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La brigata rosa. Le icone antisraeliane portano la gonna
Da Greta Thunberg fino a Francesca Albanese. Mentre in Iran e a Gaza le donne sono sacrificate alla causa, in occidente sono al vertice di tutte le campagne contro lo stato ebraico. Come trasformare legioni di educande e beghine in ribelli. Hamas ti presento Sally
di
16 MAY 26

Foto Ansa
"Auspico il successo accademico per le nostre figlie e i nostri figli”. Così ha scritto sui social l’emiro del Qatar al Thani, postando una foto di studenti. Studenti, perché di studentesse neanche l’ombra. In Iran, le donne sono protagoniste soltanto delle sommosse contro il regime. Da Hamas e Hezbollah, le donne sono mogli, sorelle e figlie, “sorellanza” (la chiamano così in occidente) da sacrificare alla causa. Le donne in occidente sono invece al vertice di tutte le campagne contro Israele: donne che parlano alla stampa e alle piazze, donne che guidano i cori in strada per “globalizzare l’Intifada” (mica per “globalizzare la pace”), donne alla testa degli accampamenti universitari (persino agghindate in stile Isis come all’Università di Torino), donne che a Venezia urlano “Free Palestine” al pacifista israeliano Eyal Waldman a cui Hamas ha ucciso una figlia, così tante donne al comando che sembra che gli uomini siano scomparsi, come nelle foto dell’emiro ma al contrario. Difficile immaginare i vecchi boomer terzomondisti Jeremy Corbyn e John Waters come alternative migliori di Yolanda Diaz e Irene Montero, le politiche spagnole che dal 7 ottobre ripetono “Palestina libera dal fiume al mare”. L’odio per Israele è l’unica causa che trasforma in martiri le beghine morali occidentali e che permette a persone con idee conformiste di spacciarsi per trasgressive e attraenti.
In Iran, le donne sono protagoniste soltanto delle sommosse contro il regime. Da Hamas e Hezbollah, le donne sono mogli, sorelle e figlie, “sorellanza” (la chiamano così in occidente) da sacrificare alla causa
Quando un gruppo di manifestanti ha occupato la biblioteca Butler della Columbia University, ottanta sono stati gli arresti. Di questi, sessantuno erano donne. “Il nuovo radicalismo porta la gonna”, spiega Claire Lehmann in un lungo saggio su The Dispatch. Uno studio sul movimento ecologista Extinction Rebellion nel Regno Unito lo descrive come “altamente femminilizzato”. Tutti i recenti movimenti progressisti – come Black Lives Matter e gli accampamenti di Gaza guidati da Code Pink, fondato da donne – sono stati lanciati e guidati da donne. Sabine Mairey, candidata dei Verdi per Clapham Town in Inghilterra, è stata arrestata per aver pubblicato un cartello con la scritta “sfondare una sinagoga non è antisemitismo, è vendetta”. In America è tutta femminile la campagna contro Israele, guidata da Alexandria Ocasio-Cortez. Chi va in qualsiasi università della Ivy League vedrà sciami di ragazze privilegiate agghindate con la kefiah. L’8 marzo è diventato l’anniversario della Flotilla, perché come dicono le femministe di “Non una di meno” a Milano: “La violenza coloniale, fisica e psicologica sui corpi e sulla terra, è una forma di oppressione patriarcale che mira a consolidare il dominio coloniale. Palestina libera dal fiume al mare”. Sulla stampa e la tv italiana si perde il conto delle educande scatenate contro Israele. Tutte le commissioni Onu sulla condizione femminile si sono macchiate del più grottesco silenzio sul 7 ottobre. Dalla sindaca di Barcellona Ada Colau all’ex testimonial dell’Oréal Rima Hassan alla sorella della presidente irlandese Catherine Connolly alla bionda spagnola Ana Alcalde, la Sumud Flotilla è un’impresa rosa confetto (per fortuna per loro non arriva mai a Gaza). Era tutta femminile la giuria woke della Biennale di Venezia che non voleva inserire uno scultore israeliano tra i candidati alla premiazione.
