Se al Sisi suda in diretta tv
Il presidente egiziano ha rilasciato un’intervista alla Cbs, ma poi si è pentito. Arriva Pompeo al Cairo con in testa un discorso che ribalta la dottrina Obama
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9 JAN 19
Ultimo aggiornamento: 06:44 PM

Abdel Fattah al Sisi durante la sua intervista alla Cbs
Perché il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi abbia accettato di farsi intervistare dall’emittente americana CBS resta difficile da capire. Come difficile è capire quale idea sia passata esattamente per la testa del suo staff di comunicazione. L’intervista allo storico programma 60 Minutes, che il governo egiziano ha poi voluto bloccare, è andata in onda pochi giorni fa, con un fracasso mostruoso dovuto proprio al tentativo di censura. E’ stata perfino accompagnata da un breve appendice intitolata: “Come l’Egitto ha provato a uccidere una intervista a 60 Minutes”.
Quando però a settembre 2015 su quella poltrona si è seduto il presidente iraniano Hassan Rohani, era stato firmato da pochi mesi uno storico accordo nucleare tra comunità internazionale e Iran. Teheran usciva dall’isolamento e dalle sanzioni come un nuovo possibile interlocutore. E a marzo 2018, Mohammed bin Salman era ancora un possibile “riformatore” che sbarcava in America per andare a pranzo con i ricchi investitori della Silicon Valley e attirarli nel Golfo. Sarebbe difficile immaginare oggi, dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul, i brutali dettagli emersi a riguardo e le accuse a sua carico, il giovane principe ereditario saudita presentarsi davanti alle telecamere, senza aver potuto leggere in anticipo le domande dei giornalisti americani.
Ha un’idea di quanto prigionieri politici detenete? Fin dalla prima domanda, Sisi appare teso, non a proprio agio. Si vede chiaramente che non vorrebbe trovarsi su quella sedia: non guarda in camera, è visibilmente preoccupato, ha il mento sudato. “Non abbiamo prigionieri politici, né d’opinione. Cerchiamo di opporci agli estremisti che impongono la loro ideologia alle persone”.
Presidente, l’organizzazione Human Rights Watch dice che ci sono 60mila prigionieri politici che detiene oggi, mentre siamo qui seduti.
I Fratelli musulmani sono anche il partito d’opposizione più importante. E’ per questo che sono stati messi fuori legge?
Presidente, ho parlato a diversi suoi connazionali che rifiutano di chiamarla Presidente perché dicono che lei è un dittatore militare. Sisi chiude gli occhi e ride. “Non so con chi lei abbia parlato. Ma 30 milioni di egiziani sono scesi in strada per respingere il regime di allora. Era un dovere rispondere alle loro volontà. In secondo luogo, il mantenimento della pace dopo quel periodo richiedeva alcune misure per riportare la sicurezza”. Lo stacco della telecamera su un servizio sugli 800 morti di Rabaa è pesante come le domande che seguono: Ha dato lei l’ordine? (di attaccare Rabaa).
Lei è un militare, ha studiato con i militari americani. Secondo lei questa è uso proporzionato della forza? Sisi parla di estremisti armati e la CBS manda in onda la conferenza stampa in cui le autorità egiziane dichiarano di aver trovato dopo l’attacco al sit-in una dozzina di armi nell’accampamento. Il presidente è visibilmente in difficoltà: “Non so come loro avessero 15 o 16 armi, vorrei dire agli americani che la situazione sul terreno avrebbe potuto distruggere lo Stato egiziano a causare una massiccia instabilità, più di quanto è possibile. Quando c’è un confronto armato con molte persone, è difficile controllare la situazione e decidere chi ha ucciso chi”.
La parte dell’intervista dove Sisi appare più rilassato è forse quella sulla cooperazione con Israele.
E così, l’intero programma, intervista al leader con stacchi su servizi e interviste secondarie a un membro dei Fratelli musulmani, Abdul Mawgoud Dardery, a Mohammed Soltan, cittadino egiziano con passaporto americano arrestato mentre filmava i fatti di Rabaa, e Andrew Miller, del National Security Council di Barak Obama, incalza senza pietà e non risparmia assolutamente nulla al presidente che forse, in virtù della sua alleanza con l’Amministrazione Trump e il buon rapporto con il leader americano pensava a tutt’altro svolgimento. E che negli Stati Uniti come in Egitto i media tarassero il proprio comportamento e contenuto su quello dei politici al potere.
“Da quando Sisi è al potere – spiega a 60 Minutes Andrew Miller – il tenore di vita è diminuito. Il Paese è a pezzi. Il problema dell’insurrezione in Sinai è peggiorato. E’ sostenuta dallo Stato Islamico, ed entra nel suo sesto anno. Ci sono state incarcerazioni di massa di attivisti pacifici accanto a quelle di incalliti jihadisti, che minacciano di convertire più egiziani al terrorismo. Questa mi sembra una ricetta per la stessa instabilità che Sisi dice di voler prevenire”.