Un’operazione americana in Nigeria può svelare la catena di comando dell'Isis in Africa

I Navy Seals uccidono al Mainuki, l’architetto delle alleanze tra le province dell’Isis. "È il numero 2 dello Stato islamico", dice Trump che esagera un po'

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19 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 11:11 AM
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Il fermo immagine dell'attacco americano di ieri in Nigeria

A dicembre, l’attacco americano contro l’Isis in Nigeria aveva lasciato perplessi per la sua efficacia. Donald Trump lo aveva definito un “regalo di Natale”, sebbene poco apprezzato dal presidente nigeriano, accusato dalla Casa Bianca di non fare abbastanza contro l’estremismo islamico e per proteggere i cristiani. Secondo altri, fu solo una mossa mediatica diretta all’elettorato americano di fede cristiana ordita da Massad Boulos, consigliere di Trump per il medio oriente e l’Africa, nonché suo consuocero, architetto della campagna elettorale tra le comunità arabe americane e residente in Nigeria per anni. Ma in meno di cinque mesi la collaborazione tra Stati Uniti e Nigeria ha portato all’eliminazione di Abu Bilal al Mainuki, un leader dell’Isis. (Gambardella segue nell’inserto IV)
Gli americani hanno lanciato due raid diversi in appena tre giorni, uno venerdì scorso, in cui è stato ucciso al Mainuki, e un altro ieri, eliminando decine di combattenti dello Stato islamico nella zona del Lago Ciad, dove confinano Nigeria, Niger, Ciad e Camerun, un’area in cui i terroristi sono ben radicati da anni.
L’operazione è stata definita da Trump e dal Comando americano per Africa, l’Africom, un grande successo per il quale si gettavano le basi da mesi. A inizio dell’anno, il Pentagono ha inviato in Nigeria circa 200 uomini col compito di addestrare le forze nigeriane per operazioni antiterrorismo e di potenziare la raccolta di informazioni di intelligence. Il problema principale dello Stato islamico in Africa è proprio che non si sa abbastanza della sua organizzazione e sulle sue catene di comando. Per questo, a margine dell’eliminazione di al Mainuki potrebbe essere ora di enorme utilità – come rivelato dall’Africom – il rinvenimento dei computer del comandante dell’Isis, che potrebbero rivelare i volti e l’organigramma della Provincia dell’Africa occidentale dell’Isis.
Su come si sia svolta questa operazione le notizie sono contraddittorie. Alcune indiscrezioni le hanno rivelate fonti anonime del Pentagono al New York Times. Sembra che al Mainuki si stesse nascondendo nella zona del Lago Ciad e sia stato ucciso con un’operazione di terra lanciata da forze speciali nigeriane sostenute dalla Sesta unità dei Navy Seals – quella che compie le missioni più delicate e segrete all’estero –, che sarebbe intervenuta sul terreno trasportata da elicotteri. Però, dopo le schermaglie dello scorso dicembre con Trump, le autorità nigeriane non hanno molto piacere a passare per coloro che sono “al servizio” degli americani e il portavoce delle Forze armate di Abuja, il generale Michael Onoja, ha smentito il Pentagono dicendo che gli Stati Uniti non sono intervenuti con “boots on the ground”, ma solamente dando supporto nelle fasi di intelligence, sorveglianza e ricognizione.
A dimostrazione che della catena di comando dell’Isis in Africa si conosce poco, la figura di al Mainuki, per quanto nota da anni, resta avvolta da un certo mistero. Non è chiaro nemmeno se sia del tutto vero, come ha detto Trump, che fosse “il numero 2 dell’Isis”. Di certo, secondo molti osservatori, l’offensiva degli Stati Uniti contro lo Stato islamico in Somalia, dalla parte opposta dell’Africa, ha costretto Abdul Qadir Mumin, considerato il vero leader, a nascondersi e a limitare il proprio raggio di azione, soprattutto in termini di gestione delle risorse finanziarie e logistiche del gruppo. Responsabilità che col tempo sarebbero passate per le mani di al Mainuki, che ha assunto sempre più potere.
Si sa che il suo nome deriva da Mainok, un villaggio nello stato nigeriano di Borno, dove è nato nel 1982. Era un semplice barbiere, prima di passare tra i ranghi di Boko Haram. Fu tra coloro che giurarono fedeltà all’Isis e tra il 2015 e il 2016 reclutò miliziani in Nigeria da mandare in Libia a combattere. Dal 2023, secondo alcuni esperti, avrebbe ricoperto il rango di comandante del Maqtab al Furqan della Nigeria, il comando generale delle operazioni dell’Isis nella provincia. Se questa informazione fosse confermata dai computer sequestrati dagli americani durante l’operazione, il colpo inferto all’Isis sarebbe di primo piano. “La sua morte elimina un nodo cruciale attraverso il quale il gruppo coordinava e dirigeva le operazioni in diverse regioni del mondo”, ha commentato l’Africom.
Quel che è certo è che al Mainuki è stato il regista dell’alleanza tra le province dell’Isis dell’Africa occidentale e quella del Sahel, un’alleanza che gli americani temono molto perché porterebbe a destabilizzare anche il Golfo di Guinea, oltre al Sahel. La serie di colpi di stato in Mali, Niger e Burkina Faso, tra il 2020 e il 2023, ha creato un vuoto di potere che l’Isis è riuscito a colmare, insieme ad al Qaida. Al Mainuki ha sfruttato la situazione e ha permesso che uomini, armi e risorse fluissero dalla Nigeria al Sahel, dove lo scorso febbraio l’Isis ha attaccato – e umiliato – le forze nigerine e gli alleati dei mercenari russi conquistando per diverse ore l’aeroporto di Niamey.
Secondo alcuni esperti, l’alleanza forgiata da al Mainuki tra Africa occidentale e il Sahel avrebbe portato anche a progettare attentati in Europa. Nell’ultimo anno, diverse cellule dell’Isis tra Marocco e Spagna sono state sgominate poco prima di attivarsi. La polizia marocchina e quella spagnola hanno smantellato le reti di Casablanca, Tangeri, Fez, Had Soualem e Maiorca. “Queste cellule facilitavano il trasferimento di fondi e combattenti stranieri da e verso l’Africa e sono state anche collegate ad alcuni complotti per attentati in Marocco e a un attacco in stile ‘lupo solitario’ in Spagna”, ha detto Liam Karr del think tank americano Critical Threats. “Non esiste un collegamento concreto con al Mainuki, ma ci sono alcune prove circostanziali”.