In America è tutta femminile la campagna contro Israele, guidata da Alexandria Ocasio-Cortez
Sally Rooney, la romanziera irlandese della precarietà affettiva millennial, l’autrice di romanzi per eccellenza della classe media abbiente, di quelli che si trovano in ogni libreria e per i quali ogni istituzione artistica britannica dovrebbe dare metà del proprio budget annuale pur di sentirla parlare; Greta Thunberg, a capo della crociata dei bambini verdi; Judith Butler, la filosofa queer di Berkeley; e Francesca Albanese, la relatrice molto speciale Onu. Le accomuna l’adesione a un frame ideologico radicale che fonde anticolonialismo, femminismo intersezionale e antisionismo militante. Rooney, il cui anticapitalismo è il sogno bagnato di ogni editore capitalista, incarna il matrimonio tra letteratura e militanza. La sua prosa è un bignami di anoressia emotiva millennial: corpi che si sfiorano e dialoghi che sembrano post-it lasciati sul frigorifero. Eppure, questa sacerdotessa del consenso letterario ha deciso che l’unico boicottaggio etico è verso i libri in ebraico. Autrice di “Normal People”, Rooney ha rifiutato di vendere i diritti in ebraico dei suoi romanzi (mentre alcuni sono tradotti in farsi), guidando il boicottaggio culturale d’Israele. Rooney ha poi dichiarato di sostenere Palestine Action, gruppo proscritto come terroristico nel Regno Unito, promettendo di devolvere proventi dei suoi libri ad azioni dirette contro il “genocidio”. La sua prosa, fatta di dialoghi minimalisti e alienazione sessuale, alimenta l’immagine di Israele come il simbolo di un patriarcato coloniale che opprime corpi e narrazioni palestinesi. Silenzio su Hamas e sui massacri in Iran. La scrittrice che ha reso sexy la depressione post-coitale tace sugli stupri del 7 ottobre, documentata ora da un nuovo rapporto con quattrocento testimonianze.
Autrice di “Normal People”, Rooney ha rifiutato di vendere i diritti in ebraico dei suoi romanzi (mentre alcuni sono tradotti in farsi), guidando il boicottaggio culturale d’Israele
Clementine Ford, autrice femminista con un ampio seguito sui social media, ha diffuso teorie del complotto su Israele, ha liquidato lo stupro di donne israeliane del 7 ottobre come non verificato e accusato Israele di aver orchestrato la morte di ostaggi, il tutto pur mantenendo un legame con una prestigiosa casa editrice e partecipando come relatrice a importanti eventi pubblici. Thunberg rappresenta l’innesto ibrido tra la crisi climatica e la causa palestinese. Da Fridays for Future a Freedom Flotilla, Greta ha indossato la kefiah, cantato “crush Zionism” e accusato Israele di genocidio, legando “giustizia climatica” e Intifada. Israele è l’ecocida per eccellenza, nonostante dati oggettivi e miracolosi su innovazione idrica, desalinizzazione e gestione ambientale in un contesto desertico. L’ecofemminismo si fonde con l’antisionismo fino a rendere “Free Palestine” una premessa per salvare il pianeta. Thunberg sceglie di allearsi con un’entità che butterebbe lei e la sua bicicletta elettrica dal tetto più alto di Gaza per “devianza”. Butler porta invece il peso della teoria. Autrice di “Gender Trouble”, Butler ha ridefinito il genere come performativo, sovvertendo i binari biologici. Ha esteso il suo decostruzionismo al sionismo, mentre queer theory e antisionismo si intrecciano: l’occupazione è violenza eteronormativa su corpi fluidi e resistenti (“Hamas è resistenza armata” ha detto). Butler attacca l’equazione tra ebraismo e sionismo, invoca tradizioni eretiche (Spinoza, Buber), decostruisce il genere ma essenzializza Israele come male assoluto, in un paradosso performativo e in un medio oriente dove il sesso è performance solo quando un gay è lanciato da un tetto o una donna lapidata per aver mostrato il suo corpo. Albanese è appena finita sulla copertina di Vogue grazie a un articolo di Kerry McDermott, che appena può scrive “Free Palestine” nei social. La retorica di Albanese è giuridica: Israele è “macchina genocida”, “apartheid”, “tortura di stato”. Donne che condividono il postcolonialismo di Said e Fanon, l’intersezionalità di Crenshaw, il marxismo culturale e per cui Israele è il colono bianco, il patriarca, l’imperialista, mentre la Palestina è il subalterno queer, femminile, ecologico, materno, compassionevole. E’ una narrazione rosa potente perché moralmente semplice: David contro Golia ribaltato, gli ebrei nel ruolo di oppressori. La loro influenza è enorme: Rooney modella i giovani lettori, Thunberg guida nuovi attivisti, Butler forma schiere di accademici, Albanese ci mette il bollino delle campagne onusiane.
La retorica di Albanese è giuridica: Israele è “macchina genocida”, “apartheid”, “tortura di stato”
Poi c’è il mondo dello spettacolo, dove la guerricciola antisraeliana è guidata da due donne, Susan Sarandon negli Stati Uniti ed Emma Thompson in Inghilterra. Donne occidentali, bianche e privilegiate, celebrate per la loro “sensibilità” e “coraggio civile”, che scelgono di riversare il proprio risentimento sull’unico angolo del medio oriente dove una come loro può diventare primo ministro (Golda Meir), premio Nobel (Ada Yonath) e giudice della Corte suprema (da Esther Hayut a Miriam Ben-Porat).
