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Il valzer delle alleanze non lo ha inventato Trump. Storia degli imperi tra potere e follia

Siegmund Ginzberg

Siamo frastornati dai voltafaccia. Eppure dal patto Molotov-Ribbentrop al tripolarismo di Mao, dalle “Storie” di Erodoto ai ricorsi di Vico, un filo nelle ragioni del mutamento possiamo trovarlo

C’è da essere frastornati dai rapidi mutamenti delle alleanze. Dal venir meno delle certezze, dei paradigmi su cui ci eravamo comodamente adagiati per decenni, per generazioni. Ci raccontavano – raccontavamo a noi stessi – che la guerra in Ucraina era un conflitto fra occidente e dispotismo imperiale russo. Era diventato senso comune la narrativa per cui il vero conflitto del futuro che sovrastava tutto era quello tra l’America (e i suoi alleati) e la Cina. Spiazzata e frastornata dal valzer delle alleanze a cui ha dato il via la presidenza Trump, incerta su quanto ancora potrà contare sul tradizionale alleato Usa, è l’Europa. Spiazzata l’intelligence Usa, che non sa più se considerare la Russia un avversario o un futuro partner. L’Europa di Ursula von der Leyen punta sul riarmo per non finire sola, perduta e abbandonata. E intanto litiga su una questione astratta, tutta da venire, come l’invio di truppe di pace in Ucraina. Esattamente come nell’Impero bizantino – l’ultima incarnazione dell’Impero romano – ci si scannava sul sesso degli angeli. 

 

Eravamo più tranquilli con le vecchie, care alleanze. Ci turba la prospettiva che vada in frantumi Il mondo di ieri, come aveva deciso di intitolare il suo libro più bello e famoso Stefan Zweig. Il grande intellettuale ebreo si riferiva alla sua vecchia cara Austria-Ungheria, travolta dalla Grande guerra e in procinto di essere travolta dall’Anschluss con la Germania nazista. Aveva inviato al proprio editore il manoscritto, dettato alla moglie Lotte Altmann, il giorno prima che entrambi, in fuga dai nazisti in Brasile, si suicidassero, nel febbraio 1942. Fuori risuonavano gli echi del Carnevale. Nell’ultima cena in compagnia di amici si era parlato della guerra in Europa

 

Siamo terrorizzati dal perdere il nostro mondo di ieri. Non perché ci piacesse alla follia, ma perché pensavamo di capirlo meglio. Il mondo di domani è argomento che lasciamo ai profeti (che raramente la imbroccano). Del mondo di oggi ci atterrisce soprattutto il rapido capovolgimento di valori, di alleanze, di individuazione di amici e nemici. Putin e Trump convergono su una cosa: ce l’hanno con l’Europa unita. E’ un dato di fatto. Non più solo segnali. E’ nelle cose, non solo nelle esternazioni di Trump, in interviste come quella che il negoziatore di Trump sull’Ucraina, Steve Witkoff, ha rilasciato al Tucker Carlson Show, tutta sdraiata sulla narrazione russa e critica degli europei (“ridicoli”, “patetici”), o nell’incredibile svista con cui hanno lasciato partecipare un giornalista – il direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg – a una chat ultrariservata sulle operazioni militari contro gli houthi in Yemen, dove il vicepresidente J.D. Vance e il nuovo capo del Pentagono, Pete Hegseth, convergono nell’“odio” verso quegli “scrocconi” degli europei. Il consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz, dice che già sta lavorando coi dipartimenti interessati per “determinare come compilare i costi associati [alle operazioni] e farli pagare agli europei”. Waltz, dal quale era partito l’improvvido invito al giornalista, potrebbe essere la prima testa a cadere. Alla Casa Bianca gli danno già del “fucking idiot”. Trump, imbarazzato, dice di “non saperne niente” di tutta questa storia.              

