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Gas e populismo, le radici profonde della crisi della Bolivia
Si tratta di un copione già visto nel Venezuela chavista. Prima il boom dei prezzi energetici che droga l’economia, con la spesa assistenziale e clientelare che sostituisce gli investimenti. Poi il crollo economico e sociale a seguito della caduta dei prezzi. Nel caso boliviano, il collasso è reso ancora più marcato dalla povertà strutturale del paese
29 MAG 26

Foto LaPresse
In Bolivia la presidenza di Rodrigo Paz Pereira è già in fibrillazione dopo poco più di sei mesi dall’insediamento. Le strade di La Paz e Cochabamba sono paralizzate dai blocchi stradali e dalle proteste sindacali. Sotto la superficie delle contestazioni contro il nuovo governo si nascondono profondi e irrisolti problemi macroeconomici lasciati in dote da quasi vent’anni di potere del Movimento al Socialismo (Mas), il partito dell’ex presidente Evo Morales. Nel ventennio del Mas il pil pro capite della Bolivia, uno dei paesi più poveri dell’America latina, è aumentato del 30 per cento fino ad arrivare a 11 mila dollari. Un successo per Morales, non fosse che, nello stesso periodo, si pongono le fondamenta del dissesto attuale. Il “miracolo boliviano” è figlio del superciclo delle commodities: grazie all’impennata dei prezzi energetici, la Bolivia aveva triplicato le entrate fiscali legate agli idrocarburi fino al record di 5 miliardi di dollari nel 2014. La produzione di gas naturale era passata da 35 milioni di metri cubi giornalieri nel 2006 a 60 milioni nel 2014. Una produzione enorme, per l’80 per cento esportata verso Brasile e Argentina.
Il gas era stato così per lungo tempo la gallina dalle uova: le entrate fiscali hanno finanziato la spesa sociale e generosi sussidi energetici. Il governo registrava costanti surplus di bilancio, l’inflazione era stabile e il pil cresceva a un ritmo del 5 per cento annuo. In appena otto anni, la Bolivia era riuscita a quintuplicare le proprie riserve internazionali, passate da 3 a 15 miliardi di dollari, alimentando il mito del miracolo economico andino. Ma il meccanismo ha iniziato a rompersi nel 2014, l’anno del crollo dei prezzi di petrolio e gas. Negli anni precedenti, la Bolivia aveva estratto dai bacini già attivi canalizzando la rendita verso la spesa corrente, senza investire in esplorazione e infrastrutture. Alla caduta dei prezzi si è così associato un calo drastico della produzione: 26 di milioni di metri cubi giornalieri nel 2025. Soprattutto, sono crollate le esportazioni e le entrate in valuta estera. Nel 2014 i 6,6 miliardi di dollari di export di idrocarburi rappresentavano la metà di tutte le esportazioni. Da quel momento inizia un lento declino associato, fino ad arrivare a 1,7 miliardi di esportazioni di idrocarburi del 2024. Dal 2015 la Bolivia registra un deficit fiscale cronico del 5 per cento annuo. Il debito pubblico è passato dal 30 per cento del pil nel 2014 all’85 per cento nel 2025, mentre le riserve valutarie della banca centrale sono precipitate a intorno ai 4 miliardi di dollari.
Si tratta di un copione già visto nel Venezuela chavista. Prima il boom dei prezzi energetici che droga l’economia, con la spesa assistenziale e clientelare che sostituisce gli investimenti. Poi l’inevitabile e doloroso crollo economico e sociale a seguito della caduta dei prezzi. Nel caso boliviano, tuttavia, il collasso è reso ancora più marcato dalla povertà strutturale del paese. Nel 2025 la produzione di gas è scivolata al livello più basso degli ultimi vent’anni. Ma il vero colpo di grazia arriva dai paesi confinanti. Oggi la Bolivia non esporta più nulla verso l’Argentina, che è felicemente tornata all'autosufficienza energetica lasciandosi alle spalle il lungo “inverno kirchnerista”. Alla Bolivia rimane soltanto il mercato del Brasile, ma è difficile incrementare i volumi in mancanza di investimenti e considerando la complessa geografia della regione.
C’è poi il grande miraggio del litio. Il paese andino detiene le maggiori risorse teoriche globali insieme all’Argentina, ma non riesce a produrre un solo chilogrammo su scala industriale. Lo stato ha nazionalizzato l’intera filiera ma, non disponendo né della tecnologia né dei capitali, si è dimostrato incapace di sviluppare la produzione. Non è neanche riuscito a trovare partner affidabili, appoggiandosi a intese con consorzi russi e cinesi rimaste finora lettera morta. L’Argentina, grazie al ritrovato pragmatismo economico, nel frattempo esporterà quest’anno litio per quasi 2 miliardi di dollari.
In questo quadro, le proteste che oggi paralizzano il paese appaiono meno come un evento congiunturale e più come la manifestazione di una crisi macroeconomica e sociale dalle profonde radici. Dopo anni di crescita trainata dalla rendita energetica, la Bolivia si trova a confrontarsi con il populismo degli ultimi 20 anni. Il tutto mentre Morales è latitante da due anni e vive nascosto nel Tropico de Cochabamba, nel cuore delle foreste, protetto dai sindacati dei coltivatori di coca.