Stiamo costruendo nuove alleanze sulle armi, in modo diverso rispetto agli anni Novanta o Duemila, quando le forze ucraine furono svendute come se fosse il Black Friday. Non stiamo svendendo le nostre armi, né svuotando i magazzini. Stiamo offrendo una partnership di sicurezza che sia a lungo termine e vantaggiosa per l’Ucraina”. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha girato un video dedicato ai lavoratori del complesso industriale della difesa dell’Ucraina, i soldati delle fabbriche che costruiscono l’arsenale di Kyiv e adesso anche dell’Europa e del medio oriente. Produrre armi in un paese in guerra vuol dire sapere che ogni istante lavori come in trincea, sei un bersaglio, continuamente. Le fabbriche di armi sono sempre prese di mira dal nemico e questo rende il lavoro pericoloso e soggetto a continui cambiamenti. Nonostante tutto, l’Ucraina in quattro anni di invasione totale ha trasformato il suo arsenale, si è dotata di armi che soltanto Kyiv sa produrre e lo ha fatto tra gli allarmi bomba, i droni e i missili. Se c’è un imperativo a cui l’Ucraina obbedisce è: non svendiamoci. Mentre gli europei e gli americani continuavano a parlare del sostegno a Kyiv come di collette necessarie da mandare a un alleato da tenere in vita, l’Ucraina si è organizzata da sola per resistere contro l’invasione russa ed è diventata una potenza militare ormai necessaria alla protezione dell’Europa e anche del medio oriente. Tutto è successo in fretta, a un ritmo che per molti è difficile da comprendere. L’Ucraina corre e noi la rincorriamo. L’Ucraina sostiene due guerre, mentre tutto attorno si levano cori di “non è la nostra guerra”. “Non è la nostra guerra”, dicono gli americani e anche gli israeliani quando si parla dell’aggressione russa in Europa. “Non è la nostra guerra”, rispondono gli europei quando viene chiesto loro di intervenire in medio oriente contro la Repubblica islamica dell’Iran. La guerra è una è invece la risposta degli ucraini che nell’invasione di Mosca e nei missili e nei droni di Teheran e dei suoi alleati nella regione vede un unico grande fronte. Tutto è legato e se non si comprendono i legami, si rischia di finire stritolati. L’idea di mondo di Mosca e Teheran si combatte soltanto se i due fronti si tengono insieme, per questo l’Ucraina ha scelto di andare in medio oriente, prendere accordi con i paesi del Golfo bersagliati dai droni Shahed e aiutare a intercettarli. Per una lista sempre più lunga di paesi, l’alleanza con Kyiv è diventata una garanzia di sicurezza. In Europa come in medio oriente.
Ieri, nella prima tappa del suo tour europeo, Zelensky è stato a Berlino, dove ha incontrato il cancelliere Friedrich Merz, che ha dichiarato che il rapporto bilaterale tra l’Ucraina e la Germania è diventato una “partnership strategica”. I due paesi stanno ampliando la cooperazione militare in seguito agli accordi raggiunti durante le consultazioni dei due governi: difesa aerea, armi a lungo raggio, droni, munizioni, scambio di dati digitali. Berlino e Kyiv hanno già firmato dieci documenti, per un valore di 4 miliardi di euro. La Germania garantisce all’Ucraina sistemi difensivi come i missili Pac 2 e lanciatori Iris-T. L’Ucraina garantisce alla Germania la produzione in sicurezza delle proprie armi e intese sui droni. L’aiuto non è unidirezionale e in Germania funziona già uno stabilimento per la coproduzione di droni, un progetto che – come ha raccontato il consigliere di Zelensky per la produzione industriale, Aleksandr Kamyshin – è in espansione e arriverà a comprendere entro la fine dell’anno una decina di stabilimenti in tutta Europa. “Quel che stiamo facendo – ha detto Merz – non è vantaggioso soltanto per la difesa dell’Ucraina: è anche di particolare beneficio per noi, per la nostra sicurezza”. Il cancelliere ha così sancito il nuovo ruolo di Kyiv: un alleato che fornisce garanzie di sicurezza ai paesi europei, perché ha la competenza, la tecnologia e la volontà politica di sostenere questo ruolo (e purtroppo non si può dire che vale il viceversa). Zelensky ha detto che l’accordo sui droni “sarà il più grande tra gli accordi di questo tipo in Europa”, è simile a quelli che il governo di Kyiv ha siglato con i paesi del Golfo, ma è un documento separato, perché la Germania è un grande partner dell’Ucraina – assieme al Regno Unito fornisce i due terzi del sostegno dell’Europa occidentale a Kyiv; il secondo blocco, in termini di aiuti, è costituito dall’Europa del nord, mentre il sud e l’est dell’Europa hanno ridotto o mantenuto uguale (basso) il loro impegno. Zelensky ha anche spiegato: “Stiamo parlando anche di difesa aerea e di missili balistici. In Europa, per dirla in modo semplice, non c’è abbastanza capacità produttiva in questo senso. Dobbiamo fare in modo che l’Ucraina lavori con l’Unione europea per produrre sistemi di difesa contro i missili balistici”. Il presidente ucraino ha ribadito che sostenere Kyiv nella sua difesa dall’aggressione russa non è beneficenza, ma è un investimento intelligente: “Oggi in Germania, l’industria, il governo e i tedeschi stessi sanno che non siamo soltanto grati per il loro sostegno, ma che questo sostegno viene ripagato attraverso la nostra esperienza e con il nostro contributo per una produzione congiunta” di materiale bellico. Merz ha detto che il prestito da 90 miliardi di euro promesso a dicembre e posticipato dai veti dell’Ungheria ora deve arrivare, con urgenza; è stato cauto sull’adesione dell’Ucraina all’Ue, che la Germania sostiene, ma non sarà in tempi brevi; e ha ribadito: “Beneficiamo della resistenza dell’esercito ucraino, e la Russia non ha possibilità di vincere questa guerra”.