 

             

Il problema non è quello che dicono i protagonisti, o gli scappa. Di quello non c’è mai da fidarsi più di tanto. Hitler mentiva. Stalin mentiva. Anche Roosevelt e Churchill mentivano. Putin e Trump mentono. Molti europei mentono, soprattutto a sé stessi. Fa parte del mestiere. La politica ha bisogno come il pane della menzogna e della dissimulazione. La cosa più preoccupante non è che mentano. E’ quando dicono con sincerità quel che vogliono fare. Hanno una gran voglia di mettersi d’accordo. A spese dell’Ucraina, ça va sans dire. Ma soprattutto a spese dell’Europa. Su questo sono già pienamente d’accordo. Comunque vada il negoziato sull’Ucraina. Comunque vada la guerra dei dazi (argomento su cui ha scritto con concisa lucidità Lorenzo Bini Smaghi su queste colonne). 

 

           

Per Trump l’Europa sarebbe nata per “fregare l’America” (formed in order to screw the United States). Per Mosca ormai il nemico non è più “l’occidente”. E’ “l’Europa collettiva”. La Russia non ha risparmiato, per anni, sforzi, mezzi, risorse per finanziare partiti e movimenti votati alla demolizione dell’Europa unita. Lo stesso hanno fatto i movimenti della galassia (delle galassie sarebbe più esatto dire) che hanno sostenuto l’ascesa di Trump. Bannon e Musk, pur nemici per la pelle, su questo dicono e fanno esattamente le stesse cose. Senza la minima dissimulazione diplomatica, con una sincerità pari a quella di Trump. Men che meno gli importa della democrazia. Non gli importa né dell’Ucraina, né dei Paesi baltici o della Polonia, né della Russia. Gli importa mettere fuori gioco l’Europa. “Oggi siete sotto scacco di due potenze come la Russia e questi nuovi Usa, che detestano profondamente le vostre basi di valori. Sono uniti da quello che ritengono essere un nemico comune: voi”, è l’avvertimento che viene dall’ex dirigente del Kgb, Evgeny Sevastyanov, in un’intervista sul Corriere della Sera. 

  

Inutile nascondere la testa sotto la sabbia. L’Europa si attendeva un Trump “transazionale”, che minaccia e fa il duro per meglio posizionarsi in vista di un accordo, un compromesso, un deal, parola che in inglese sta per accordo, ma soprattutto affare. Noi gli compriamo questo e quello, gli togliamo questa o quella tassa o regola sgradita sulle sue multinazionali, aumentiamo le nostre spese militari per consentirgli di risparmiare sulle sue, ma sì, gli diamo pure Groenlandia e Canada senza fare troppe storie. Il guaio è che non gli basta. Vorrebbe solo che sparissimo come entità unita, autonoma, indipendente. Non gli basta che spendiamo di più nella Nato. Lascia già intendere che gli Stati Uniti dovrebbero uscire dalla Nato, e dall’Onu e da altre istituzioni multinazionali. Già gli Stati Uniti non aderiscono alla Corte penale internazionale, già gli stava stretta la Corte dell’Aja, figurarsi con Trump cui la parola “giudici” fa venire l’orticaria (ma questa è un’altra storia).

  

              

“Non rinunceremo mai a quello che è nostro”, aveva anticipato Putin prima ancora di abboccarsi con Trump. Rigidità “transazionale”, leva negoziale? Parole a uso interno, per mettere le mani avanti di fronte a chi già freme temendo eccessivo accomodamento, svendita degli “obiettivi” dell’operazione speciale? La formulazione è abbastanza ambigua: si riferisce ai territori di cui si è appropriato in Ucraina, a quelli che ha formalmente già annesso alla Russia, e che ancora non possiede, o a quelli che facevano parte dell’accordo di Yalta, o, prima ancora, facevano parte dell’impero zarista? Il paradosso del bugiardo è notoriamente insolubile. Mente o dice il vero il cretese che dice di mentire sempre? Ci sono casi in cui conviene prendere alla lettera quello che hanno sempre detto. Prendere sul serio quello che Hitler aveva dettato nel suo Mein Kampf avrebbe evitato molte illusioni. Per un po’ ci si era cullati nell’ambiguità. Poi è diventato chiaro che non scherzava affatto quando si poneva come vitale per la Germania l’obiettivo del Lebensraum, dello spazio vitale a est, e dell’eliminazione degli ebrei. 

