L’affidabilità americana nel mondo è una risorsa che si sta consumando in modo misurabile. Numeri e squilibri

Il dubbio non si risolve con un’elezione: si gestisce con la ricalibrazione degli assetti, la diversificazione delle dipendenze, la costruzione di capacità autonome. Esattamente quello che gli europei stanno facendo, e che i paesi dell’Indo-Pacifico stanno valutando di fare

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L’affidabilità americana non è mai stata un fatto naturale. E’ stata costruita in ottant’anni di comportamento coerente, di istituzioni rispettate, di alleanze mantenute anche quando sarebbe stato più comodo abbandonarle. E’ su quella affidabilità che l’occidente ha edificato la sua architettura di sicurezza, è su di essa che i paesi democratici hanno fondato la propria capacità di proiettare influenza nel mondo senza dover ricorrere ogni volta alla forza. Oggi quella risorsa si sta erodendo, e la guerra in Iran ne ha accelerato il consumo in misura che vale la pena misurare con precisione. Nel marzo del 2026, mentre il conflitto con l’Iran entrava nella sua fase più critica, il Pentagono ha trasferito improvvisamente Mark Jones, direttore della politica della Nato nell’ufficio del segretario alla Difesa. Jones aveva trascorso più di vent’anni a lavorare sui rapporti con l’Alleanza, prima come militare poi come funzionario civile. Secondo fonti interne citate dall’Atlantic, era considerato “non allineato” con la visione dell’Amministrazione. La sua rimozione non è avvenuta durante la normale fase di ricambio politico all’insediamento, ma in piena crisi operativa, nel momento esatto in cui quei rapporti avrebbero richiesto la massima continuità istituzionale. Quel dettaglio, passato quasi inosservato, vale più di qualsiasi generalizzazione sul declino americano: non descrive un’intenzione, descrive un comportamento, e i comportamenti sotto stress sono la misura più attendibile delle priorità reali.
Il soft power, termine coniato dal politologo Joseph Nye, è la capacità di orientare il comportamento altrui attraverso l’attrazione piuttosto che la forza: ha misure empiriche precise, dai sondaggi di gradimento globale ai flussi di studenti stranieri verso le università americane. Che questa Amministrazione lo abbia sistematicamente trattato come una categoria irrilevante, o peggio come un segno di debolezza, è la tesi che Stephen Walt, professore di relazioni internazionali ad Harvard, ha sviluppato su Foreign Policy all’inizio di maggio. La conseguenza è un’America che ha ancora la forza per imporre ma che ha perso la capacità di convincere, rendendo ogni proiezione di potere più costosa da azionare e meno efficiente nel produrre effetti duraturi.
Il gradimento globale degli Stati Uniti ha già conosciuto crolli simili: dopo l’Iraq nel 2003 scese al 30-40 per cento, per risalire con Barack Obama fino al 75-80 in alcuni paesi. Richard Stengel, che nell’Amministrazione Obama era il funzionario responsabile della diplomazia pubblica americana, il cosiddetto “zar del soft power”, sostiene però che la crisi attuale è qualitativamente diversa da quei cicli. Ogni volta che il gradimento calava, lo faceva su uno sfondo di fiducia sistemica che ne consentiva la ripresa, perché il mondo continuava a credere nelle istituzioni americane anche quando non approvava le scelte del presidente in carica. Oggi quella fiducia di base è la prima vittima, e il 30-40 per cento registrato prima dell’avvio della campagna contro l’Iran rischia di essere non il punto più basso di un ciclo destinato a invertirsi, ma il limite oltre il quale difficilmente si tornerà a salire. Gli alleati non si chiedono più se questa Amministrazione li tratterà come variabili irrilevanti: si chiedono se qualsiasi Amministrazione futura possa garantire qualcosa di diverso. La condotta della campagna ha reso quella domanda impossibile da eludere. Gli alleati europei non sono stati consultati prima dell’avvio delle operazioni. Il Pentagono aveva consigliato ai tedeschi di concentrarsi sul fianco orientale della Nato mentre gli americani gestivano l’Iran: “Erano molto sicuri di sé”, ha riferito un funzionario tedesco all’Atlantic. Quando quella sicurezza si è dissolta e lo Stretto di Hormuz è rimasto bloccato, Trump ha definito gli alleati “vigliacchi” e la Nato “una tigre di carta”. Quando Friedrich Merz ha detto ad alcuni studenti che l’Iran aveva “umiliato” gli Stati Uniti, la reazione di Trump è stata furiosa, seguita dall’annuncio del ritiro di cinquemila militari dalla Germania, preso senza alcuna analisi preliminare. Una potenza egemone che gestisce alleati difficili non funziona così: punire il dissenso e premiare la deferenza è il modo più rapido per erodere le basi della propria coalizione.
Walt individua la radice del problema in una visione del mondo che divide tutto tra “vincitori” e “perdenti” e tratta qualsiasi compromesso come una capitolazione. Da quella premessa discendono scelte coerenti: l’UsAid (United States Agency for International Development), il principale braccio americano degli aiuti esteri, smantellato; per Voice of America un tentativo di chiusura bloccato dai tribunali; oltre sessanta organizzazioni internazionali abbandonate per decreto del segretario di stato Marco Rubio; le università americane, storicamente il vettore di influenza culturale più efficace al mondo, trasformate in bersaglio di un’ostilità istituzionale che riduce il numero di studenti stranieri disposti a sceglierle. Il risultato è che l’immagine della Cina nel mondo cresce mentre quella degli Stati Uniti declina, in un momento in cui la competizione tra i due modelli non avrebbe bisogno di ulteriori handicap autoimposti. La guerra in Iran ha aggiunto un precedente che pesa. Trump l’ha avviata senza consultare il Congresso né i propri alleati, e già a gennaio, in un’intervista al New York Times, aveva chiarito la sua concezione del potere: come comandante in capo, aveva detto, nulla lo poteva fermare tranne la propria “moralità” e la propria “mente”. E’ la prima volta nella storia recente che un presidente americano avvia un conflitto di questa portata senza nemmeno tentare di costruire un consenso, interno o esterno, e le democrazie alleate stanno traendo le proprie conclusioni.
Ho trascorso parte della mia vita professionale negli Stati Uniti, e ho seguito questa crisi con l’attenzione di chi conosce il paese da dentro, non solo dalle mappe. La forza militare americana rimane intatta, e la tenuta delle sue istituzioni nel breve periodo non è in discussione. Ciò che trovo difficile ignorare è la risposta che il mondo sta dando, in modo silenzioso e irreversibile, alla domanda che questa crisi ha posto: se l’affidabilità americana sia una proprietà strutturale del sistema o una variabile legata all’individuo che si trova alla guida del paese. Per ottant’anni il mondo ha risposto con riserve crescenti ma in sostanza che era strutturale. Quella risposta non è più disponibile. Il dubbio, una volta installato razionalmente, non si risolve con un’elezione: si gestisce con la ricalibrazione degli assetti, la diversificazione delle dipendenze, la costruzione di capacità autonome. E’ esattamente quello che i partner europei stanno facendo, e quello che i paesi dell’Indo-Pacifico stanno valutando. Chi considera l’egemonia americana un bene per l’occidente, come io continuo a considerarla, sa che ricostruire la fiducia erosa richiede decenni di comportamento coerente. Ogni mese che passa rende quel compito più difficile per chiunque verrà dopo.