La trasformazione dell’Ucraina in partner è iniziata già mesi fa. Il momento della consapevolezza forse può essere fissato alla metà di settembre dell’anno scorso, quando Zelensky notò che la Polonia, che è il paese della Nato che più spende, in termini relativi al suo pil, per l’Alleanza atlantica, era riuscita ad abbattere soltanto quattro dei 19 droni che la Russia aveva lanciato dentro allo spazio aereo polacco (e quindi europeo), peraltro dovendo utilizzare sistemi costosissimi. Anche nella guerra in corso in medio oriente, questo calcolo è di nuovo tornato brutale: nei primi giorni del conflitto in Iran, gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo hanno utilizzato circa mille missili intercettori Patriot, che costano tra i 3 e i 4 milioni di dollari ciascuno, contro i droni iraniani Shahed, che invece costano tra i 20 e i 50 mila dollari ciascuno. Già a settembre scorso, in un’intervista a Sky News, Zelensky aveva detto: possiamo aiutarvi noi, cari europei, a difendervi dagli attacchi in modo non soltanto efficace, ma anche efficiente. Il presidente ucraino – che ha una capacità strategica che nessuno ha in Europa perché deve fare i conti con una guerra attiva e violentissima ogni giorno da più di 1.500 giorni – aveva già capito non soltanto che il suo paese era in grado di fornire tecnologia ed esperienza agli alleati, ma anche che la gestione della forniture delle armi occidentali all’Ucraina stava trasformandosi velocemente. Gli europei avevano già quasi dimenticato che a luglio un’azione unilaterale del Pentagono pare non concordata nemmeno con la Casa Bianca aveva bloccato l’invio di armi americane agli ucraini, comprese quelle che già erano in territorio europeo, al confine polacco, ma Zelensky no, non poteva dimenticarlo, perché quella sospensione lui l’aveva misurata in droni e missili non intercettati, quindi in morti. L’Amministrazione Trump stava allineandosi con il Cremlino, le pressioni su Kyiv erano forti e sprezzanti, e di lì a poco si sarebbe arrivati – a novembre – all’accordo Purl, il meccanismo che prevede che venga compilata una lista prioritaria di equipaggiamenti stilata dall’Ucraina e convalidata dal Comando europeo della Nato, o detto in termini semplici: gli europei comprano dall’America le armi che servono alla difesa ucraina, e gliele inviano. Con il Purl la solidarietà gratuita degli Stati Uniti all’Ucraina è finita. Negli scorsi mesi Zelensky, che ha una capacità di adattamento invidiabile, ha detto che il sistema Purl funziona e ha ringraziato gli americani per i sistemi d’arma che ha ricevuto, anche se il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha lasciato intendere che i fondi stanziati per il Purl possono essere dirottati per ricostituire gli arsenali americani svuotati dalla guerra contro l’Iran. L’Amministrazione Trump ha disdegnato l’aiuto offerto dall’Ucraina già l’anno scorso in particolare sulla produzione congiunta di droni – il presidente ha ripetuto nelle scorse settimane che gli americani hanno i droni migliori, e non hanno bisogno di niente: non è vero – e continuano a ignorare il fatto che la Russia sostiene l’Iran nella guerra contro gli americani e gli alleati del Golfo. Anzi, i trumpiani continuano a dire che la difesa ucraina ha svuotato gli arsenali americani che ora invece servono in medio oriente: Hegseth ha citato come esempio i Tomahawk, che però all’Ucraina notoriamente non sono mai stati forniti. Zelensky è l’unico leader al mondo che non tratta le due guerre – quella che subisce da parte della Russia e quella dell’Iran – come un fronte unico, è l’unico a non essere caduto nella dialettica la mia guerra-la tua guerra che sta spezzando la Nato, e anzi offre il suo aiuto a tutti gli alleati – e soltanto l’America trumpiana non ha voluto accettarlo.
