Il 9 maggio dai tre significati: per Putin, i dissidenti e von der Leyen a Kyiv

La festa della vittoria e quella dell'Europa sono le storie di due paesi al confine e raccontano tanto anche sul senso delle alleanze del Cremlino e dell'Ucraina. La parata a triplo schermo
10 MAG 23
Ultimo aggiornamento: 03:23
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Uno dei motti del Cremlino in occasione del 9 maggio, giornata in cui festeggia la vittoria dell’Unione sovietica contro la Germania nazista, è “possiamo farlo di nuovo”, stravolgendo il senso della festa che era nata per ricordare la fine dell’invasione dell’esercito di Hitler e non per minacciare l’invasione di uno stato vicino accusato, senza alcun fondamento, di avere un governo nazista. Il motto dell’opposizione russa che vive in esilio, o che è stata imprigionata o che rimane in Russia convivendo con la paura della repressione, è invece “non succederà più”, in riferimento alla guerra, allo scontro tra potenze, ai crimini, alla sofferenza e alla morte che un conflitto porta con sé. Il motto che invece ieri la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha espresso a Kyiv è stato: renderemo “possibile l’impossibile”, un’Ucraina libera e pacifica nell’Unione europea. Se Vladimir Putin era nella Piazza Rossa per ricordare la fine della Grande guerra patriottica e l’inizio di un nuovo conflitto figlio di un patriottismo deformato, von der Leyen era a Kyiv per celebrare la festa dell’Europa, vicino al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Il confine tra Russia e Ucraina è sottile e pericoloso, ma ieri, quella linea tormentata divideva anche due storie e due universi.
Ieri la festa dell’Europa si è celebrata a Kyiv, von der Leyen e Zelensky hanno tenuto un colloquio e anche due discorsi pubblici puntuali, lui più di lei. Hanno ragionato sul futuro dell’Ucraina, sull’adesione all’Ue che gli europei non vedono più come un tabù e gli ucraini intendono ormai come un dato di fatto. I due leader hanno celebrato un’alleanza schietta, senza timori, e hanno menzionato quali sono gli ostacoli da superare, come l’arrivo delle munizioni per Kyiv e il blocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina verso l’Europa, che Zelensky ha definito “inaccettabili”. La guerra che ieri Putin ha celebrato ha accelerato l’avvicinamento dell’Ucraina all’occidente, e quando Zelensky parla di futuro, parla diretto, descrive a quale mondo vogliono appartenere gli ucraini – quello occidentale che secondo Putin lo terrebbe in ostaggio – e quello di cui invece non vogliono mai più far parte: il mondo russo, il Russkij mir che davvero ha tenuto a lungo l’Ucraina in ostaggio.
“Ambizioni insensate, arroganza, impunità si trasformano inevitabilmente in tragedie. Questa è la ragione della catastrofe che ha colpito l’Ucraina”, sembra una frase che avrebbe potuto pronunciare Zelensky, che di tutto questo è stato vittima, invece l’ha detto ieri Putin sulla Piazza Rossa, ma non parlava di se stesso. Il 9 maggio per colpa del Cremlino divide e non unisce, il presidente russo l’ha imbruttito negli anni, l’ha reso la festa non della fine di una guerra passata ma la minaccia di una guerra futura. Ieri chi si oppone a Putin, i russi che sono contrari all’invasione, contrari al Cremlino, contrari all’imperialismo putiniano, dicevano: Putin ha rubato alla Russia il 9 maggio.