Sarandon, l’eterna ribelle di “Thelma & Louise”, ha trasformato la terza età in una giovinezza pro Palestina a tempo pieno. Thompson è la versione brit-chic: raffinata e con quell’accento da Oxbridge che rende ogni boicottaggio così accattivante. Guida il boicottaggio a Londra, firma lettere per cacciare il teatro Habima di Tel Aviv dal Globe Festival shakespeariano perché “complice dell’occupazione”. Nessuna analoga crociata contro teatri cinesi, russi o iraniani, ovvio: solo Israele merita l’ostracismo estetico delle chattering classes, le classi ciarliere. Thompson ha prestato il suo volto a tutti gli appelli umanitari per Gaza, ignorando con eleganza che gli aiuti finiscono in tunnel e razzi. L’interprete di “Sense and Sensibility” – la Jane Austen fatta cinema – si schiera con un mondo dove la ragione è haram e i sentimenti si sfogano con accoltellamenti di ebrei o stupri collettivi come arma di resistenza. Nel medio oriente reale, Emma Thompson verrebbe coperta da capo a piedi, privata della voce pubblica e forse frustata per aver osato criticare un uomo. Eppure, lei e le altre vedono in Israele il patriarcato da abbattere. Tutte godono dei frutti del liberalismo occidentale: diritti riproduttivi, libertà di parola, carriere sfolgoranti, corpi autonomi, empowerment. Scelgono di allearsi, retoricamente o attivamente, con una “resistenza” che quei diritti li considera abominio da infedeli. E’ il grande cortocircuito del XXI secolo: il femminismo intersezionale dell’upper class ha deciso che l’oppressore non è il mullah che tortura per un velo o il padre che mutila la figlia, ma il “colono ebreo”. Odiano Israele perché lo vedono come uno specchio distorto dell’occidente: razionale, tecnologico, ebraico, tutto ciò che il postmoderno decostruisce. Nel baratro mediorientale, dove la donna è “awra” (parte vergognosa da coprire) e proprietà tribale, queste strane vestali del femminismo intersezionale scelgono di puntare il dito contro l’unico angolo della regione dove le donne guidano think tank, programmano algoritmi, divorziano e fanno sesso con chi e quando vogliono. L’ironia è così densa che si potrebbe tagliare con il coltello di un colono ebreo immaginario. Urlano “il patriarcato uccide”, ma solo se il patriarca parla occidentale. Influencer col cerchietto rosa postano “my body my choice”, tranne quando il corpo è afghano e iraniano (o di una lesbica palestinese). Progressiste che piangono per ogni “microaggressione” sui social e sentinelle woke che analizzano il mansplaining sbadigliano davanti alla sharia.
E’ il grande cortocircuito del XXI secolo: il femminismo intersezionale dell’upper class ha deciso che l’oppressore non è il mullah che tortura per un velo o il padre che mutila la figlia, ma il “colono ebreo”
La prossima Flotilla pagata da Erdogan navigherà intanto per la pace nel mondo. Dopo la laurea in merendine, le ragazze (giovani o attempate poco importa) erano stanche di battersi contro le cannucce di plastica e le terrazze riscaldate d’inverno. Liberando Gaza, spezzeranno le catene che stringono l’umanità. Non sanno chi siano i loro armatori (nella battaglia contro il sionismo contano soltanto le buone intenzioni), ma grazie alla loro generosità le stive sono stracolme. L’umanesimo è anche questo: compromessi per il bene comune. E se necessario, compromessi anche con quelli che in occidente alcuni chiamano “terroristi”. Temono le carceri israeliane più di Guantanamo, ma se va male sanno che al massimo rischiano i panini avvolti nella plastica e la seconda classe sull’aereo di ritorno vicino al bagno. Faranno un workshop serale sull’“Intifada consapevole”, mix non binario e halal. Suggeriranno di issare la bandiera 2SLGBTQI+ accanto a quella palestinese, perché “le nostre lotte convergono”. Un collettivo femminista tedesco prenderà la parola: “Combattiamo l’impunità degli stupratori, tranne quelli che riescono a nascondersi dietro i civili. Saremo sempre dalla loro parte e ammiriamo il loro coraggio”. Love wins, viva l’amicizia fra i popoli, il Nobel per l’odio, il califfato solidale e gli ebrei fuori dal fiume e dal mare.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.