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Solo in Europa antichi rivali possono vivere in pace, e prosperi
Ogni giorno, gli Stati Uniti si alienano potenziali visitatori, investitori e ricercatori. Ogni giorno, la Russia uccide persone innocenti in una guerra coloniale. Ogni giorno, l’Europa diventa l’unico spazio per libertà e diritti
di
20 MAY 26

ANSA
Pubblichiamo il discorso che Anne Applebaum, giornalista e saggista, ha tenuto il 13 maggio all’Erste Foundation di Vienna nella serie, inaugurata dal centro studi nel 2019, dei «Discorsi per l’Europa».
È un piacere essere qui, ringrazio di cuore la Fondazione Erste, il Wiener Festwochen e l’Istituto per le Scienze umane per l’onore e l’opportunità di parlare questa sera. Vi sono particolarmente grata per aver istituito insieme questo appuntamento annuale che porta persone da tutto il mondo nella città di Vienna per riflettere sull’Europa. E questa osservazione mi conduce al punto da cui voglio cominciare, con una domanda al pubblico: perché siete qui? Perché avete dedicato il vostro mercoledì sera per venire qui, nella Judenplatz, ad ascoltare un “Discorso per l’Europa”? Perché avete voluto far parte di questa tradizione annuale?
Provo a indovinare due delle vostre motivazioni. Prima di tutto, molti di voi sono qui perché ricordano la catastrofe che travolse questa città, questo paese e questo continente durante la Seconda guerra mondiale, più di ottant’anni fa. Sapevate che questa conferenza, in questo luogo, avrebbe evocato quella storia – la guerra, l’Olocausto, l’odio e la fame – e che avrebbe onorato la memoria delle vittime. Poi immagino che molti di voi temano che qualcosa di simile a quella catastrofe possa tornare. Se è così, siete in buona compagnia: dal 1945 in poi, diverse generazioni di europei hanno lavorato duramente per impedire un’altra tragedia come la Seconda guerra mondiale. Hanno scritto libri di storia e innalzato monumenti. Hanno organizzato eventi come questo. Come potete vedere, lo fanno ancora.
Hanno anche riorganizzato le loro società. Mentre gli austriaci ricostruivano Vienna, mentre altri europei rimettevano in piedi Parigi e Berlino, non si limitavano a ripristinare lo stato precedente delle cose: circondati dalle macerie, decisero di costruire qualcosa di radicalmente nuovo, un insieme di istituzioni pensate per promuovere la democrazia liberale, lo stato di diritto, la cooperazione tra gli stati, l’integrazione economica e, infine, un mercato unico per gli scambi commerciali. Queste istituzioni erano concepite sia per favorire prosperità e benessere sia per impedire il ritorno delle ambizioni imperiali e genocidarie che avevano inflitto danni così profondi a questa città e a tante altre. Invece di tornare al vecchio sistema di rivalità, protezionismo ed eserciti in guerra, gli europei crearono l’Unione europea e una serie di altre organizzazioni che li collegavano tra loro e con il mondo attraverso legami di commercio, scambi, viaggi e diplomazia.
L’Europa emersa da questo processo rappresenta un risultato straordinario – un risultato senza precedenti, di fatto; senza alcun vero parallelo altrove nel mondo. Grazie agli sforzi di quella generazione del Dopoguerra, l’Europa è più sicura, più ricca e più pacifica di quanto non sia mai stata nella sua storia. I paesi europei sono anche più sovrani. Grazie a ottant’anni di deterrenza collettiva, gli europei hanno potuto sviluppare le proprie culture nazionali all’interno di un quadro di pace, anziché di guerra perpetua. Grazie all’Unione europea, gli europei possono preservare la propria arte, letteratura e architettura, compresi gli edifici che ci circondano qui. Grazie a una rete di trattati e accordi, gli europei hanno anche costruito democrazie che tutelano la libertà individuale e i diritti dei cittadini.