 

“Nessuno è tanto pazzo da preferire la guerra alla pace”, scriveva due millenni e mezzo fa Erodoto. Di guerre ne racconta parecchie. Ma non ci dice cosa bisogna fare per evitarle. Ci furono pazzi che pensavano di aver conseguito “la pace del loro tempo” ed ebbero sia la guerra che il disonore. Ma peggio dei pazzi sono gli incompetenti. “La guerra è l’ultima risorsa degli incompetenti”, è la massima lapidaria che Asimov mette in bocca a uno dei personaggi della sua saga galattica, al politico per eccellenza, e pacifista strategico Salvor Hardin. Ma non ci sono ricette buone per ogni tempo e ogni circostanza. 

  

Per molto tempo, la guerra era stata evitata grazie alle alleanze contrapposte e alla divisione del mondo in sfere di influenza decisa a Yalta. I teorici del conflitto sono sempre stati divisi tra chi ritiene che le alleanze hanno un effetto stabilizzante e contribuiscono alla pace, e chi ritiene che le alleanze siano destabilizzanti e portino alla guerra. Qualche anno fa una équipe di studiosi dell’Università del Texas passò pazientemente in rassegna alleanze e guerre tra grandi potenze dall’inizio dell’età moderna a quasi fine del secolo scorso. Non ci sono risultati univoci. Tranne che a portare in genere al conflitto non sono le alleanze, la loro configurazione, ma il rapido, e talvolta caotico mutamento delle alleanze. Erano caoticamente e ripetutamente mutate prima della Grande guerra. Erano caoticamente mutate prima della Seconda guerra mondiale. L’Italia ne sa qualcosa. Eravamo passati rapidamente dalla Triplice alleanza con Germania e Austria-Ungheria (1881-1914) all’Intesa con Francia e Inghilterra (1915-1922). Poi all’Asse fatale con Germania e Giappone. 

 

Finirono tutti, “come sonnambuli”, nel precipizio della guerra. Non è solo questione di intenzioni o di tattica. Hitler aveva un progetto preciso: spazio vitale a est e “Nuova Europa” a trazione tedesca. Ci sono intere biblioteche di dibattiti fra gli storici se uno stop alle mire naziste sulla Cecoslovacchia a Monaco 1938 avrebbe fermato o solo rinviato la guerra. Stalin teorizzava l’inevitabilità della guerra e la necessità che l’Urss vi si preparasse. A questo perno fisso erano finalizzate le giravolte diplomatiche, compreso il Patto Molotov-von Ribbentrop. Che prese tutti alla sprovvista. Emilio Sereni mi raccontava del disorientamento totale, della profonda depressione paralizzante che lo aveva avvinto quando, esule e dirigente clandestino del Pci in Francia, aveva appreso del voltafaccia. “Non riuscii più, per settimane, a scrivere una riga dell’articolo che mi era stato commissionato dall’Internazionale comunista”. Cambiate di nuovo le alleanze, vinta la guerra, non era forse così ineluttabile che il nuovo fronte di possibile guerra fosse tra il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti e il blocco guidato dall’Urss. I documenti e verbali di riunioni riservate di parte sovietica venuti alla luce dopo la caduta dell’Urss mostrano uno Stalin guidato dalla realpolitik più che dall’inevitabilità di un nuovo conflitto. Non era uno scontro tra socialismo e capitalismo, malgrado fosse presentato come tale. Era uno scontro dei rispettivi interessi, di sicurezza ed economici.

