L’Iran ora punta su Xi Jinping

Il regime di Teheran cerca salvezza in Cina per sopravvivere alla guerra. La nuova nomina da inviato speciale di Ghalibaf

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19 MAY 26
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Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi incontra il suo omologo iraniano Abbas Araghchi a Pechino il 6 maggio scorso

 L’Iran cerca interlocutori di livello a Pechino, un canale di comunicazione diretto dopo la morte del segretario del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale Ali Larijani, ucciso da uno strike israeliano due mesi fa. Larijani era la figura più introdotta e conosciuta nella leadership cinese di Xi Jinping, ma gli ultimi sviluppi nella guerra e i negoziati in stallo hanno costretto il regime ad accelerare la sua sostituzione. Poche ore dopo la partenza da Pechino del presidente americano Donald Trump, il regime della Repubblica islamica dell’Iran ha annunciato che Mohammad Bagher Ghalibaf è stato nominato Rappresentante speciale di Teheran per gli affari con la Cina. Secondo gli osservatori, è il segnale del fatto che l’Iran considera il suo rapporto con Pechino una priorità strategica.
Dopo la morte della Guida suprema Ali Khamenei a fine febbraio, Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e veterano dei Guardiani della Rivoluzione islamica, è emerso come una delle figure di primo piano nella frammentata leadership iraniana. Negli ultimi mesi gli era stato assegnato il compito di guidare i negoziati con gli Stati Uniti a Islamabad, e ora, secondo l’agenzia di stampa di regime Tasnim, assumerebbe un doppio incarico, parlando sia con Washington sia con Pechino. Il mistero è legato soprattutto al suo ruolo da negoziatore con l’America, che ad aprile sembrava saltato, perché secondo alcune ricostruzioni della stampa internazionale Ghalibaf era sotto forti pressioni interne da parte, tra gli altri, dei pasdaran. Ma se la leadership iraniana è frammentata, a Teheran tutti sanno che la Repubblica popolare di Xi Jinping potrebbe essere l’unica speranza di salvezza del regime. Non a caso negli ultimi giorni l’Iran ha consentito il transito di diverse navi cinesi attraverso lo Stretto di Hormuz: le Guardie della rivoluzione islamica hanno fatto sapere che le navi hanno transitato dopo “un accordo sui protocolli iraniani per la gestione dello Stretto”. Dopo la sua visita di stato a Pechino, il presidente americano Donald Trump ha detto che Xi avrebbe concordato sul fatto che l’Iran debba riaprire lo Stretto di Hormuz, ma non ha mostrato alcun impegno concreto a fare pressione su Teheran. Trump ha anche suggerito la possibilità di allentare alcune sanzioni americane sulle aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.
La nomina di Ghalibaf è stata molto commentata sui media cinesi, e Hu Xijin, ex direttore del quotidiano della propaganda in lingua inglese Global Times, ha scritto su Weibo che i suoi due incarichi “si sovrappongono e inviano un segnale che l’Iran non solo desidera negoziare con gli Stati Uniti, ma anche rafforzare i suoi legami e la comunicazione con la Cina. L’Iran spera che la Cina svolga un ruolo più incisivo nella fine della guerra; questo è il segnale più forte che quasi tutti colgono da questa informazione”. Pechino, secondo il commentatore, “è ora ampiamente considerata come la potenza politica in grado di coordinare tutte le parti per promuovere una soluzione equa alla guerra con l’Iran”. Al di là della speranza dei falchi pro Cina di un ruolo “di pace” affidato a Xi Jinping, la situazione resta ben più complicata – e basterebbe pensare al ruolo del Pakistan, dipendente economicamente da Pechino e Riad, che fa da messaggero per Teheran ma dispiega in Arabia Saudita, grazie a un patto di mutua difesa, 8.000 soldati, uno squadrone di aerei da combattimento e un sistema di difesa aerea. Per esempio, c’è una grossa differenza fra il “non voler mediare” e il “facilitare selettivamente la de-escalation”, ha scritto sulla sua newsletter Jesse Marks, analista e fondatore di Rihla Research and Advisory. La Cina ha già dimostrato quest’ultimo approccio nel riavvicinamento fra Arabia Saudita e Iran del 2023, dove il suo contributo maggiore fu proprio offrire una piattaforma neutrale, non quello di saper (o voler) esercitare una pressione diplomatica diretta. Secondo Marks, piuttosto, la nomina di Ghalibaf non riguarda tanto la mediazione, quanto la ricostruzione postbellica. L’Iran molto probabilmente vuole ancorare il suo futuro economico alla Cina e riattivare l’accordo di cooperazione ventennale firmato nel 2021 – e negoziato da Larijani – la cui implementazione da parte cinese è rimasta “limitata e irregolare”. In un paese economicamente distrutto, con sanzioni e un bisogno urgente di investimenti infrastrutturali, Pechino è l’unico grande attore in grado di aiutare Teheran a sopravvivere economicamente.