La (brutta) pubblicità di D&G e la stagione della suscettibilità

Esagerare le reazioni per trarne vantaggio: chissà quanto costerà ai due stilisti la prossima sfilata in Cina
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22 NOV 18
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Cina, il negozio di Dolce & Gabbana a Pechino (Foto LaPresse)

Roma. Se entro in un sushi bar e chiedo una forchetta sono considerato più maleducato o più razzista? E se invece sono un uomo di mondo, e il sushi lo mangio con le bacchette, non è che poi qualcuno mi accusa di appropriazione culturale? E adesso che ho iniziato questo articolo sulla Cina citando il sushi, che è giapponese, qualcuno si offenderà? La questione non è mica esasperata per motivi retorici: il nuovissimo mondo è ormai popolato dagli indignati permanenti, e tanto vale lasciar perdere il sushi, e nutrirsi di cibo autoctono surgelato rigorosamente acquistato in giorni feriali. No, non è solo una questione alimentare. Prendete quel che è successo a Dolce & Gabbana, uno dei brand di moda italiani più famosi nel mondo, in Cina, cioè nel mercato del lusso più attrattivo del momento (rappresenta il 33 per cento del mercato globale da 260 miliardi di euro all’anno, con una crescita stimata tra il 3 e il 5 per cento all’anno).