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Rubio, Vance e il partito repubblicano alla prova di cattolicesimo
La stella del vicepresidente da tempo si è appannata, mentre lo scaltro Segretario di stato ha evitato di mettersi troppo in luce e ora approda in Italia, per cercare di ricucire gli strappi con il Vaticano e con la premier. Un ulteriore passo in avanti nella successione a Trump
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5 MAY 26

Foto ANSA
"Se il tuo primo pensiero dopo la conversione al cattolicesimo è attaccare il Papa, c’è qualcosa che ti sfugge”. Da tempo, in alcuni circuiti conservatori e cattolici americani, circola questa battuta. E’ riferita alla copiosa pattuglia di post-liberali convertiti al cattolicesimo negli ultimi anni e tra i quali spicca il vicepresidente JD Vance, la cui principale occupazione è stata, con zelo tipico del convertito, lo spiegare la dottrina cattolica, i passi di San Tommaso e quelli di Sant’Agostino alle gerarchie vaticane. In effetti, non è stato il solo Vance ad avere, storicamente, parole non esattamente accondiscendenti nei confronti di un Pontefice: l’intero edificio culturale del post-liberalismo è stato costruito poggiando anche su una radicale critica del globalismo incarnato dal predecessore di Papa Leone, Papa Francesco.
Ma la stella di JD Vance da tempo si è appannata. Vittima della nicchia nazional-populista in cui si è ritirato, di una politica estera trumpiana in rotta di collisione con l’isolazionismo di vasta parte dei post-liberali e della piattaforma America First, e dell’astro nascente di Marco Rubio. Lo scaltro Segretario di stato ha evitato di mettersi troppo in luce e di suscitare per questo le ire di Trump, è stato inoltre presenza accorta e discreta ma costante in tutti i dossier più delicati. E’ emerso come trionfatore dell’operazione in Venezuela, e si è tenuto lontano dal disastro iraniano. E ora eccolo approdare in Italia, per cercare di ricucire due strappi: quello con il Vaticano e quello con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Non c’è dubbio che a Washington privilegino però la necessità di appianare i dissidi con il Pontefice, e lì si concentreranno gli sforzi di Rubio: il voto dei cattolici è essenziale e le elezioni midterm sono in arrivo. I sondaggi non sono confortanti, il movimento Maga è sempre più dilaniato e ulteriori crepe appaiono, dopo le ultime vicissitudini, non solo di politica internazionale, si pensi alla sentenza della Corte Suprema sui dazi, come una potenziale catastrofe. Rubio è, per certi versi, un cattolico atipico: nato cattolico, si è convertito nel corso della sua vita al protestantesimo battista, persino al mormonismo, ma ogni volta è tornato alla fede cattolica. Il percorso appare molto diverso da quello di Vance, uomo dalle mille storie e dalle mille personalità. La vicenda di Rubio viene vista come una vera ricerca di verità spirituale, e il ritorno inesorabile al cattolicesimo come una spinta sincera verso la Chiesa di Roma. La conversione di Vance, al contrario, soprattutto dopo gli sfoggi di polemiche con il Papa, a cui il vicepresidente ha consigliato di attenersi alle questioni morali, come se la guerra non lo fosse, inizia a essere osservata con crescente scetticismo. La posizione di Vance è molto delicata, anche perché al di là delle sue personali posizioni a tenere banco c’è l’ingombrante figura di Trump che da ha intrapreso la strada dei meme mistici: il messianismo trumpiano, condotto a furia d’immagini realizzate con intelligenza artificiale e riconducibile a quel ramo del pentecostalismo conosciuto come “movimento carismatico”, mette in profondo imbarazzo non solo i cattolici ma anche una buona parte dei protestanti.
Per questo la missione romana di Rubio può essere letta anche nella prospettiva d’un ulteriore passo in avanti del Segretario di stato nella gerarchia del partito repubblicano e nella successione a Trump. Inoltre la struttura che dipende da Rubio negli ultimi mesi si è depurata delle figure più radicali dell’universo Maga. Le lotte consumate durante la redazione della Strategia di sicurezza nazionale hanno portato al collasso interno dell’ala intransigente, rappresentata da Michael Anton, teorico del “Cesare americano” e primo tra gli esponenti di un think tank a confrontarsi con Curtis Yarvin, sostituito non per caso da uno dei più stretti collaboratori di Rubio, Michael Needham. Pur proveniente dalla Heritage Foundation e da coordinate Maga, Needham è molto meno ideologico di Anton. Alla finestra, lo stesso Peter Thiel. Ha finanziato e in certa misura creato la figura politica di JD Vance, ma non appare più molto convinto della scelta. Non sarebbe la prima volta che cambia, in corsa, cavallo su cui puntare.