione culturale? E adesso che ho iniziato questo articolo sulla Cina citando il sushi, che è giapponese, qualcuno si offenderà? La questione non è mica esasperata per motivi retorici: il nuovissimo mondo è ormai popolato dagli indignati permanenti, e tanto vale lasciar perdere il sushi, e nutrirsi di cibo autoctono surgelato rigorosamente acquistato in giorni feriali. No, non è solo una questione alimentare. Prendete quel che è successo a Dolce & Gabbana, uno dei brand di moda italiani più famosi nel mondo, in Cina, cioè nel mercato del lusso più attrattivo del momento (rappresenta il 33 per cento del mercato globale da 260 miliardi di euro all’anno, con una crescita stimata tra il 3 e il 5 per cento all’anno).
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È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.