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I tentacoli di Pechino nel Regno Unito
Un agente delle dogane condannato per aver perseguitato gli esuli di Hong Kong che si erano rifugiati in Gran Bretagna. La sentenza britannica conferma che la repressione segue la diaspora
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9 MAY 26

Foto Ansa
Per anni la leadership cinese ha sostenuto che la repressione contro i cosiddetti “indipendentisti” di Hong Kong fosse una questione interna, legata alla sicurezza nazionale e al ripristino dell’ordine dopo le proteste del 2019. Ma una sentenza di due giorni fa nel Regno Unito definisce un sistema di controllo che va oltre i confini dell’ex colonia inglese e segue i dissidenti anche all’estero. Due uomini collegati all’Hong Kong Economic and Trade Office di Londra sono stati condannati dall’Old Bailey per avere organizzato una campagna di sorveglianza e intimidazione contro attivisti pro-democrazia che si erano rifugiati nel Regno Unito.
Uno dei condannati, Chi Leung “Peter” Wai, lavorava alla Border Force britannica all’aeroporto di Heathrow. Aveva accesso ai database del ministero dell’Interno e li utilizzava per rintracciare cittadini di Hong Kong fuggiti nel Regno Unito dopo la repressione delle proteste democratiche. Lo faceva anche nei giorni di malattia o durante le ferie, mandando le informazioni ai suoi contatti legati alle autorità hongkonghesi, primo fra tutti il suo referente Chung Biu “Bill” Yuen, anche lui condannato, ex poliziotto di Hong Kong e dirigente dell’Hong Kong Economic and Trade Office londinese. Nei messaggi intercettati fra loro gli esuli venivano spesso definiti “scarafaggi”, un’espressione con cui la leadership di Pechino definisce spesso gli attivisti di Hong Kong. La condanna britannica conferma qualcosa che attivisti e servizi occidentali denunciano da anni, e cioè che la Cina non considera conclusa la persecuzione dei dissidenti quando lasciano il territorio cinese. La repressione segue la diaspora, e utilizza ambasciate, associazioni, uffici commerciali e reti informali per intimidire chi continua a criticare il Partito comunista cinese. L’Italia non è immune i problemi della repressione transnazionale: a marzo per la prima volta il ministero dell’Interno ha espulso otto cittadini cinesi accusati di attività di pressione e controllo sulla diaspora.