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Ad attaccare il Papa e l’Europa ci rimette più Trump, dice Röttgen
Il vicepresidente del gruppo Cdu-Csu al Bundestag racconta il disinteresse trumpiano, la reazione europea e il futuro di Friedrich Merz
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8 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:10 AM

Norbert Röttgen (Getty Images)
Berlino. La situazione geostrategica globale è difficile ma non forse, come scrive la stampa, la peggiore in assoluto mai affrontata da un governo federale e il suo cancelliere, Friedrich Merz: “E allora Konrad Adenauer?”, il primo cancelliere del dopoguerra che guidò la Germania, divisa, dalle macerie della guerra e del nazismo. La domanda viene da Norbert Röttgen, una delle teste più affinate, e longeve, della politica tedesca in una lunga conversazione con il Foglio nel giorno in cui il segretario di stato Marco Rubio è a Roma (ieri) e si è incontrato con Papa Leone XIV. Röttgen, in Parlamento dal 1994, è stato ministro con Angela Merkel, due volte, dopo l’uscita di scena della cancelliera, candidato (battuto) alla leadership della Cdu, ex presidente della commissione Esteri del Bundestag e, oggi, vice presidente del gruppo parlamentare Cdu-Csu. Tedesco dell’ovest (nato a Meckenheim, Nord-Reno-Vestfalia), cattolico, cristiano democratico (Cdu), atlantista, è fra le voci più ascoltate in politica estera e di difesa.
Dopo i fuochi d’artificio fra Donald Trump e il Vaticano, l’incontro di Rubio con papa Leone XIV è un fatto positivo: “Immagino che i colloqui siano buoni”, ma esclude che Papa Leone si farà zittire: “Questo non è un Papa che si fa rabbonire con belle parole, è orientato con calma alla sostanza”. Se questo era l’intento della visita, allora “mission impossible”. E se dopo l’incontro Trump continuerà a sparare, ci sarà da parte del Papa una reazione, e sarà peggio per Trump, il “danno non sarà per Leone ma solo per Trump che è il più debole”.
C’è un metodo nella politica di Trump o, come ha criticato Merz attirandosi l’ira e gli insulti del presidente americano, solo l’assenza di una strategia? Röttgen vede due livelli di lettura. Dietro le decisioni sul rialzo dei dazi c’è una strategia e un calcolo ragionato, e anche “risentimento e una campagna elettorale per restare popolare. Sull’Iran la decisione non era frutto di riflessione politica, c’era l’entusiasmo per il successo del colpo in Venezuela e il fattore scatenante di Netanyahu” (cosa che Trump ha negato ma è stata più o meno confermata da Rubio). Insomma dietro c’è “un misto di calcolo politico e risentimenti, impulsi e reazioni spontanee sulla base anche di quel che succede sui mercati”.
L’annuncio di Trump di togliere 5 mila e oltre soldati americani dalle basi in Germania, che ne contano fino a 39 mila, più la minaccia di non stanziare più, come invece precedentemente concordato con l’Amministrazione Biden, i missili Tomahawk sul suolo tedesco, ha creato sorpresa e malumore in Germania. Delle due misure, quella più realistica, e preoccupante, è proprio quella di punire Berlino rinunciando allo stanziamento dei Tomahawk. “Si espone la Germania, e l’Europa, al pericolo dei missili a lungo raggio russi stanziati a Kaliningrad e in grado di colpire qualsiasi capitale europea: senza, avremo un buco nella deterrenza”, e la deterrenza è uno strumento importante per la sicurezza e il mantenimento della pace. I soldati americani non sono qui in vacanza, sono stanziati nel quadro della Nato a un livello anche tecnico. “Per Trump, che ha rintuzzato Merz per ben tre volte, è molto più importante e visibile la mossa sui Tomahawk”. In ogni caso l’Europa deve cominciare a pensare a provvedere a un rimpiazzo.
E’ evidente che per Trump l’Europa non è più centrale, “non vede più gli Stati Uniti come garante di sicurezza. Il che nel contesto di Ucraina, medio oriente e Cina ci indebolisce ma indebolisce anche, negativamente, il nostro modo di fidarci, rapportarci e vedere l’America”. Nell’azione politica di Trump, anche in Ucraina, vi sono sempre due livelli di lettura: uno della comunicazione pubblica e mediatica e uno pratico. “A livello pratico è rimasto tutto uguale, c’è una normalità Nato e così continuerà, il che è molto importante per la guerra in Ucraina: gli Stati Uniti non pagano più, siamo noi che compriamo per Kyiv le armi, ma loro mantengono le capacità di scambio di intelligence”. Il messaggio chiaro è che noi europei “dobbiamo pensare da soli alla nostra difesa convenzionale”. La definizione degli interessi americani in Europa cambierà, ma gli interessi americani sono quelli dell’Europa. Dopo Trump le cose cambieranno? “Senza Trump non ci sarà il trumpismo”, ma non si tornerà al passato. Oggi in Europa non c’è un posizionamento unito: “C’è una spaccatura (fra stati e politici) sull’idea di rapportarsi a Putin“.
