Esteri
Ci voleva un'orgia •
Ha stato Soros!
Tutto si può aggiustare e sistemare se sei il padrone di una nazione, ma cosa fai quando il fedelissimo dell’oscurantismo si fa trovare dagli europei mentre esercita la sua libertà, quella concessa in buona parte d’Europa ma non in Ungheria? Ipocrisia e moralismi c’entrano molto poco, anzi per niente: la libertà è proprio questa cosa qui

Fosse soltanto uno scandalo sessuale, sarebbe facile: quanti ne abbiamo visti, quanti ne abbiamo superati. Fosse soltanto uno scandalo personale, l’amico che ti mette nei casini, sarebbe ancora più semplice, per uno come Orbán poi (se avete tempo, su Direckt36 c’è il tentativo di una giornalista di farsi dire dal padre di Orbán che coinvolgimento ha la sua azienda di costruzioni con gli appalti statali: finisce con il signor Gyozo che dice “non ci provare carina, sto finendo la pazienza e poi divento offensivo”). Questo è uno scandalo culturale, uno schiaffo in faccia all’Ungheria che Orbán ha costruito assieme a Szájer: tutto si può aggiustare e sistemare se sei il padrone di una nazione, ma cosa fai quando il fedelissimo dell’oscurantismo si fa trovare dagli europei mentre esercita la sua libertà, quella libertà concessa in buona parte d’Europa ma non nella tua Ungheria? Ipocrisia e moralismi c’entrano molto poco, anzi per niente: la libertà è proprio questa cosa qui.
La prima tentazione di Orbán e dei suoi media è la solita: è stato Soros. L’orgia è un complotto ordito dai servizi europei, dai decadentissimi ideologi liberali, da George Soros e dai suoi burattini, che hanno assoldato David Manzheley, il ventinovenne organizzatore dell’orgia, per gettare discredito sull’Ungheria e i suoi politici. E infatti Manzheley, che è un gran chiacchierone e fornisce ogni giorno un dettaglio in più, è oggi ricercato, dice, dalle autorità polacche, perché uno dei frequentatori delle sue feste – “è come stare in un pub, solo che devi essere nudo e mentre bevi fai sesso” – sarebbe del ministero della Giustizia polacco. Manzheley dice anche che era la prima volta che vedeva “il signore con la barba”, che non ha visto la sua fuga sul cornicione perché stava spiegando alla polizia belga che essendo tutti nudi era difficile che potessero mostrare i documenti, ma che la polizia ha filmato tutto e tutti. Questa è la prova dell’incastro, secondo i sostenitori della linea “è stato Soros”: Szájer era lì quasi per caso, l’orgia era una trappola.
Il vittimismo però non sembra sufficiente, così ieri uno dei fondatori del partito di governo Fidesz, Zsolt Bayer, ha detto che Szájer “combatte con i suoi demoni orribili” da molti anni, è finito in “un vortice” tempo fa, e subito dopo ha parlato di “un vecchio amico” che andava a caccia di ragazzi giovani, un pedofilo. Noi non c’entriamo, insomma, dice un big di Fidesz: Szájer è una mela marcia, lo è sempre stato. E così con Soros mostrificato – quel Soros che fu il primo a credere in Orbán – e l’accusa di tradimento all’amico e collega, fissiamo la foto del 1990: nella guerra culturale ingaggiata dall’Ungheria al resto dell’Europa, il nostro modello è meglio del vostro, si vede bene chi ha perso.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi




