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Il jihad è sconfitto? Chiedete a Bamako e Niamey se è così
Gli americani avvisano del "buco nero dell'intelligence" in Africa sul terrorismo islamico. Con conseguenze anche per l'Europa. Abbiamo imparato a combattere al Qaida e Isis, non a cancellare le loro minacce
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21 MAY 26

Combattenti dello Stato islamico nel Sahel
Due giorni fa, un editoriale sulla Stampa è arrivato alla conclusione che “oggi sia l’Isis sia al Qaida sono fantasmi, gruppi residui dispersi nei deserti”. Per di più, “gli attacchi stile Isis possono essere opera di qualche radicalizzato, non più eterodiretto, ma che agisce per motivi o problemi suoi”. Al di là di cosa siano esattamente questi “problemi suoi”, c’è la cronaca recente a mettere in dubbio il ridimensionamento della minaccia terroristica islamica, una mezza trappola che potrebbe indurre a pensare che in fondo, sparito il Califfato, sia sparita anche la sua propensione ad attaccare l’occidente. La settimana scorsa, Dagvin Anderson, generale del Comando americano per l’Africa (Africom) ha detto in Senato che la situazione è allarmante: “La leadership dell’Isis è in Africa. Il motore economico di al Qaida è in Africa. Entrambi i gruppi condividono la volontà e l’intento di colpire la nostra patria”.
Non sappiamo se Bamako possa definirsi “dispersa nel deserto”, ma di certo è la capitale del Mali, uno stato chiave nel cuore del Sahel per la stabilità non solo della regione, ma anche del Nord Africa e quindi del “cortile di casa” dell’Europa. Da mesi, Bamako è assediata dai combattenti di al Qaida, che insieme ai Tuareg hanno lanciato un’offensiva al nord e si sono spinti verso sud, fino a Gao. Dalla periferia, i jihadisti minacciano le città, inclusa la capitale. Jnim, l’acronimo del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, dà fuoco ai camion carichi di gasolio e altri beni essenziali diretti a Bamako, innescando una situazione talmente drammatica da indurre la giunta golpista e i suoi alleati, i mercenari russi degli Africa Corps, a trattare con i terroristi. Mesi prima, un commando dell’Isis, rimpolpato da combattenti delle province del Sahel e da quelli dell’Africa occidentale, ha attaccato e conquistato l’aeroporto di Niamey, la capitale del Niger, che è stato liberato solo dopo diverse ore. Anche in questo caso, l’Isis e soprattutto al Qaida stanno alzando il livello delle loro offensive, mettendo alla prova anche le loro capacità di governo locale, puntando su un reclutamento più ampio, l’applicazione della sharia e il controllo di centri urbani più grandi. In sostanza, nei territori sotto il loro controllo in alcune aree del Sahel si sta verificando qualcosa di non molto diverso da ciò che avveniva nel deserto siriano e iracheno alle origini del Califfato, oltre dieci anni fa
Il generale Anderson era piuttosto preoccupato in particolare da un dato: il vuoto di informazioni di cui oggi l’America – e con essa la comunità internazionale – dispone sul terrorismo islamico in Africa. “La mancanza di capacità di proiezione della nostra forza e la ridotta presenza militare dell’Africom compromettono la nostra capacità di risposta alle crisi”, ha testimoniato Anderson davanti alla commissione per i Servizi armati. Quello che ha definito “un buco nero dell’intelligence” è causato dalla riduzione pari al 75 per cento del contingente americano. Poche ore dopo, venerdì, americani e nigeriani hanno lanciato un attacco congiunto nella regione del Lago Ciad, fra Nigeria, Camerun, Niger e Ciad, uccidendo Abu Bilal al Mainuki, uno dei leader dello Stato islamico. L’operazione è stata un successo, ma ha dimostrato anche quanto sia necessario un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo in Africa.
Nel frattempo, l’Europa e l’occidente restano in allerta. “Al Qaida ha mantenuto l’ambizione di realizzare attacchi esterni ‘spettacolari’”, ha rivelato l’ultimo report del Gruppo di monitoraggio delle Nazioni Unite sul terrorismo islamico diffuso a febbraio. Le cellule dell’Isis continuano a essere sgominate in Europa con una tendenza costante: il loro legame a reti più vaste, come quella dello Stato islamico della provincia dell’Africa occidentale e quella del Sahel. A marzo, tre persone legate allo Stato islamico sono state arrestate in un’operazione congiunta delle autorità marocchine e spagnole. Due sono state fermate a Tangeri, in Marocco, mentre il presunto capo della cellula è stato arrestato a Maiorca. I tre erano coinvolti nel finanziamento e nella logistica delle operazioni dell’Isis nel Sahel e in Somalia, mentre il capo è anche sospettato di aver pianificato un attentato solitario in Spagna. Lunedì a Tarifa, in Andalusia, con l’aiuto dell’Fbi è stato arrestato un 18enne radicalizzato che pianificava un attacco. E ieri a Firenze, un 15enne è stato fermato dopo essere entrato in contatto con membri dell’Isis per compiere un attentato. Sembra insomma che siamo diventati più bravi a combattere il fenomeno, non che il fenomeno stesso sia sparito.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.