Sull'immigrazione in Ue ha vinto Orbán
Lungo il confine con la Bielorussia è venuta fuori la vera politica migratoria di Bruxelles. Gerald Knaus racconta le tre opzioni che hanno gli europei per affrontare i nuovi flussi

La non-strategia che l’Ue ha appaltato alla Polonia serve come avvertimento, per scoraggiare, e perché nessuno dei 27 aveva idee migliori. Knaus è molto radicale e suggerisce che non è corretto dire che l’Ue non ha una politica migratoria, ce l’ha ed è quella proposta da Viktor Orbán nel 2015: “Il premier ungherese suggerì di trattare l’immigrazione come un attacco militare, non voleva Frontex ma i soldati. E’ quello che sta accadendo in Polonia. Per il momento Orbán, che si è messo di traverso a ogni tentativo di trovare un compromesso, ha vinto il dibattito e piano piano tutti si sono allineati. Per cui l’Ue ha una politica migratoria comune, ma non è una politica umana”.
Knaus sostiene che l’Ue abbia tre opzioni per gestire l’immigrazione: lasciare le frontiere aperte e sarebbe in linea con le leggi sui rifugiati, “ma non c’è un solo governo che la appoggerebbe”; la politica dei respingimenti che vediamo applicata in questi giorni. E infine la cooperazione: “Mantenere il diritto di asilo ma limitando l’immigrazione irregolare coinvolgendo altri paesi con offerte che siano morali. È un’opzione complessa e non sempre popolare” e le offerte non possono essere fatte a tutti i paesi.
È quello che Margaritis Schinas, commissario europeo, aveva iniziato a fare la scorsa settimana cercando di coinvolgere i paesi in cui transitavano i migranti. Ma soprattutto è quello che è stato fatto con la Turchia. Knaus difende con forza la dichiarazione con Ankara, dice che non ha reso l’Ue più ricattabile perché non è nata da un ricatto – il ricatto semmai c’è stato nel febbraio del 2020, dice l’esperto – ma non sarebbe applicabile con Minsk. “La Turchia era un paese pieno di profughi nel 2015 che ha detto a Bruxelles che non era suo dovere fermare le persone alla frontiera. L’Ue le ha fatto un’offerta di cooperazione. Dare i soldi alla Bielorussia sarebbe diverso, questa situazione l’ha creata Lukashenka. C’è molta differenza tra il fare un’offerta a uno dei paesi con più rifugiati al mondo e farlo a un paese con un governo che non è stato neppure riconosciuto. Come è diverso dare del denaro alla Turchia e darlo alle milizie libiche”.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