Ieri a Berlino Zelensky ha citato anche il meccanismo Purl e ha detto: “Perché abbiamo bisogno di questo programma? Perché ci fornisce un sistema specifico di difesa dai missili balistici. Sfortunatamente, l’Europa non ce l’ha ancora, questo sistema. Ma sono certo al cento per cento che l’Europa, assieme all’Ucraina, potrà produrlo. E’ una questione di tempo? Sì. Ma noi il tempo non ce l’abbiamo, nel momento in cui c’è una scarsità di questi sistemi noi dobbiamo continuare a proteggere le nostre famiglie, il nostro popolo: è per questo che abbiamo bisogno del Purl, e ringraziamo la Germania per il suo contributo a questo meccanismo”. Anche il Purl è una soluzione temporanea: la partnership strategica dell’Ucraina con l’Europa lo rimpiazzerà. Ancora una volta, Zelensky non aspetta con le mani in mano, anzi: l’Ucraina è il primo paese del mondo ad aver aperto la possibilità di addestrare i modelli dell’intelligenza artificiale con i dati reali rilevati sul campo di battaglia. Significa che il governo di Kyiv è disposto a condividere tutto quel che sta imparando sul campo con i suoi alleati, con un data sharing unico e dolorosamente aggiornatissimo.
Nel giugno dello scorso anno, prima della sospensione delle forniture, prima della visita di Vladimir Putin in Alaska per il negoziato diretto – con tappeto rosso – con Trump, prima dei droni lanciati dalla Russia nei cieli europei, prima del Purl, avevamo chiesto alla saggista americana Anne Applebaum se l’Europa sarebbe stata in grado di salvare l’Ucraina, e lei ci aveva risposto: “La questione non è se l’Europa salverà l’Ucraina, l’Ucraina si sta salvando da sola. Alla fine, potrebbe essere l’Ucraina che salva l’Europa, perché sono gli ucraini che oggi sanno meglio di tutti come si combatte una guerra. Saranno gli eserciti europei a dover prendere lezioni dagli ucraini su come si combatte in questo nuovo mondo, alcuni paesi lo stanno già facendo. Dobbiamo smettere di pensare agli ucraini come a dei poveracci che devono essere salvati, viviamo in un mondo nuovo in cui gli ucraini sanno cose che noi non sappiamo. Certo, hanno bisogno di soldi e di munizioni e di un’Europa che sia in grado di ricostruire le loro industrie e la capacità di raccogliere informazioni, ma questo non aiuta soltanto l’Ucraina, aiuta anche gli europei”. In questo nuovo mondo, è l’Ucraina a fornire ai suoi alleati le garanzie di sicurezza, e per fortuna nostra Zelensky non è permaloso, e non tiene la lista nera degli ingrati.
Deve esserci anche un pregiudizio tutto occidentale nei confronti di Kyiv. Gli europei hanno a lungo trattato il presidente ucraino con paternalismo, nonostante la solidarietà che gli ucraini ci riconoscono in ogni occasione. Il presidente americano ha chiamato Zelensky “un piazzista”, lo ha trattato da mendicante, perdendosi lo sviluppo tecnologico e militare di un paese che di fatto sarà fondamentale per l’Alleanza atlantica anche se non dovesse farne parte in futuro. In medio oriente, invece, i paesi del Golfo sono stati molto rapidi a rivolgersi all’Ucraina nel momento di necessità, quando la Repubblica islamica dell’Iran ha iniziato a bombardarli. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno telefonato a Zelensky. Il presidente ucraino ha mandato una squadra di esperti con l’obiettivo di studiare i sistemi di difesa delle tre monarchie e implementarli. La guerra è unica, l’Iran ha partecipato alla guerra contro l’Ucraina e Zelensky non ha esitato a mettere le sue armi al servizio di nuovi alleati che da tempo studiavano i suoi sistemi di difesa e si erano già interessati all’arsenale di Kyiv. L’Ucraina ha colto l’opportunità, ha firmato intese dalla durata decennale per dare armi e avere in compenso sicurezze sui rifornimenti energetici: “I droni sono il nostro petrolio”, aveva detto il presidente ucraino, e ora sta usando l’arsenale di Kyiv proprio come i paesi del Golfo hanno sempre usato il loro petrolio.
Oggi Zelensky è a Roma. Incontrerà la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il suo consigliere Kamyshin ci aveva detto che i rapporti con l’Italia sono ottimi e si era augurato di poter approfondire la cooperazione, dicendo che si può fare molto di più. Sarà la prima volta che Zelensky incontrerà Meloni con la consapevolezza che non starà più parlando con una dei più forti alleati di Donald Trump. Ieri il presidente americano si è definito “scioccato” perché la presidente del Consiglio non vuole aiutare Washington in medio oriente: “Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”, ha detto al Corriere della sera. Spesso per gli ucraini Roma è stata un ponte, in virtù del suo rapporto con Trump. Quel ponte è diventato pericolante, è sospeso. Lo spazio fra noi e Washington sembra essersi allargato. Quello fra noi e Kyiv invece è sempre più ridotto: l’Ucraina è anche per l’Italia la più grande garanzia di sicurezza.