Questo successo ha però un rovescio della medaglia. Poiché queste istituzioni hanno funzionato così bene, le persone hanno cominciato a immaginarle non come il frutto di un lavoro duro e di compromessi difficili, ma come qualcosa di naturale, semplici “burocrazie” sorte da sole. Poiché avevamo vissuto quegli ottant’anni di pace, molti hanno iniziato a dare per scontate le leggi e le norme che la garantiscono. Se siete venuti stasera perché temete che queste istituzioni siano ora in pericolo, avete ragione. Perché in questo momento, proprio adesso, sono davvero sotto attacco. La minaccia viene, prima di tutto, dall’interno delle nostre stesse società. In tutta Europa e nell’America del nord, testi scartati, concetti dimenticati e teorie appena menzionate vengono riesumati da persone che non ricordano più perché furono screditati tre generazioni fa.
Molti hanno per esempio riesumato vecchi atteggiamenti nei confronti della democrazia parlamentare, ripetendo lo stesso disprezzo per le elezioni che gli autocrati del Novecento un tempo esprimevano. Lenin liquidò i Parlamenti come nient’altro che “democrazia borghese”. Hitler definì la democrazia parlamentare “uno dei sintomi più gravi della decadenza umana”. Quando sentite politici europei parlare di “degenerazione” della democrazia o di “debolezza” del liberalismo, ricordate che queste stesse parole furono usate anche negli anni Trenta, da gruppi che si definivano sia di sinistra sia di destra. Alcuni stanno anche riscoprendo vecchie tattiche politiche, per esempio l’idea che la politica debba puntare non a creare consenso ma a costruire una distinzione esistenziale, potenzialmente violenta, tra “amici” e “nemici”. Forse non sanno nemmeno che questa idea viene dal filosofo tedesco Carl Schmitt, popolare nel Terzo Reich, che liquidò la politica liberale come una finzione.
Non sono queste le uniche idee tornate in circolazione. Il nazionalismo etnico – la convinzione che le nazioni siano migliori se sono in qualche modo più pure, comunque si definisca la purezza – è di nuovo tra noi. Lo è anche la teocrazia, o la teologia del dominio: la credenza che le uniche buone società siano quelle governate dalla chiesa. Lo è anche una visione più antica della sovranità, una concezione dello stato che concentra tutto il potere in un sovrano o in un partito al potere che è, per definizione, al riparo da ogni critica, anche quando vìola i diritti dei propri sudditi. Il declassamento dei diritti umani a qualcosa di sentimentale e di debole è in realtà un’idea molto antica. La sostituzione del giornalismo e del fact checking con la propaganda – anche questo lo abbiamo già vissuto, così come i tentativi di controllare e manipolare l’accesso all’informazione. Allo stesso modo, non dobbiamo andare molto indietro nella storia per scoprire che la creazione di capri espiatori – gruppi minoritari a cui imputare perdite economiche o tensioni sociali – è una tattica politica già ampiamente collaudata.
Queste sono idee europee, e vengono dalla storia europea. Ma sono anche rinforzate dall’esterno dell’Europa. Le ascoltiamo, per esempio, dai russi, nella propaganda che usano per giustificare tutta una serie di attacchi militari, cibernetici e ibridi contro l’Europa. La guerra della Russia contro l’Ucraina viene talvolta descritta – anche di recente dal vicepresidente americano – come se fosse nient’altro che una disputa territoriale, una scaramuccia su linee tracciate su una mappa. Ma quando la Russia nega che l’Ucraina sia una nazione reale; quando la Russia costruisce campi di concentramento nei territori ucraini occupati; quando la Russia mette al bando la lingua ucraina e arresta sistematicamente sindaci, insegnanti, giornalisti e sacerdoti, allora la Russia sta anche attaccando l’Europa nata dopo il 1945, l’Europa i cui confini non devono essere modificati con la forza. La Russia ha invaso l’Ucraina non solo per distruggerla, ma anche per dimostrare che i trattati sono privi di significato, le alleanze sono fragili e la forza bruta decide ancora il destino delle nazioni. Conducendo una guerra imperialista di conquista, la Russia mira a sovvertire l’ordine post imperiale europeo.
