Sui social antisemitismo e islamofobia sono sfuggiti di mano. Nessuna piattaforma esclusa

Rapporti e analisi mostrano come TikTok, Facebook, Instagram ma soprattutto X non siano in grado di tenere sotto controllo l'incitamento all'odio online. I bot di estrema destra e le teorie del complotto sulla "grande sostituzione" che per Musk sono "verità"
17 NOV 23
Ultimo aggiornamento: 06:34
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Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, report e analisi mostrano come i social media non siano in grado di tenere sotto controllo l’hate speech, l’incitamento all’odio online. Nelle prime settimane il social che ha suscitato più critiche è stato TikTok, di proprietà cinese, tutt’oggi accusato, soprattutto negli Stati Uniti, di aver diffuso pochissimi contenuti riguardanti l’attacco terroristico rispetto agli innumerevoli video dei bombardamenti di Israele sulla Striscia di Gaza. Nella versione cinese di TikTok, Douyin, da oltre un mese la Cina non censura post e commenti antisemiti, diffondendo migliaia di contenuti anti Israele. La Repubblica popolare dal 7 ottobre non ha mai condannato esplicitamente Hamas utilizzando, come per l’Ucraina, la giustificazione della “neutralità”, ed è anche per questo motivo che i repubblicani al Congresso americano continuano a chiedere la chiusura di TikTok negli Stati Uniti. Se una delle prove, secondo i repubblicani, sarebbe il fatto che il numero di video con l’hashtag #freepalestine, Palestina libera, è drammaticamente più alto di quelli con l’hashtag #standwithisrael, la società cinese ha detto che “le ideologie d’odio, come l’antisemitismo, non sono mai state consentite sulla piattaforma”, e che il suo algoritmo “non ha la capacità di schierarsi”.
La realtà è che il clima d’odio su TikTok e Douyin non è molto differente dalle altre piattaforme con sede negli Stati Uniti, anzi, le analisi degli ultimi giorni mostrano dati molto simili tra loro: prendendo come esempio gli hashtag – nonostante offrano una visione parziale – su Facebook #freepalestine è stato presente in più di 11 milioni di post, 39 volte di più di quelli con #standwithisrael, mentre su Instagram, in 6 milioni di post, 26 volte in più dell’hashtag pro Israele. Ma non sono gli hashtag in solidarietà con la Palestina o con Israele a destare più preoccupazione. Un’indagine della Cnn mostra come bot di estrema destra abbiano sfruttato le tensioni legate al conflitto per alimentare l’antisemitismo negli Stati Uniti avvalendosi dell’intelligenza artificiale. Gli esperti hanno registrato una “convergenza delle ideologie di Hamas e i gruppi suprematisti bianchi” che hanno utilizzato la tecnologia come un’arma, manipolando immagini e audio contro la comunità ebraica. Sul “dark web” l’organizzazione Global Project Against Hate and Extremism ha registrato un aumento dei contenuti antisemiti e islamofobici di quasi il 500 per cento nelle 48 ore successive al 7 ottobre. Anche l’app di messaggistica Telegram non si è risparmiata: da lì è partita il 7 ottobre l’immagine di un parapendio che scende con una bandiera palestinese e la frase: “Io sto con la Palestina”. L’immagine faceva riferimento ai miliziani di Hamas che hanno utilizzato i parapendii per entrare al rave nel sud di Israele in cui sono state uccise oltre 260 persone. L’immagine, secondo la società di sicurezza ActiveFence, in 24 ore sarebbe stata condivisa migliaia di volte su X, Instagram, Facebook e TikTok, sotto i cui post si sono moltiplicati commenti come “avrebbero dovuto ucciderne di più” e “uccidere più ebrei possibili”.