editoriali

Il regime birmano pensa solo alla guerra

Redazione

A quasi una settimana dal terremoto il bilancio dei morti continua a salire e l’esercito reagisce alla catastrofe continuando a bombardare i territori occupati. Il Tatmadaw spara contro un convoglio della Croce rossa cinese. La giunta è costretta ad annunciare la tregua. Tutti gli ostacoli ai soccorsi

Chi conosce bene il Myanmar e il suo regime militare lo aveva detto sin dalle prime ore del terremoto: il Tatmadaw non collaborerà nei soccorsi, non cesserà gli attacchi cui sottopone i civili da anni, cercherà di sfruttare la situazione di crisi come tornaconto personale. Non erano semplici “accuse” del governo di opposizione in esilio (Nug), ma fatti: la giunta militare ha una lunga storia di weaponization degli aiuti internazionali da destinare a catastrofi che si sono abbattute sul paese. Il suo arsenale, finanziato da Russia e Cina, è fondamentale per intimorire la popolazione e reprimere le Forze di difesa popolare – il braccio armato del Nug – e le organizzazioni etniche armate che controllano ormai quasi l’80 per cento del paese.

 

A quasi una settimana dal terremoto il bilancio dei morti continua a salire (ieri aveva superato le 3 mila) e l’esercito ha reagito alla catastrofe in un modo prevedibile, ma disumano: ha continuato a bombardare i territori occupati, persino quelli rasi già al suolo dal sisma; ha ostacolato gli aiuti reindirizzandoli nelle città più “fedeli”; ha prelevato giovani soccorritori per arruolarli; non ha mai risposto all’offerta di una squadra taiwanese pronta a recarsi in Myanmar; ha negato i visti ai giornalisti internazionali e ha tenuto bloccati internet e social ostacolando le comunicazioni.

 

Il Nug, il governo democraticamente eletto prima del colpo di stato militare del 2021, ha subito annunciato un cessate il fuoco unilaterale di due settimane per agevolare i soccorsi, seguito dai 30 giorni annunciati dalla Three Brotherhood Alliance, un’alleanza di tre gruppi che da mesi ha conquistato molti territori. La giunta prima ha negato l’invito della comunità internazionale a fare lo stesso, poi ieri ha cambiato idea dopo un episodio quasi surreale: gli spari contro un convoglio di aiuti della Croce rossa cinese che non aveva avvisato di volersi spostare in un territorio di conflitto. I militari non possono fare a meno dell’aiuto cinese, ma la loro unica preoccupazione è continuare la guerra e riconquistare i territori persi negli ultimi mesi.