In questo senso, l’attacco russo all’Ucraina è anche un attacco all’Unione europea. Gli europei possono immaginare che l’Ue sia una mera seccatura burocratica. Ma i russi non l’hanno mai creduto. Al contrario, il presidente russo ha sempre compreso che, quando è unita, l’Europa sa resistere all’influenza e alla corruzione russe. Quando è divisa, gli europei trovano molto più difficile rifiutare le offerte di trattamenti privilegiati o i lucrosi accordi segreti proposti dalla Russia. E’ per questo che, da vent’anni, i propagandisti russi sminuiscono l’Unione, deridono le sue istituzioni e, facendo eco ad alcuni europei, la ritraggono come decadente, divisa, iper-regolamentata o destinata al tramonto. E la loro politica non si limita alle parole o ai meme. Cercano attivamente di creare caos e divisione. Pochi mesi fa, agenti pagati dalla Russia hanno piazzato esplosivi su una linea ferroviaria polacca, nel tentativo di provocare stragi. I droni russi hanno ostacolato il traffico aeroportuale in tutta Europa. Sicari russi hanno ucciso persone in Gran Bretagna, in Germania e in Spagna. Il denaro russo finanzia partiti politici europei e i loro leader, le cui vittorie limiterebbero la capacità dell’Europa di difendere il territorio europeo. Ecco perché i russi finanziano o amplificano partiti antieuropei e movimenti separatisti. La Russia vuole sostituire l’Europa del diritto con un’Europa tollerante nei confronti della cleptocrazia, un’Europa in cui ogni paese possa essere separatamente pressato, separatamente minacciato, separatamente comprato.
In un’altra versione di questo discorso – quella che avrei potuto tenere due o tre anni fa – a questo punto parlerei di come i leader europei e americani debbano lavorare insieme per contrastare la minaccia militare e ideologica della Russia, per proteggere e difendere insieme la democrazia liberale e lo stato di diritto. Ma è qui che dobbiamo, credo, riconoscere ciò che sta accadendo oggi a Washington, perché gli Stati Uniti sotto questa Amministrazione non sono più interessati a guidare coalizioni democratiche, contro la Russia o chiunque altro. La democrazia non è più al centro della politica estera americana, né dell’identità degli Stati Uniti. Al contrario, Donald Trump ha iniziato ad allineare le politiche estere e interne americane ai valori e alle pratiche del mondo autocratico, Russia inclusa. Questo cambiamento radicale è visibile soprattutto, naturalmente, nelle politiche interne del presidente e nel tentativo della sua Amministrazione di tagliare i fondi all’UsAid e a Radio Free Europe, le istituzioni americane che un tempo promuovevano la democrazia nel mondo. Ma emerge anche nel modo in cui il presidente si rapporta agli alleati storici di Washington. Fin dai suoi primi giorni alla Casa Bianca, il presidente Trump ha attaccato verbalmente il Canada, l’Unione europea e i partner asiatici dell’America, imponendo dazi inspiegabilmente elevati sulle loro merci. Ha urlato contro il presidente ucraino nello Studio ovale, ha minacciato di annettere la Groenlandia con la forza, ha sostenuto che l’Ue sia stata creata per “fregare” gli Stati Uniti e, più di recente, ha fatto eco a Vladimir Putin definendo la Nato una “tigre di carta”. Rompendo con tutte le precedenti Amministrazioni del dopoguerra, Trump ha trattato con la Russia non per portare una pace giusta in Ucraina o sicurezza in Europa, bensì per consentire alle imprese americane di trarre profitto dalla revoca delle sanzioni russe. Come i russi e come i critici europei della democrazia, alcuni esponenti dell’Amministrazione Trump sono entrati anche nella guerra delle idee. In un discorso tenuto a Monaco lo scorso febbraio, il segretario di stato americano Marco Rubio ha dichiarato che America ed Europa sono legate non dai valori, non dall’impegno per la democrazia, bensì dalla “fede cristiana, dalla cultura, dall’eredità, dalla lingua, dall’ascendenza” – dal sangue, dal suolo, dal Dna e da un passato lontano, in altre parole, non dal presente né dal futuro. In effetti, sebbene nel suo discorso abbia elogiato Dante, Shakespeare, Mozart e le “volte della Cappella Sistina”, Rubio, come Putin, ha condannato l’Europa moderna come un continente sopraffatto da migranti, criminalità e decadenza.
Più di recente, il vicepresidente J. D. Vance, parlando a Budapest, ha a sua volta elogiato l’architettura europea, ma ha condannato i “burocrati senza volto” dell’Ue accusandoli di aver interferito nelle elezioni ungheresi. Lo ha fatto nel corso di un comizio elettorale, mentre lui stesso interferiva nelle elezioni ungheresi a favore dell’ormai deposto primo ministro Viktor Orbán. Questi due discorsi non sono stati casi isolati. Rappresentano la politica dell’Amministrazione Trump, così come è stata presentata nella Strategia per la sicurezza nazionale pubblicata alla fine dello scorso anno. Quel documento ha chiarito che, sebbene gli Stati Uniti non interverranno più per promuovere la democrazia in nessun angolo del mondo, è ora politica americana “aiutare l’Europa a correggere la sua traiettoria attuale”, un linguaggio che implica un intervento diretto nella politica europea. L’obiettivo, secondo gli autori, era prevenire la “cancellazione della civilizzazione” dell’Europa. Secondo le ricostruzioni pubblicate all’epoca, una versione precedente del documento era più esplicita. Indicava specificamente i servizi diplomatici e di sicurezza americani come strumenti di sostegno alle forze illiberali in quattro paesi europei – Ungheria, Polonia, Italia e, vi prega di notare, Austria – con l’obiettivo dichiarato di convincerli a lasciare l’Unione europea. Per tutti e quattro si tratterebbe di una catastrofe economica, proprio come la Brexit lo è stata per la Gran Bretagna. Per il resto dell’Europa, le prospettive non sarebbero molto migliori. Un’Ue indebolita faticherà certamente a contrastare la guerra ibrida russa, per non parlare di un attacco militare russo. Un’Europa gravemente ridimensionata perderebbe rapidamente la propria sovranità e si troverebbe nell’impossibilità di competere in un mondo dominato dagli Stati Uniti e dalla Cina. L’Europa diventerebbe più povera e più debole, proprio come l’Ungheria è diventata più povera e più debole sotto il governo di Orbán.
Ma, come vediamo, questa politica è già in atto. Rompendo con una consolidata tradizione, Rubio, Vance e lo stesso Trump hanno tutti apertamente sostenuto Orbán, il politico che più di chiunque altro ha contribuito a distruggere l’unità europea, a sostenere gli interessi russi e, al contempo, a impoverire il proprio paese. Persino la sua campagna elettorale ha esplicitamente puntato a demonizzare sia l’Ue sia gli ucraini, trasformandoli in nemici esistenziali della nazione ungherese per distrarre gli ungheresi dalla sua stessa corruzione, usando tattiche mutuate direttamente da quei vecchi polverosi libri di storia. Poche settimane prima del voto, ho visto a Budapest manifesti con tre volti cupi e minacciosi: Volodymyr Zelensky, Péter Magyar e Ursula von der Leyen. Lo slogan recitava: “Loro sono il rischio. Fidesz è la scelta sicura.” Come sappiamo, questo si è rivelato troppo ridicolo, troppo complottista per il popolo ungherese, che ha votato diversamente. Ma l’Amministrazione Trump ha sostenuto Orbán fino all’amarissima fine. In parte, l’obiettivo era interno: Vance fa campagna per Orbán pensando al suo pubblico nazionale, che ha da tempo accettato gli stessi falsi stereotipi sull’Europa e sull’Ucraina che sentiamo dai propagandisti russi. Ma c’è anche un preciso interesse commerciale. Come i suoi colleghi del mondo tecnologico, Vance sostiene apertamente i leader politici con un esplicito programma anti Ue proprio perché, come i russi, vogliono indebolire o distruggere l’Unione europea.
A essere del tutto onesti, le motivazioni russe e americane sono diverse. Ma entrambe, in ultima analisi, non si preoccupano solo di ideologia, bensì dei propri interessi commerciali. Vance, come Elon Musk o Mark Zuckerberg, sa benissimo che la Commissione europea è l’unico organismo al mondo abbastanza grande da regolamentare le piattaforme digitali, da imporre loro trasparenza e da affermare che il potere privato deve essere soggetto a regole pubbliche. In un’intervista del gennaio 2025, per esempio, Zuckerberg si era detto “ottimista” sul fatto che il presidente Donald Trump sarebbe intervenuto per impedire all’Ue di applicare le proprie norme antitrust: “Penso che voglia semplicemente che l’America vinca”.
Dove ci lascia tutto questo, noi qui in Europa? Da un lato, ci troviamo di fronte a un regime russo riarmatosi e radicalizzatosi, che già usa sabotaggi, propaganda e minacce militari per influenzare la politica europea. Dall’altro, ci troviamo di fronte a un movimento radicalizzato all’interno dell’Amministrazione americana che definisce le nostre società come un nemico civile. Per ragioni diverse, entrambi favoriscono un’Europa più debole e più frammentata. Entrambi vogliono un’Europa meno capace di agire in modo autonomo nel mondo. I russi vogliono un’Europa che non sappia difendersi militarmente. Gli americani vogliono un’Europa totalmente dipendente dalla tecnologia americana, e quindi esposta al controllo politico americano.
Di fronte a questa sfida, gli europei possono, naturalmente, arrendersi. Noi – e parlo qui come cittadina polacca – possiamo lasciare che i negoziatori americani continuino a prolungare la guerra in Ucraina, a pianificare affari con la Russia invece di una pace che gioverebbe all’Europa. Possiamo guardare dalla finestra mentre americani e russi amplificano insieme movimenti politici e leader antieuropei. Possiamo cedere alle varie tentazioni e alle varie lusinghe. Possiamo lasciare che l’Europa torni a essere un continente di nazioni in guerra, facilmente manipolate da potenze esterne: Russia, Stati Uniti e naturalmente anche Cina. Possiamo lasciare che le società dei social media con sede nella Silicon Valley e a Shanghai decidano cosa gli europei leggono e vedono, attraverso algoritmi opachi e manipolatori che soltanto loro controllano. Possiamo permettere che una vittoria russa in Ucraina metta in pericolo non solo i paesi confinanti con la Russia, ma tutti noi. Ricordiamo: Putin ha detto che ovunque un soldato russo metta piede, quello è territorio russo. Ma i soldati russi in passato non hanno messo piede solo a Varsavia e a Riga, bensì anche a Berlino, e anzi a Vienna. Oggi la guerra ibrida estende l’influenza russa all’Egeo e al Mediterraneo, fino alla regione del Sahel africano. Possiamo arrenderci e lasciare che si estenda anche al Baltico e all’Atlantico.
Oppure possiamo scegliere qualcosa di diverso. Possiamo reagire – non a parole, ma costruendo. Possiamo cominciare, come hanno iniziato a fare francesi e taiwanesi, a collaborare alla costruzione di tecnologie alternative adatte non solo all’Europa ma all’intero mondo democratico. Invece di attingere informazioni da piattaforme progettate per dividerci e sfruttarci, potremmo fondare – e finanziare – nuove aziende. Possiamo cambiare le regole che le governano. La trasparenza può sostituire l’opacità. I fruitori delle piattaforme social potrebbero essere proprietari dei propri dati e decidere cosa farne. Potrebbero influenzare direttamente gli algoritmi che determinano ciò che vedono. I legislatori delle democrazie potrebbero creare gli strumenti tecnici e giuridici per dare alle persone maggiore controllo e più scelte, o per ritenere le aziende responsabili quando i loro algoritmi promuovono terrorismo, razzismo o pornografia infantile. Scienziati civici potrebbero collaborare con le piattaforme per comprenderne meglio l’impatto, così come in passato i cittadini-scienziati hanno lavorato con le aziende alimentari per garantire una migliore igiene o con le compagnie petrolifere per prevenire i danni ambientali.
