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L'Iran guiderà la non proliferazione. Il paradosso atomico dell’Onu
Nonostante le violazioni accertate dall’Aiea e un programma vicino alla soglia della bomba, Teheran viene eletta vicepresidente della conferenza sulla revisione del Trattato per il nucleare
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29 APR 26

Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres (foto Ansa)
“Per la prima volta in decenni, il numero di testate nucleari è in aumento” ha scritto ieri il segretario generale dell’Onu António Guterres. “E’ ora di riaffermare l'impegno per il disarmo e la non proliferazione come unica vera via per la pace”. Fantastico.
Peccato che nelle stesse ore il regime di Teheran venisse eletto, tra gli applausi generali e pochi dissensi occidentali, vicepresidente della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare che si tiene ogni cinque anni ed è guidata dal vietnamita Do Hung Viet. Un paradosso che avrebbe fatto sorridere persino il diavolo di Voltaire, se solo il diavolo avesse avuto un seggio all’Assemblea generale. Nonostante Teheran sia in violazione del Trattato secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dell’Onu, l’Iran è eletto per i paesi non allineati, eredi di Bandung e della retorica terzomondista, che vede nell’Iran un bastione contro l’“egemonia occidentale”.
Peccato che nelle stesse ore il regime di Teheran venisse eletto, tra gli applausi generali e pochi dissensi occidentali, vicepresidente della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare che si tiene ogni cinque anni ed è guidata dal vietnamita Do Hung Viet. Un paradosso che avrebbe fatto sorridere persino il diavolo di Voltaire, se solo il diavolo avesse avuto un seggio all’Assemblea generale. Nonostante Teheran sia in violazione del Trattato secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dell’Onu, l’Iran è eletto per i paesi non allineati, eredi di Bandung e della retorica terzomondista, che vede nell’Iran un bastione contro l’“egemonia occidentale”.
Lo scorso anno, il Consiglio dei governatori dell’Aiea, composto da trentacinque membri, ha adottato una risoluzione che dichiara l’Iran in violazione dei suoi obblighi di non proliferazione per la prima volta dal 2005. L’Aiea ha affermato che l’Iran ha costantemente omesso di fornire informazioni su materiale atomico e attività nucleari non dichiarati in diversi siti clandestini e che ha superato il sessanta per cento di arricchimento dell’uranio, a un passo dalla soglia della bomba atomica (novanta per cento), con abbastanza uranio da fabbricare potenzialmente nove ordigni nucleari.
Il Trattato del 1970, nato dalle ceneri della Guerra fredda per congelare il club atomico ai cinque vincitori del 1945, è sempre stato un patto zoppo e l’Iran vi gioca oggi la carta del “diritto inalienabile” all’uso pacifico dell’energia nucleare, come recita l’articolo IV, mentre i suoi scienziati danzano sul filo della soglia critica. Materiale fissile non dichiarato, siti occulti dentro le menzogne, omissioni reiterate: un dossier che dal 2005 non vedeva un tale livello di sfacciataggine. Eppure, nel 2026, la Repubblica islamica siede al tavolo delle decisioni atomiche come se fosse il guardiano di Hiroshima, non il suo potenziale erede tecnologico, come quando la Libia di Gheddafi ha presieduto la Commissione sui diritti umani e l’Arabia saudita è stata eletta in quella per le donne e l’uguaglianza di genere. Intanto Teheran ingrossa il suo bottino delle nomine al Palazzo di vetro, una più assurda dell’altra per il regime che detiene il record mondiale di esecuzioni pro capite.
Nell’ultimo mese, prima l’Iran è entrato a far parte del Comitato consultivo del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Poi il regime è stato eletto vicepresidente (Abbas Tajik) della Commissione Onu per lo sviluppo sociale, che si occupa della “promozione della democrazia, l’uguaglianza di genere e la garanzia della tolleranza e della non violenza”. Infine, Teheran si è preso la vicepresidenza della commissione incaricata di attuare la Carta delle Nazioni Unite. Ora è eletto al vertice della non proliferazione atomica. L’Onu sembra un bazar levantino dove il voto vale quanto la retorica antioccidentale. I paesi europei che hanno votato contro l’Iran – Germania e Francia in testa – dimostrano che almeno una frazione di occidente ricorda ancora la lezione di Monaco: l’appeasement non disarma i predatori, li incoraggia.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.