•
Il Cremlino non rispetta il cessate il fuoco, nessun compromesso
I russi parlano con gli americani per costringere gli ucraini a non colpire o quanto meno non disturbare il 9 maggio, il giorno in cui Mosca cerca di proiettare la sua minaccia militare
di
7 MAY 26

Le sirene e poi le bombe, che invece avrebbero dovuto tacere, almeno fino alla mezzanotte del 10 maggio, quando i due cessate il fuoco, quello indetto da Kyiv e quello indetto da Mosca, sarebbero scaduti. Invece, alle dieci del mattino, ora ucraina di ieri, il cessate il fuoco era già stato violato milleottocentoventi volte dall’esercito russo, con attacchi soprattutto contro tre città: Kramatorsk, Zaporizhzhia e Dnipro. Era un tentativo: il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, voleva vedere quale fosse la disponibilità di Vladimir Putin al compromesso, visto che era stato il capo del Cremlino a chiedere per primo due giorni di sospensione degli attacchi per permettere l’organizzazione e la realizzazione della parata del 9 maggio, giorno in cui a Mosca si celebra il Giorno della vittoria, la fine della Seconda guerra mondiale. Il capo del Cremlino voleva tenere la festa al riparo dai droni di Kyiv, ha proclamato un cessate il fuoco unilaterale, mai notificato formalmente all’Ucraina. Zelensky ha risposto con la proposta di un’estensione del cessate il fuoco. Aveva poca speranza, ma molta curiosità di testare la volontà di Putin di scendere a patti. Per il presidente ucraino era anche un modo di sondare se in Russia qualcosa si è mosso, se il Cremlino si è aperto a una forma di colloquio. La risposta è stata piuttosto netta, è arrivata dopo la mezzanotte del 6 maggio con le bombe. (Flammini segue nell’inserto IV)
Zelensky ha fatto sapere che l’Ucraina risponderà, non rimarrà a guardare la violazione del cessate il fuoco, non lascerà a Mosca la possibilità di celebrare la parata del 9 maggio come la desidera, al riparo.
La Russia si sta muovendo parlando con gli Stati Uniti e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha avuto la sua prima conversazione al telefono dell’anno con il segretario di stato americano, Marco Rubio. Le telefonate fra i due, in passato, non sono state efficaci. Per i russi risulta più semplice parlare con i due emissari americani che si stanno occupando, senza successo, di trovare un accordo per la fine della guerra in Ucraina, Steve Witkoff e Jared Kushner. E’ possibile che la pressione diplomatica sugli Stati Uniti sia un tentativo di Mosca di tutelare il 9 maggio, spingere affinché siano gli americani a costringere gli ucraini a non colpire o quanto meno non disturbare il giorno dell’anno in cui il Cremlino cerca di proiettare la sua minaccia militare. Lo scorso anno, anche Donald Trump era stato invitato a raggiungere Putin e il leader cinese Xi Jinping a osservare la parata sugli scranni della Piazza Rossa. Il capo della Casa Bianca aveva anche accennato che l’idea non lo avrebbe disturbato: l’immagine del presidente americano che osserva le armi usate per fare guerra agli ucraini sarebbe stata la vera vittoria di Putin. Non è successo, quest’anno l’invito non è mai stato presentato neppure come battuta, ma i russi chiedono aiuto agli americani per frenare gli ucraini, spostando l’attenzione dalle violazioni del cessate il fuoco russe alle azioni che Kyiv può intraprendere contro Mosca. Gli Stati Uniti continuano a ripetere che un accordo è vicino, ma per il momento il Cremlino usa il desiderio negoziale di Washington per fare pressione su Kyiv e continua a volere la cessione dell’intero Donbas, anche dei territori che l’esercito russo non è riuscito a conquistare. Ragiona da vincitore, mentre tutto intorno i segnali dicono che è l’Ucraina a condurre la guerra, con armi nuove, con la resistenza e creandosi una rete di alleanze che oggi la rende indispensabile dall’Europa al medio oriente. Non ci sono ragioni per cui l’Ucraina invasa che ha allontanato l’invasore debba ragionare da perdente, accettare un accordo che prepari il terreno a una futura aggressione.
Trump si è distratto, pensa al medio oriente e la conclusione del conflitto contro la Repubblica islamica dell’Iran ha la precedenza sull’Ucraina. I suoi mediatori, Witkoff e Kushner, sono stati spostati su Teheran, ma è possibile che prima del vertice della Nato a luglio, si apra una nuova finestra per tornare a parlare di negoziati e proposte per la conclusione della guerra russa contro Kyiv. La scelta di Putin di non accettare compromessi su un cessate il fuoco indica che le sue posizioni negoziali non sono cambiate e parlare con Mosca continua a essere un esercizio diplomatico senza conclusione.
Di più su questi argomenti:
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)