Soprattutto, dobbiamo valorizzare i nostri successi. L’Europa rimane un’oasi di sicurezza, stabilità e stato di diritto. Abbiamo tribunali indipendenti, che si sforzano di non essere meri portavoce di chi detiene il potere. Manteniamo fede alla parola data. Rispettiamo i contratti. Il nostro continente rispetta e ammira la scienza, legge la storia, si prende cura della cultura e tiene presenti gli insegnamenti del passato. Dobbiamo usare tutto questo per diventare un polo di attrazione per investimenti, innovazione e persone portatrici di nuove idee. La nostra stessa prevedibilità è un vantaggio in un mondo di potenze imprevedibili. Per capitalizzare i nostri numerosi punti di forza, dobbiamo cambiare alcune politiche e alcune priorità. Dobbiamo investire di più nelle nuove aziende europee di difesa tecnologica che stanno nascendo ora, talvolta ispirate dagli straordinari progressi tecnologici degli ucraini, e talvolta lavorando direttamente con loro. Dobbiamo investire in piattaforme social europee e in un’intelligenza artificiale europea, con valori europei incorporati. Abbiamo bisogno che i nostri dati vengano conservati su questo lato dell’Atlantico. Abbiamo bisogno di un’unione dei mercati dei capitali affinché il pieno potenziale economico dell’Europa possa essere raggiunto. Dobbiamo pensare come la più potente zona economica del mondo – che è ciò che siamo – e agire di conseguenza. Dobbiamo fare tutto questo per proteggere la nostra sovranità, affinché le decisioni sull’Europa vengano prese in Europa. In un’epoca precedente, la sovranità si misurava in eserciti, confini e forza industriale. Oggi deve essere misurata anche in reti, piattaforme e talenti ingegneristici. Se l’infrastruttura del dibattito democratico è di proprietà altrui, governata altrove e risponde a interessi privati altrove, allora l’indipendenza formale diventa priva di significato. Chi usa la parola “sovranità” per intendere isolazionismo e protezionismo commette un errore ancora più grave. Oggigiorno, una nazione può avere le proprie elezioni, un sistema legale autonomo e confini rigidamente controllati, e tuttavia scoprire che la sua sfera pubblica è plasmata da sistemi che non comprende né controlla.
Infine, dovremmo avere una risposta agli appelli nostalgici alla civiltà occidentale che ora ascoltiamo dai politici e dagli ideologi americani, così come da molti europei. Teniamo al passato – io tengo profondamente al passato – ma voglio che ne ricordiamo di più. Sì, gli europei hanno costruito cattedrali splendide ed eterne, e piazze come questa. Ma la civiltà europea non è solo uno sfondo per gli influencer di Instagram. Ricordiamo anche le altre cose che l’Europa ha costruito. Dopo secoli di guerre di religione, dittatura e genocidio, gli europei hanno inventato le idee che stanno alla base della democrazia liberale. Una definizione più vera della civiltà europea o occidentale include non solo gli archi, ma lo stato di diritto, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola, l’uguaglianza davanti alla legge e il principio che i governi siano responsabili di fronte ai cittadini. Queste cose non sono meno parte dell’eredità europea della sua letteratura o della sua architettura. Anzi, sono ciò che rende l’eredità culturale europea qualcosa di più di una collezione museale. Sono ciò che permette alle persone libere di leggere Dante in modo diverso, di discutere apertamente di Shakespeare, di frequentare le chiese e le cattedrali che scelgono, di criticare i propri governanti senza timore e di cambiare governo senza spargimento di sangue.
Non si può celebrare la civiltà europea attaccando al tempo stesso l’ordine giuridico e politico qui inventato, né cercando apertamente di minare le istituzioni che tutelano il pluralismo e il dissenso. Chi lo fa difende il guscio di quella civiltà, non la sua sostanza. Vi lascio con questo pensiero: ogni giorno, gli Stati Uniti si alienano potenziali visitatori, investitori e ricercatori. Ogni giorno, la Russia uccide persone innocenti in una guerra coloniale sanguinosa e insensata. E ogni giorno, l’Europa offre la prova che antichi rivali possono vivere fianco a fianco in pace, perseguendo la prosperità.
Stiamo attraversando un momento di grandi cambiamenti, significativo e carico di conseguenze quanto la fine del comunismo nel 1989. Ma possiamo fare in modo che questo cambiamento lavori a nostro favore. Gli europei sono davvero uniti da molti legami: dalla storia condivisa, nel bene e nel male; dall’arte e dalla cultura comuni; dalle religioni condivise, nonché dalla tolleranza religiosa condivisa – un’idea nata qui, in Europa, nel Settecento, e poi esportata negli Stati Uniti. Abbiamo inventato idee divisive e brutte, e possiamo esumarle dal passato. Ma tutti i testi che hanno dato origine al liberalismo classico sono stati scritti anche qui, se vogliamo trovarli, farli rivivere e reinterpretarli per il presente. Anche queste sono idee antiche che possono tornare a essere nuove. Non siamo condannati al mondo brutale di “la forza fa il diritto” di Carl Schmitt o di Lenin. Possiamo scegliere qualcosa di diverso, e credo che è proprio questo quel che faremo.