Trump sa qualcosa che non sappiamo quando dice: "I sondaggi sono tutti falsi"?

Secondo la gran parte delle rilevazioni, Biden ha un vantaggio enorme. Eppure la maggioranza degli americani crede che verrà rieletto il presidente uscente. Numeri e letture
22 LUG 20
Ultimo aggiornamento: 18:17
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(foto LaPresse)

Trump lo ha detto chiaro: “I sondaggi sono tutti falsi”. E chi lo ascoltava è rimasto lì, a bocca aperta a chiedersi se si tratta dell’ennesima fandonia di un presidente lesto di parola, o se, invece, lui sa qualcosa che noi, umili lettori di dati e numeri, non sappiamo.
La questione della credibilità dei sondaggi, in America, specie in questo periodo, è molto sentita. Con buona pace del fatto che i sondaggi siano sempre più precisi e puntuali nel loro predire andamenti e percentuali (e lo sono stati anche nel 2016, solo che non volevamo vedere). In particolare uno dei punti che tengono banco tra analisti e commentatori è la discrepanza tra quel che dicono i sondaggi e il modo in cui vengono letti. A leggere numeri e grafici, in teoria, non ci dovrebbe essere partita (Joe Biden ha un vantaggio enorme, tra i 9 e gli 11 punti, su Donald Trump, praticamente il doppio di quello che, nel luglio 2016 aveva Hillary Clinton) eppure, nonostante questo, la maggioranza degli americani (55%) pensa che, comunque e ancora, alla fine vincerà Trump. Scrive CNN che “le persone credono che Trump abbia qualcosa di magico”. Questa discrasia tra quel che dicono i numeri ottenuti con un metodo scientifico (quale è quello usato dai sondaggisti) e il modo in cui vengono letti è più argomento da psicologi sociali che da giornali. Ma cosa può succedere a novembre, invece, è affar nostro.
Per questo quella frase dal sen fuggita di Trump ha suscitato tanto scalpore. Per questo tanta attenzione, in queste ore, stanno attirando le parole di chi, all’interno del Partito Democratico, esorta alla prudenza, a uscire dalla bolla, a non dare le elezioni per scontate, a non abbassare la guardia e a ricordarsi che la sensazione che sia impossibile che un gaglioffo come Trump possa vincere, ha un non so che di dejà vu.
Una delle voci più autorevoli, tra le cassandre del Partito Democratico americano, è quella Debbie Dingell, deputata dem del Michigan di grande esperienza, che i compagni di partito hanno preso a chiamare “Debbie Downer”, per canzonare il suo atteggiamento prudente e ribassista. Eppure lei non si ferma e dice, molto chiaramente “Io non credo a questi numeri: le persone dicono le stesse cose che dicevano nel 2016. Non ce ne siamo accorti allora e non ce ne stiamo accorgendo nemmeno
adesso”.
Anche Joshua Sandman, studioso della Presidenza Trump, in un recente editoriale per The Hill ha suonato l’allarme per i democratici. “La mia lettura del Collegio elettorale mette ancora Trump in una posizione altamente competitiva, se non ancora vincente, Trump ha doti di carisma che mancano a Biden e una ripresa dell’economia, non appena il CoVid dovesse allentare, potrebbe dargli una spinta decisiva”. Su Fox News, poi, l’opinionista Pete Hegseth è stato vagamente intimidatorio: “I sostenitori di Trump hanno imparato a rimanere nelle retrovie, perché sanno che le loro posizioni non sono ben viste. Ma al
momento opportuno verranno fuori, tutti insieme”. E se state pensando “vabbè ma è Fox News” dobbiamo darvi una brutta notizia: anche il Financial Times [6] esorta alla prudenza: “Storicamente, molte persone che decidono negli ultimi giorni prima di un'elezione si dividono equamente tra i due candidati. E i loro voti, in genere, sfuggono ai sondaggi”. Sempre al FT, Sam Wang, direttore del Consorzio elettorale di Princeton e professore di neuroscienze a Princeton Università, ha dichiarato: "Trump è il presidente meno popolare nella storia del sondaggio, ma gli elettori sono così polarizzati che un'oscillazione di persino cinque punti lo metterebbe di nuovo in corsa". Foreign Politics [7], con altrettanta chiarezza dice che “dare per scontati i sentimenti negativi su Trump è una zona di pericolo familiare per i democratici. La compiacenza è la loro più grande trappola: basta chiedere a Hillary Clinton”. Anche il Washington Post (giornale che detesta Donald Trump) è su posizioni di cautela: “I vantaggi di essere un presidente uscente sono significativi. Sono passati 28 anni da quando un presidente ha perso la gara per un secondo mandato. Il paese rimane profondamente polarizzato. L'ambiente politico si è dimostrato instabile. Ciò che accadrà tra più di 100 giorni è imprevedibile . Che cosa succede se un posto vacante della Corte Suprema si apre improvvisamente? Che cosa succede se Biden va male nei dibattiti? E se scegliesse un compagno di corsa che fatica a resistere ai riflettori?”.
In pratica, cosa succede se la questione, dai sondaggi passa ai voti veri? Certo, per ora, i numeri sono quel che sono, e se non fosse che alle elezioni manca un’eternità, Biden e i suoi potrebbero dormire sonni tranquilli. Non fosse per almeno un paio di note stonate: il consenso di Biden tra gli afroamericani, oggi, è più basso di quello che aveva Clinton nel luglio del 2016. E anche tra i bianchi poveri Trump è ancora molto popolare. Inoltre un sondaggio di ABC dice che, sul fronte dell’economia sono più gli americani che si fidano di Trump, di quelli che si fidano di Biden.
Infine, c’è l’incognita astensione (storicamente molto alta negli Stati Uniti, attorno al 50%): la Monmouth University ha provato a calibrare i suoi sondaggi su tre schemi: uno con un’affluenza uguale a quella del 2016, su una più alta e una più bassa: nel primo caso Biden vinceva di 13 punti, nel secondo caso il vantaggio scendeva a 10 e nel terzo caso addirittura a 7. Pochini, in fondo. Specie con il CoVid in giro e la gente scoraggiata in tutti i modi possibili dall’andare a mettersi in fila, al chiuso, per votare. Quindi, sì, forse Trump sa qualcosa che noi non sappiamo. O meglio, che noi abbiamo dimenticato: da qui a novembre, mancano un sacco di tempo e di cose.