Il cancelliere Merz, attirandosi le sue contumelie, ha criticato Trump sull’Iran, affermando di avere cominciato la guerra senza una strategia e di avere inflitto una “umiliazione a un’intera nazione”. Se ora però, come sembrerebbe, si arriva a un accordo per la fine del conflitto e la riapertura dello Stretto di Hormuz, Trump potrebbe cantare vittoria e sostenere che la guerra non è stata un errore. “Se il regime si mantenesse in piedi, sarebbe invece la prova che la guerra è stata un errore”. La guerra si gioca sul livello economico e di propaganda da ambo le parti, e comunque ci vorrà del tempo prima di una implementazione di un eventuale accordo, della ripresa dei mercati e la normalizzazione del prezzo del greggio. Gli iraniani sono sotto pressione, ci vorrà del tempo, i negoziati potrebbero durare a lungo. Da parte americana la guerra è partita all’inizio con la strategia sbagliata, prendendo in considerazione solo l’aspetto militare e ignorando quello economico, le ricadute della chiusura dello Stretto di Hormuz. Successivamente lo hanno capito e infatti lo hanno bloccato.
L’Europa in tutto questo sembra essere il terzo incomodo, impotente: che può fare realisticamente di fronte a conflitti e superpotenze molto più grandi lei? “Essere più forte di ora: accordarsi fra singoli stati – Germania, Italia, Francia e Polonia, e Regno Unito fuori dell’Ue – su singole misure, azioni comuni per aiuti all’Ucraina, per un mercato europeo per la produzione militare. Questi stati dovrebbero superare l’attuale stallo, dare vita a un mercato unico dei capitali, unirsi in modo pragmatico”.
La Germania ha tratto le conseguenze dal cambio di rotta della Casa Bianca e passa al riarmo con un aumento significativo del bilancio della difesa. Il cancelliere Merz ha anche annunciato l’intenzione di dar vita al maggiore esercito convenzionale in Europa. Non tutti però esultano: ci sono critiche e timori dentro e fuori la Germania. “Il governo e il cancelliere stanno facendo grandi sforzi per riorganizzare le forze armate con un grosso stanziamento di fondi a debito, ma questi grandi sforzi sono assolutamente senza riserve nello spirito europeo, la dimensione europea del riarmo tedesco è indiscussa”. Forse “andrebbe spiegato meglio, ma comunque siamo ancora molto lontani, e la realtà è che in Europa non siamo pronti e l’Ucraina è di gran lunga il paese militarmente più dotato”. A parte le pressioni di Trump, il piano del riarmo in Europa, su cui anche i politici sono divisi, è motivato dalla minaccia di un possibile attacco della Russia contro uno stato della Nato: quanto è realistico questo scenario? Si parla addirittura del 2029 se non prima? “Dobbiamo aspettarcelo. Putin è in difficoltà in Ucraina anche per l’intensificarsi degli attacchi ucraini in Russia: potrebbe voler abbandonare lo scenario diplomatico per una escalation militare. Per lui finché c’è Trump alla Casa Bianca il tempo è più favorevole e la Nato è debole”.
Le cose per il governo nero-rosso (Cdu/Csu-Spd) guidato da Merz, che proprio lo scorso 6 maggio ha segnato un anno da quando è in carica, non vanno bene: la maggioranza in Parlamento è risicata, i sondaggi sono pessimi e indicano l’estrema destra dell’AfD in testa. I media congetturano da settimane l’ipotesi di una fine prematura della coalizione, un governo di minoranza Cdu-Csu o anche la questione della fiducia al Bundestag da parte di Merz. Pensa che arriverà a fine mandato? “Sì, il governo arriverà alla fine della legislatura. Le ipotesi di una fine anzitempo sono del tutto fuori luogo”. Si parla più degli insuccessi ma i successi registrati da questo governo in soli dodici mesi sono molti di più: “Sulla migrazione, la riforma della Bundeswehr (alla quale Röttgen ha contribuito), l’impegno per il rilascio dei 90 miliardi a Kyiv, su cui il cancelliere si è speso molto”. Nelle ultime settimane però i litigi interni fra alleati enfatizzati dai media hanno screditato l’operato del governo, è necessario discutere più sui risultati conseguiti e dare una dimostrazione di leadership.
Il rapporto fra Italia e Germania, a parte qualche differenza sul Patto di stabilità, è ottimo e anche quello personale fra il cancelliere Merz e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: come interpretare questo legame che non è stato sempre così nella storia fra i due paesi? “E’ un nuovo livello di cooperazione nell’interesse reciproco, sono entrambi interessati a fare qualcosa assieme in modo strutturale e non in concorrenza con altri stati”.