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Editoriali

Pechino già manipola la visita di Meloni

Redazione

La propaganda sul viaggio “riparatorio” dopo l’uscita della Via della seta. Eppure l’incontro fra la premier e Pechino era già previsto da tempo per protocollo diplomatico

A lezione di propaganda dalla Repubblica popolare cinese. Mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni vola a Pechino per la prima visita di un capo di governo italiano sin dal 2019, sulla stampa cinese – e soprattutto quella in mandarino, quindi rivolta a un pubblico interno – fioccano le teorie sulla missione di Meloni e su quello che succederà.

 

Anzitutto c’è un dato: Italia e Cina non si sono messi d’accordo sui giorni. O meglio, qualcuno ci ha messo un po’ di malizia, perché mentre sul sito del governo italiano le date sono 28-31 luglio – quelle in cui la premier sarà effettivamente operativa in Cina – a Pechino fanno partire la missione già dal 27, forse per poter parlare, come ha fatto l’altro ieri la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Mao Ning, di un “viaggio di cinque giorni”, e cioè particolarmente lungo rispetto ai precedenti anche di altri leader europei.

Poi c’è il Global Times, che fa commentare la visita di Meloni a Zhao Junjie, ricercatore dell’Istituto di Studi Europei dell’Accademia cinese delle Scienze sociali – un istituto con molti contatti con il mondo della ricerca italiano. Zhao dice che Meloni va a Pechino per “riconciliarsi con il rimpianto di essere uscita dalla Via della seta, e chiarire personalmente alcune incomprensioni”. E forse è per questo che Mao parla dello “spirito della Via della seta” dentro “ai colloqui fra Cina e Italia” (ma non ne eravamo usciti? O è come un sacramento, inviolabile?).

In ogni caso, la visita di Meloni era prevista già da tempo per protocollo diplomatico: la Via della seta non c’entra nulla. Ma ecco la manipolazione cinese al suo meglio. Ieri sul sito della Phoenix Tv è apparso un articolo che dice che Meloni in realtà vuole promuovere “attivamente l’ingresso delle aziende automobilistiche cinesi in Italia” appoggiando allo stesso tempo i dazi sull’auto cinese dell’Ue: “Se si riesce a negoziare, la Cina sarà in grado di produrre 400 mila-500 mila veicoli elettrici all’anno all’interno dell’Ue”. Un cavallo di Troia che passa prima attraverso l’Ungheria, e poi l’Italia. “Se l’Italia vuole essere ambigua”, avverte l’articolista, “la Cina non sarà mai educata. Se riuscirà a cavalcare l’onda della Cina, tutto dipende dalla prossima mossa di Meloni”. Suona come un avvertimento, sperando che la premier non si faccia intimidire.

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