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Cosa vuole Sigrid Kaag, l’ex ministra che inguaia l’olandese Rutte
Le dimissioni tattiche della leader di D66, in seguito alla gestione della crisi afghana, hanno scombussolato l’esecutivo. Il premier prova a risolvere tutto con un weekend in campagna: Kaag prende tempo e detta le condizioni
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22 SEP 21
Ultimo aggiornamento: 04:00 AM

EPA/Sem van der Wal
E’ una partita a scacchi lunga almeno sei mesi, quella tra Mark Rutte e Sigrid Kaag. L’ultima a muovere è stata la leader del partito liberale D66, fino a mercoledì scorso anche ministro degli Esteri all’interno della fragile coalizione attorno al “premier teflon” dei Paesi Bassi. Poi le dimissioni: la camera bassa del Parlamento approva una mozione di censura contro il governo per la discussa gestione delle evacuazioni dall’Afghanistan, Kaag lascia l’incarico. E rischia di scatenare l’effetto domino sull’esecutivo, perché due giorni dopo si dimette anche la democristiana Ank Bijleveld, ministro della Difesa dal 2017, tra i più longevi del governo Rutte.
Finora tutto questo non prospetta elezioni anticipate. Il sistema democratico olandese è sufficientemente elastico e incline ai rimpasti, con equilibri variabili dall’interno. Kaag, più tattica che rottamatrice, lo sa bene. E si è vista forzata a fare un passo indietro: era stata lei stessa a presentare una mozione di censura nei confronti di Rutte, lo scorso aprile, in seguito all’opaca gestione dei negoziati per il nuovo esecutivo. “La mia fiducia nel premier è gravemente danneggiata”, disse allora la leader di D66: “Nel suo caso mi sarei dimessa”.
Dunque oggi era questione di coerenza – niente più: questo istituto parlamentare è una specie di ‘cartellino giallo’ non vincolante – e memoria politica. Oltre i giochi di palazzo: per Kaag il ministero degli Esteri – già una fugace presenza ad interim nel 2018 – rappresenta il coronamento di un lungo cursus honorum diplomatico, passato per il World economic forum e le missioni Onu in medio oriente, la sua seconda terra. Facile allora intravedere lo smacco: “Durante la caotica evacuazione dall’Afghanistan molte cose sono andate storte”, ha riconosciuto il ministro, che pure aveva dovuto fare i conti con l’ostile reazione degli olandesi ai centri di accoglienza per rifugiati – a fine agosto, nei dintorni di Utrecht, fu necessario l’intervento delle forze dell’ordine. E a nulla sono valsi i 10 milioni di euro stanziati dai Paesi Bassi per l’Afghanistan Humanitarian Fund: circa un sesto della cifra promessa dagli Stati Uniti, ma con meno di un ventesimo del pil.
Così la carta delle dimissioni vale doppio: Kaag è l’unico ministro degli Esteri nell’Unione europea a pagare per la crisi afghana. Una scelta ammirata, negli ambienti dei Democraten 66. E potrebbe garantire un ritorno anche fra l’elettorato. Del resto, sull’immagine della leader integerrima all’interno dell’Olanda traffichina sta spingendo Kaag in persona: “Trovo democraticamente impuro e poco credibile dibattere su un bilancio a cui ho contribuito come ministro”, ha twittato ieri, annunciando che per il Budget day di giovedì sarà Rob Jetten il presidente ad interim alla camera per conto di D66.
E il governo? Ora la grande incognita è capire cosa succederà attorno a Rutte. Dopo il dietrofront dei due ministri il premier ha smorzato i toni, minimizzando all’inverosimile: “I rapporti tra me e Sigrid Kaag sono molto migliorati. Anche se nelle ultime settimane c’è stata qualche seccatura”. Fra le righe, c’era un invito alla tenuta di De Zwaluwenberg: un cottage nei dintorni di Hilversum già teatro di delicati incontri della classe dirigente olandese. E arriviamo al weekend, le prove per un nuovo triumvirato tra i leader dei principali partiti di governo: Rutte, Kaag e il democristiano Wopke Hoekstra, ex ministro delle Finanze. Ma oltre alla distensione bucolica e al bon ton di circostanza, l’incontro si è risolto in un nulla di fatto. La situazione resterà in standby almeno per una settimana. E mentre Rutte continua a parlare di “atmosfera eccellente”, il mediatore del meeting Johan Remkes ha ammesso che “le dimissioni di Kaag e Bijleveld hanno causato molto dolore politico: non siamo sicuri che le parti vogliano continuare insieme”.
Per questo la posizione più comoda è quella di Kaag: senza più cariche, uscita dall’esecutivo con stile e con potere contrattuale per definire le condizioni future. Se si andrà avanti con un rimpasto, i D66 otterranno più spazio all’Aia. Se invece sarà stallo a oltranza, si potrebbe arrivare allo scenario più improbabile: l’ultima volta le urne sorrisero all’outsider. Anche oggi Sigrid conta di non farsi male.