  

I paradigmi stanno di nuovo cambiando a ritmo vertiginoso. Trump sta trattando con Putin alle spalle dell’Ucraina e degli alleati europei. E’ una scelta epocale, non un espediente per negoziare più liberamente e con maggiore efficacia. Ma vagli a spiegare che, sin dall’antichità, le cose non vanno mai bene per un impero che tradisce i propri alleati. Cercano, se gli è possibile, altre alleanze, altre sponde. Ben che vada, non si fidano più. La fides, la fiducia, la lealtà, era per l’imperialismo degli antichi romani un principio fondamentale delle relazioni internazionali. Per una ragione pratica prima che etica. Dagli alleati che si sentono traditi mi guardi iddio, che dai nemici mi guardo io.

 

Tornano cose che pensavamo fossero di altre epoche. Le guerre di dazi, le ambizioni territoriali (Groenlandia, Panama, il recupero di “quello che è nostro” da parte della Russia, e così via). Torna l’ossessione per i mercati di sbocco ai propri prodotti, per il controllo delle materie prime e delle vie commerciali, delle rotte marittime. Chips and ships, torna in auge quello che in origine era solo uno scioglilingua. Chip per microprocessori e superconduttori, navi per l’immensa flotta che l’amministrazione Trump vorrebbe mettere in cantiere (non solo e non tanto navi da guerra, ma supercargo oceanici e rompighiaccio per aprire le nuove rotte polari). Di quel che si sa dei negoziati sull’Ucraina viene fuori che parlano molto di terre rare, materiali per i circuiti che serviranno all’intelligenza artificiale e ai computer del futuro, e di rotte di navigazione nel Mar Nero. Il cessate il fuoco che hanno finora concordato è quello marittimo. Tornano i modi, anche i linguaggi imperiali. Il futuro si ripresenta con un cuore antico, ottocentesco. La realtà di quello che fanno e dicono supera la fantasia letteraria. Non possiamo più fare neanche affidamento sulla fantascienza. Imperi, diplomazie, alleanze, tradimenti delle alleanze sono più caleidoscopici di quelli immaginati da Asimov nella sua Trilogia della Fondazione, che risale agli anni 50. Nell’èra dell’intelligenza artificiale viene per giunta meno anche l’etica che ispirava i suoi “princìpi della robotica”. 

 

Torna l’ossessione per i mercati di sbocco ai propri prodotti, per il controllo delle materie prime e delle vie commerciali, delle rotte marittime. Chips and ships, torna in auge quello che in origine era solo uno scioglilingua.

        

C’è chi si chiede se gli Stati Uniti siano ancora alleati dell’Europa, o non siano diventati avversari. L’unica cosa evidente è che Trump ce l’ha con Unione europea. Ma non al modo in cui l’America del tempo che fu ce l’aveva con il comunismo. Né al modo, rivelatosi archeologico, in cui Biden presentava la cosa come scontro tra democrazie e autoritarismi. Quasi un invito suicida agli autoritarismi (Russia, Cina, Iran e altri) a unirsi contro le democrazie. Si potrebbe notare en passant che Émile Durkheim, il massimo studioso del suicidio nella Belle Époque, il periodo felice che precedette la Grande guerra, ne vedeva la causa principale nello smarrimento di fronte al mutare vorticoso dei paradigmi. 

 

Più che un’aria da Monaco 1938 si respira un’aria da Yalta, da spartizione del mondo in sfere d’influenza. Alla tanto deprecata globalizzazione sta subentrando un’intesa per spartirsi i mercati, a danno dei concorrenti più fastidiosi e più divisi, e per questo più deboli. Usa e Russia per contenere la Cina? Macché. Se tanto mi dà tanto, Trump finirà col trattare con la Cina di Xi Jinping allo stesso modo in cui sta trattando con Putin. Sempre, beninteso, alle spalle dell’Europa. Ma cosa farà la Cina?

