•
Trump interviene per salvare la parata di Putin in paranoia
Il capo del Cremlino va sulla Piazza Rossa a mostrare di essere ancora in piedi. Ma non ha nuove vittorie da celebrare, anzi, ha molte complicazioni da cui proteggersi
di
9 MAY 26

Foto LaPresse
A salvare il 9 maggio di Vladimir Putin è arrivato il presidente americano, Donald Trump, che sul suo social Truth ha scritto: “Sono lieto di annunciare che ci sarà UN CESSATE IL FUOCO DI TRE GIORNI (9, 10 e 11 maggio) nella guerra tra Russia e Ucraina”. E ha aggiunto: “Speriamo che sia l’inizio della fine di una guerra molto lunga, mortale e combattuta duramente”. Trump vede una via per dichiarare una pace; Vladimir Putin sente il sollievo per la sfilata del Giorno della vittoria, con i suoi pochi ospiti e il suo arsenale ridotto, messa in salvo; il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha la sicurezza che agli occhi del Cremlino la potenza dell’esercito di Kyiv è diventata un incubo e la Russia si sente in difficoltà, tanto da dover chiedere agli Stati Uniti di intercedere per un un cessate il fuoco, che metta al riparo le celebrazioni.
Prima che Trump intervenisse, Zelensky aveva registrato un video per dire che l’Ucraina avrebbe reagito in modo speculare alle azioni di Mosca e aveva già incominicato: ieri, quattordici aeroporti nel sud della Russia hanno smesso di funzionare, dopo che un drone ucraino ha colpito il centro di controllo a Rostov sul Don; a Grozny, in Cecenia, è stato colpito il quartier generale dei servizi di sicurezza dell’Fsb. Se sulla Piazza Rossa, oggi, l’esercito russo sarà dimesso, se internet è stato bloccato e se i giornalisti stranieri sono stati allontanati per paura che possano servire gli interessi degli ucraini, è perché le azioni di Kyiv rappresentano un problema che Mosca non sa contenere. Il Cremlino in Piazza Rossa, nel giorno in cui festeggia la vittoria dell’Unione sovietica sulla Germania nazista, non soltanto non ha nuove vittorie da celebrare, ha anzi molte complicazioni da cui proteggersi: economiche, di immagine, di sicurezza. Putin non era mai stato tanto fragile e l’Ucraina non era mai stata così in grado di minacciare la Russia.
Per decenni Kyiv ha festeggiato il 9 maggio, sentendosi a buon diritto parte della vittoria contro la Germania nazista: i soldati ucraini morti nella Seconda guerra mondiale furono più di un milione e pagarono il tributo più alto dopo i russi e anche il numero di vittime civili fu il più oneroso, dopo i bielorussi. Il 9 maggio era una giornata condivisa, Putin ha poi trasformato il Giorno della vittoria in una fiera delle minacce, rivolte contro l’occidente e contro l’Ucraina, così Kyiv ha preso la decisione di non rinunciare ai suoi festeggiamenti, ma di anticiparli all’8 maggio, quando per l’Europa venne firmata la resa incondizionata di Berlino. Mosca ha perso l’Ucraina, ideologicamente e anche militarmente. Kyiv si è trasformata in una potenza militare in grado di incutere timore a una Russia che si ritrova tremolante sulla Piazza Rossa, forzata a compiere un rito pericoloso come quello di esporre il presidente all’aperto, sotto le nuvole. In quattro anni di una guerra che per durata ha superato il conflitto in cui l’Unione sovietica sconfisse i nazisti, Mosca non ha vinto, si è fermata al 20 per cento del territorio di Kyiv e non va avanti. Le sanzioni pesano, il Cremlino ha aumentato la repressione, i sospetti di possibili tradimenti avvelenano la politica. Non c’è senso di vittoria, ma di consunzione. Per l’Ucraina invece, la paranoia con cui Mosca ha atteso questo giorno è una conferma dei propri vantaggi. Un tempo il 9 maggio era il giorno in cui Putin mostrava al mondo la sua forza, oggi è il giorno in cui mostra ai russi di essere ancora in piedi.
Di più su questi argomenti:
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)