Convergenze rossobrune sulla Via della seta

Alemanno e Rizzo sono d'accordo sul sostenere la nostra partecipazione nel grande progetto strategico d'influenza cinese contro il governo Meloni
18 SET 23
Ultimo aggiornamento: 12:26
Immagine di Convergenze rossobrune sulla Via della seta
Ne parliamo noi perché non ne parla nessuno! E' iniziato così, con il grande classico dei complotti, quello del non-ve-lo-dicono, il dibattito sulla possibile uscita dalla Via della Seta cinese annunciata dal governo Meloni che si è tenuto ieri a Trento, organizzato dal pensatoio trentino Nodo di Gordio. E però è finita che a parlare davvero di Via della Seta sia stato solo l’interessato per eccellenza, professore ma potremmo dire anche di professione ex sottosegretario Michele Geraci – l’uomo che convinse Di Maio a mettere la firma sullo sciagurato accordo da cui ora nessuno sa come uscire. Insieme a lui, oltre all’assessore della provincia di Trento, il leghista Mirko Bisesti, i due ospiti d’eccellenza erano Gianni Alemanno, il trotskista di destra (copyright di Simone Canettieri) e Marco Rizzo, il trotskista propriamente detto.
Ma più che un dibattito è stato tutto un darsi ragione: Alemanno dice che uscire è un errore come continuare a stare dalla parte della difesa dell’Ucraina, perché ormai “siamo i pasdaran di un mondo che sta morendo!” (intendendo la Nato e l’occidente), e Rizzo risponde che “oggi schierarsi con l’atlantismo ci porta dei problemi economici enormi: noi prima il gas lo pagavamo molto poco!” (grazie al magnanimo Putin). Poi l'immigrazione: Rizzo dice che “ci sono decine di milioni di giovani africani disponibili a venire nel nostro continente. Se questo avviene è la fine di tutto, lo capite?”, e Alemanno gli dà così tanto ragione che a un certo punto gli scappa l’evocazione di Giano Accame, sulla convergenza tra destra sociale e sinistra nazionale. Nel mezzo, compaiono le slide del professore, che cerca di far tornare il dibattito sulla Via della Seta: sapete, la Cina ha bisogno di noi in Africa, perché “non è sempre benvoluta, perché ha problemi magari sui lavoratori, sui diritti...”, come a dire: eccoci, possiamo aiutare a sfruttarli meglio. Ma in definitiva, cosa rischiamo se usciamo da questo MoU? Di distruggere “duemila anni di storia”, dice Geraci. L’Apocalisse. Partono gli applausi.