 

Mao, il fondatore della dinastia che da 75 anni regge l’impero cinese, aveva scritto nel lontano 1935 una poesia dedicata al Monte Kunlun, il massiccio innevato che si erge tra Cina, India e l’allora Unione sovietica. Più che una poesia era una visione. “Potessi brandire la mia spada sino al Cielo, / Ti taglierei in tre pezzi: / Uno per l’Europa, / Uno per l’America, / Uno lo terrei qui in Oriente. / E allora regnerebbe la pace nel mondo, / Lo stesso calore e lo stesso freddo su tutta la Terra”. Può suonare strano che della Russia non tenesse alcun conto, e invece tenesse in tanta considerazione un’Europa che di lì a poco si sarebbe trovata lacerata in un conflitto spaventoso. 

 

Il vecchio Mao aveva sempre preconizzato un mondo tripolare. L’idea gli veniva dalla sua cultura letteraria classica cinese, più che da Marx, Engels e Lenin. Aveva letto e riletto 17 volte il settecentesco Romanzo dei tre regni, studiato gli antichi annali su cui si basa. Se lo portava sempre appresso. Si racconta che durante la lunga marcia continuava a rileggerlo in sella, assorto al punto di non rendersi conto che era arrivato a destinazione ed era venuto il momento di smontare. Lo citava continuamente nelle riunioni strategiche. La storia è quella del conflitto, nel terzo secolo, fra i tre regni di Shu, Wei e Wu per il controllo della Cina. E’ una continua girandola di alleanze e guerre tra due dei regni, e dei rispettivi leader, per contenere il terzo, il più forte al momento. Nessuno dei tre è in grado di prevalere sugli altri, nemmeno affrontandoli uno dopo l’altro. Wei è il più forte, ha il leader più autoritario e spietato, capace e privo di scrupoli. E’ il personaggio che piace di più a Mao, quello che gli è più congeniale, in cui probabilmente lui si rispecchia. Viene continuamente sconfitto dall’astuzia di Zhuge Liang, il geniale consigliere del fondatore della dinastia Han, Liu Bei, che allea il suo Shu con Wu. Ma la morale della favola non è l’alleanza dei due più deboli contro il più forte. E nemmeno la vittoria del più “giusto”, del più attaccato ai princìpi, ai valori si direbbe oggi. Semmai è la flessibilità, l’intercambiabilità delle alleanze.   

 

Da allora ne è caduta di neve sul Kunlun. La Cina è stata dapprima a lungo alleata con l’Unione sovietica di Stalin, contro l’“imperialismo” americano. Anche se Mao aveva flirtato con l’America di Roosevelt in funzione anti-giapponese e, soprattutto, anti Kuomintang e le si rivoltò contro solo quando l’America scelse Chiang Kai-shek. Poi venne il momento che stava per far la guerra contro la Russia. E’ anche in funzione antisovietica che Nixon e Kissinger andarono in Cina, e seguirono decenni di disgelo tra i due paesi. Si dice che Kissinger, ormai quasi centenario, consultato dalla Casa Bianca, proponesse un riavvicinamento tra America e Russia per contenere la Cina che stava invadendo il mondo con le sue esportazioni. Corsi e ricorsi direbbe Giovan Battista Vico. Ma ogni volta con uno spin diverso. Unica costante una sorta di dissolvenza in secondo piano dell’Europa, che pure, se davvero unita, avrebbe i numeri per giocare da protagonista.

 

La Cina è stata dapprima a lungo alleata con l’Unione sovietica di Stalin, contro l’“imperialismo” americano.

