Lo spettacolo “La Festa” racconta la Georgia che protesta e sogna l’Europa

Frammenti di vetro, brindisi, proteste, teatri chiusi e desiderio d’Europa, lo spettacolo di Leonardo Manzan racconta la vitalità ostinata di un paese che resiste 

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15 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 11:50 AM
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Foto Lapresse

Nel paese delle meraviglie si brinda anche quando tutto crolla. Si brinda alla pace, ai vivi e ai morti, alla censura e alla libertà, alla vittoria e alla sconfitta. Si brinda mentre i teatri chiudono, mentre gli amici finiscono in carcere, mentre le strade si riempiono di manifestanti e i governi vietano persino di fermarsi su un marciapiede.
E’ questo il cuore pulsante de “La Festa” di Leonardo Manzan portato in scena con attori georgiani Giorgi Baratashvili, Zurab Papuashvili, Anna Tsereteli, Irakli Getsadze e l’attrice italiana Paola Giannini al Teatro India di Roma: uno spettacolo che usa la forma della Supra georgiana – il banchetto rituale fatto di vino, brindisi e parole – per raccontare qualcosa che va ben oltre il teatro. Racconta la Georgia contemporanea, ma anche il significato stesso dell’Europa, della libertà e della resistenza culturale. Al centro della scena ci sono frammenti di vetro. Sono i resti dei brindisi precedenti, “le lacrime mai versate di un paese che non piange mai”. E’ forse l’immagine più potente dello spettacolo: la memoria come qualcosa di tagliente, fragile, impossibile da buttare via. Ogni pezzo di vetro è un ricordo, una protesta, una sconfitta, una notte elettorale perduta, un amico arrestato, un teatro chiuso.
Eppure nessuno smette di festeggiare. Per capire davvero “La Festa” bisogna capire che in Georgia il brindisi non è evasione dalla realtà. E’ il contrario: è un modo di attraversarla. La Supra non serve a dimenticare il dolore, ma a renderlo sopportabile. E’ una forma di sopravvivenza collettiva. Per questo nello spettacolo si ripete continuamente che “non bisogna mai perdere la voglia di festeggiare”. Non perché vada tutto bene, ma perché altrimenti non ci si salva. C’è un passaggio decisivo, quasi nascosto nella leggerezza della narrazione. Anna racconta la sua infanzia negli anni Novanta, durante la guerra e i blackout: un’ora di elettricità al giorno, le candele, la televisione che mostrava soltanto necrologi. Eppure proprio allora imparò ad aspettare e a festeggiare “per niente”, per un’ora di luce. Non è cinismo. E’ una forma di resistenza. E’ la capacità georgiana di creare comunità nel vuoto, di fare festa anche quando non esiste alcun motivo apparente per farla.
Questa attitudine attraversa tutta la storia georgiana. Un paese piccolo, sospeso tra imperi, invasioni e occupazioni, che ha imparato a trasformare l’ospitalità in un gesto quasi sacro. In “La Festa” l’ospitalità non è folklore, è un atto politico. Accogliere lo straniero significa dimostrargli che ciò che unisce è più forte di ciò che divide. Significa dire: tu qui non sei solo. Per questo il personaggio di Paola, l’italiana che arriva nel “paese delle meraviglie”, rimane travolta dalla generosità georgiana. Eppure il suo sguardo inizialmente è turistico. Cerca “l’Europa” come se fosse un luogo lontano: Bruxelles, Berlino, Copenaghen. Ma i georgiani le rispondono: “L’Europa è qui”.
E’ il cuore politico dello spettacolo e anche il più commovente. Perché rivela la distanza abissale che esiste tra come l’Europa percepisce se stessa e come viene percepita da chi ne è escluso e la desidera. Per milioni di georgiani l’Europa non è soltanto un’istituzione o un mercato comune. E’ un immaginario morale. E’ la promessa di uno spazio in cui sia possibile parlare senza paura, protestare senza essere arrestati, vivere senza corruzione sistemica, fare teatro senza censura. L’Europa appare nello spettacolo come un simbolo quasi mitologico di libertà e dignità. Persino Google Translate viene presentato come “un regalo dell’Europa”: la possibilità di comprendersi reciprocamente.
E tuttavia “La Festa” non cade mai nella propaganda semplice. L’Europa è anche distanza, attesa, desiderio frustrato. E’ una fila infinita davanti a un futuro che forse non arriverà mai. Nel novembre 2023 la Georgia aveva ottenuto lo status di paese candidato all’ingresso nell’Unione europea. Nelle strade si festeggiava con le bandiere europee e l’Inno alla Gioia. Ma dopo le elezioni del 2024 il governo georgiano ha congelato il processo di adesione, scatenando proteste enormi e una repressione crescente. Lo spettacolo intreccia continuamente realtà e finzione: le elezioni diventano teatro, il teatro diventa manifestazione politica, Cyrano e Rossana discutono di propaganda, verità e immaginazione mentre fuori la polizia reprime i cortei. In questo cortocircuito emerge una domanda fondamentale: a cosa serve il teatro quando fuori le persone rischiano il carcere?
La risposta dello spettacolo non è teorica, è pratica. Serve a restare umani. Serve a creare uno spazio in cui si possa ancora parlare, ridere, piangere insieme. Serve a non lasciare soli gli arrestati, gli esiliati, i rifugiati politici come Erekle, il dj della compagnia che non può più tornare nel suo paese. Il teatro, in “La Festa”, non è separato dalla protesta, ne diventa una continuazione. Quando il New Theater di Tbilisi viene chiuso dopo l’arresto dell’attore Andro Chichinadze, il pubblico continua ad andare davanti all’edificio chiuso per applaudire nel vuoto. E’ una delle immagini più struggenti dello spettacolo: applaudire un teatro vuoto come si applaude una persona incarcerata.
“E’ vietato fermarsi”, ripetono continuamente gli attori. E’ lo slogan assurdo di una legge reale che proibisce di sostare sul marciapiede principale delle proteste. Ma nello spettacolo quella frase assume un significato più profondo. Non fermarsi vuol dire continuare a camminare anche quando tutto sembra perduto. Continuare a protestare. Continuare a fare arte. Continuare a brindare. Forse è questo il vero ritratto della Georgia che emerge da “La Festa”: un paese tragico e vitalissimo, ironico e malinconico, capace di trasformare la sofferenza in canto collettivo. Un paese in cui il coraggio non ha nulla di eroico o retorico. E’ piuttosto una forma quotidiana di ostinazione.
Il coraggio di chi scende in piazza pur sapendo di poter essere arrestato. Il coraggio di chi continua a fare teatro quando il teatro viene chiuso. Il coraggio di chi resta. E anche di chi fugge. Ma soprattutto il coraggio di continuare a festeggiare. Alla fine dello spettacolo Paola chiede disperatamente ai colleghi georgiani di piangere. Loro la guardano con gli occhi gonfi di lacrime e rispondono: “Noi non piangiamo mai”. Non perché non soffrano. Ma perché, forse, hanno imparato che certe volte l’unico modo per sopravvivere alla storia è alzare un bicchiere e brindare ancora una volta. Gaumarjos (alla vittoria)!

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