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Bitplomacy •
L’influenza del Pakistan alla Casa Bianca è colpa di un “crypto bro”
Da ministro delle Finanze a presidente della Pakistan Virtual Assets Regulatory Authority: il trentacinquenne Bilal Bin Saqib è il principale architetto del riavvicinamento tra Washington e Islamabad. Non si definisce trader, ma "artista"
1 APR 26

Foto ANSA
C’è una fotografia che vale più di qualunque comunicato stampa. Gennaio 2026, Islamabad, un palazzo ornato nel centro della città. Il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir, l’uomo che comanda davvero il Pakistan, stringono la mano a Zachary Witkoff, trentadue anni, figlio dell’influente consigliere di Trump Steve Witkoff e amministratore delegato di World Liberty Financial, la piattaforma crypto co-fondata dalla famiglia del presidente americano. L’occasione formale è la firma di una lettera di intenti non vincolante sull’adozione dello stablecoin USD1 nei pagamenti transfrontalieri, un accordo esplorativo che non comporta impegni finanziari rilevanti. Eppure tutta quella potenza istituzionale radunata in un’unica stanza ha il peso di una visita di stato.
Nell’immagine, sul lato opposto di Munir, si trova un uomo che la maggior parte degli osservatori internazionali non saprebbe ancora identificare: Bilal Bin Saqib, trentacinque anni, di Lahore, laurea magistrale alla London School of Economics, e una definizione di “crypto bro” che lui rivendica senza ironia.
La storia di come Saqib sia diventato il principale architetto del riavvicinamento tra Washington e Islamabad comincia durante la bull run del 2017, quando Bitcoin passa in dodici mesi da meno di mille dollari a quattordicimila. Saqib vive allora tra il Regno Unito e il Pakistan, fa tre lavori contemporaneamente per pagarsi gli studi, incluso pulire i bagni del supermercato universitario. Guarda i grafici e decide che quella è la cosa che lo interessa. Più tardi farà un TEDx talk, co-fonderà una charity per l’accesso all’acqua potabile per le donne in Pakistan, finirà su Forbes under 30. Ma è la traiettoria cripto a costruirgli le relazioni che contano, fino ad arrivare nel 2023 alla nomina di membro dell’Ordine dell’Impero britannico, per mano del Re in persona.
A marzo dello scorso anno viene nominato in rapida successione consigliere del ministro delle Finanze del Pakistan per le criptovalute, ceo del Pakistan crypto council e assistente speciale del primo ministro per blockchain e criptovalute, fino a diventare presidente della Pakistan Virtual Assets Regulatory Authority. Come sia passato dall’anonimato a queste posizioni nel giro di pochissimo tempo, Saqib non lo spiega con precisione: cita il ministero delle Finanze e lascia cadere la domanda. Quando gli chiedono quale sia la sua competenza specifica, risponde che è “essenzialmente trasformare un’idea in esecuzione”, per poi aggiungere ulteriore alone al suo mistero: “Non sono un trader, sono un builder. Sono l’artista, non lo scienziato”.
Nel frattempo, sul fronte regolatorio, il Pakistan approva una legge completa sulle cripto all’inizio dell’anno, lancia una una “zona franca regolata” per sperimentare innovazioni sotto controllo pubblico, invita gli exchange globali a richiedere licenze, propone una riserva nazionale cripto e destina duemila Megawatt al mining. Un paese che fino a poco tempo fa trattava il settore come una zona grigia vicina alla truffa si trasforma nel giro di mesi in uno dei più attivi al mondo sul fronte dell’adozione istituzionale.
Il cardine della sua strategia è la relazione con World Liberty Financial. Saqib era stato nominato consulente della società nell’aprile 2025, abbandonando l’incarico al momento dell’ingresso nel governo. Il filo però è rimasto teso. A febbraio scorso posta un selfie da Mar-a-Lago con Zachary Witkoff e altri dirigenti della società. Negli stessi giorni, Pakistan e Stati Uniti raggiungono un accordo per la ristrutturazione del Roosevelt Hotel a Manhattan, negoziato da Steve Witkoff. I due piani, commerciale e diplomatico, si sovrappongono senza che nessuno senta il bisogno di tenerli separati, in piena continuità con lo Zeitgeist trumpiano. Saqib chiama tutto questo “Bitplomacy”, la diplomazia dei bitcoin.
Il Pakistan conta circa quaranta milioni di utenti cripto con volumi di trading che superano i trecento miliardi di dollari. Per Washington il valore strategico è anche di altro tipo: il paese è una potenza nucleare, ha una popolazione enorme (oltre 250 milioni di persone) e potrebbe aiutare a diversificare le catene di approvvigionamento americane di minerali critici: a settembre una società del Missouri ha firmato un memorandum con una società di proprietà militare per lo sviluppo di terre rare.
E così finisce che Trump, che nel primo mandato aveva accusato Islamabad di aver intascato miliardi fingendo di combattere il terrorismo, adesso chiama il capo dell’esercito pachistano “a great general” e “a great guy.”
“Grazie alle cripto, si sono aperte delle porte”, ha sintetizzato mirabilmente Saqib. “Abbiamo avuto l’opportunità di fare un rebranding”, continua, alludendo alla sua storia personale ma anche a quella del suo paese. La maglietta nel suo profilo X dice: le criptovalute non sono un crimine. Il Re d’Inghilterra – e quello americano – gli hanno già dato ragione.