        

C’era stato un momento, negli anni Ottanta, in cui l’Europa era considerata l’interlocutore privilegiato. Poi non è che si siano ricreduti. E’ che l’Europa è mano a mano diventata ai loro occhi sempre più irrilevante. Il grosso guaio è che da qualche tempo a Pechino non la prendono più in considerazione. Forse perché non gli è chiaro a chi rivolgersi. Forse perché dubitano che esista in quanto entità. Ma se tutto cambia a ritmi vertiginosi potrebbe cambiare anche questo. Quel che non è mai cambiata è la concezione cinese di un mondo a tre o più poli. In cui muoversi spregiudicatamente, con la massima flessibilità, nell’interesse beninteso della Cina.

 

Un erudito del terzo secolo, Claudio Eliano, nella sua Storia degli animali suggerisce una situazione in cui nella stessa rete del pescatore vengano a trovarsi impigliati una murena, un polpo e un astice. “La murena detesta il polpo, e il polpo è nemico dell’astice, e quest’ultimo è nemico acerrimo della murena. […] La murena coi suoi denti affilati è in grado di recidere i tentacoli del polpo, e quando penetra nel suo ventre fa la stessa cosa […]. Quanto agli astici, i polpi le avvinghiano coi loro tentacoli fino a soffocarle. Dopo averle uccise, ne succhiano la carne […]. Contro la murena, invece, l’astice protende le chele e stringe con forza […] La murena, nello spasimo, si contorce e si trafigge sopra gli aculei della corazza dell’astice, che le si conficcano addosso […] finché non ne può più e giace inerte, diventando un buon banchetto per la rivale” (Historia animalium, I, 32). Fanno questo perché “l’ostilità e l’odio innati sono un terribile malanno e una violenta malattia”. 

La storiella non dice cosa succede nel caso che due dei tre si mettano d’accordo a scapito del terzo. Si può immaginare che l’equilibrio del terrore funzioni più o meno finché uno dei tre si distrae o abbandona il campo. Gli apologhi lasciano il tempo che trovano. Tutt’al più possono offrire spunti alla riflessione.

 

Una novità nel puzzle del negoziato ucraino è sembrata arrivare quando la Cina ha ventilato a sorpresa, affidando l’ipotesi a un giornale tedesco, di mandare lei truppe di interposizione per garantire un’eventuale tregua. Era probabilmente un ballon d’essai. Poi Pechino ha smentito. L’offerta sembra non piaccia a nessuno. Non le vuole Putin, non le vogliono gli americani, non sembra gradita agli europei. Così come né gli americani, né i russi vogliono truppe di pace europee. Ma era un’idea, una delle poche.  

 

Viviamo in “Tempi interessanti” per dirla con lo storico Eric Hobsbawm, che così intitolò la sua autobiografia. I tempi sono quello che lui definì il “secolo breve”, che ha visto due guerre mondiali e infinite rivoluzioni e controrivoluzioni. Era nato nel 1917, l’anno della Rivoluzione in Russia. E’ morto novantacinquenne nel 2012. Avevo fatto in tempo a conoscerlo e intervistarlo. Non possiamo chiedergli che ne pensa di quel che succede oggi. “Possa tu vivere tempi interessanti” è un detto proverbiale che suona come una maledizione. Viene attribuito ai cinesi, ma non si trova in nessuna fonte cinese. Qualcuno sostiene che venga da un romanzo pulp americano. Di certo questi sono tempi confusi, in cui è difficile raccapezzarsi.

 

C’è chi invoca giustamente la pace e forse non si accorge che si sta camminando come sonnambuli sul ciglio del burrone della guerra. C’è chi inorridisce alla parola riarmo. E dimentica, anzi considera una parolaccia la parola deterrenza, che è poi quella che, sia pure in un equilibrio del terrore, ci ha assicurato tre quarti di secolo di pace. E’ un tempo di disorientamento, di lacerazioni. Tipo quelle che ci avevano portato alle grandi guerre. Divisa la destra. Divisa aspramente la sinistra. Così come lo era all’arrivo della Prima e poi anche della Seconda guerra mondiale. Tutt’al più sappiamo qualcosa di come ci si è arrivati. Non sappiamo come andrà a finire. C’è di che essere davvero frastornati