Perché l’Oman è tornato indispensabile nella crisi con l’Iran

Il paese non ha mai trattato Teheran come un nemico esistenziale e ha mantenuto aperti i canali anche nei momenti più duri. Fu decisivo nei negoziati segreti che portarono all’accordo nucleare del 2015 e oggi torna centrale come possibile mediatore

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi con il sultano dell'Oman Haitham bin Tariq a Muscat (LaPresse)

Tel Aviv. Mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran sembra ancora lontano da un punto di svolta, negli ultimi giorni il Sultanato dell’Oman è tornato al centro della scena diplomatica regionale. Nonostante sia colpito dalla guerra anche materialmente (ieri sono registrate esplosioni nel porto di Al-Fahal, che ha interrotto le operazioni di carico di petrolio greggio a causa di un attacco con droni vicino alle banchine di attracco), Muscat sta cercando di preservare il proprio ruolo storico di canale di comunicazione tra Washington e Teheran.
Il Foglio ne ha discusso con alcuni analisti specializzati nella regione per discutere la rilevanza dell’Oman in questi giorni cruciali. Secondo Rob Geist Pinfold, docente di Difesa e Sicurezza internazionale al King’s College di Londra, specializzato nei rapporti tra Israele e le monarchie del Golfo, per comprendere l’importanza dell’attuale attivismo diplomatico omanita occorre guardare indietro. Le relazioni privilegiate tra Muscat e Teheran affondano le proprie radici negli anni Settanta, quando lo scià Mohammad Reza Pahlavi intervenne militarmente a sostegno del sultano Qaboos durante la rivolta del Dhofar. Quell’assistenza, da allora, contribuì a creare un rapporto di fiducia che sopravvisse persino alla rivoluzione islamica del 1979. Per questo, a differenza delle altre monarchie del Golfo, l’Oman non ha mai considerato l’Iran un nemico esistenziale e ha sempre mantenuto rapporti diplomatici costanti anche nei momenti di maggiore tensione regionale, peculiarità che ha trasformato Muscat in uno dei pochi interlocutori credibili sia per Washington sia per Teheran. Fu proprio l’Oman a ospitare i negoziati segreti che portarono all’accordo nucleare del 2015 e, ancora oggi, il ministro degli Esteri Badr al-Busaidi continua a svolgere un ruolo centrale nei contatti indiretti tra le due capitali.
Il confronto con il Qatar è inevitabile e ne discutiamo con Ariel Admoni, ricercatore presso la Bar Ilan University di Tel Aviv e per il Jiss, Jerusalem Institute for Strategy and Security, dove si occupa di politica, società e media del Qatar. Secondo Admoni entrambi i paesi hanno costruito la propria influenza sulla capacità di dialogare con attori reciprocamente ostili, ma con alcune differenze sostanziali. Doha ha sviluppato il proprio peso diplomatico soprattutto attraverso la mediazione con movimenti islamisti e attori non statali, dai Talebani a Hamas. L’Oman, invece, si è specializzato nella diplomazia silenziosa fra stati sovrani e nella gestione di crisi ad alto livello strategico. Pertanto, se il Qatar è spesso percepito come un interlocutore pragmatico ma schierato, l’Oman ha costruito la propria reputazione basandosi su una – almeno presunta – neutralità, evitando di aderire alle principali campagne regionali contro Teheran.
A rendere Muscat un attore imprescindibile non c’è soltanto l’assetto diplomatico ma anche quello geostrategico. L’Oman controlla infatti, insieme all’Iran, una delle principali sponde di Hormuz e la stabilità dello Stretto rappresenta una questione vitale non solo per gli esportatori di petrolio del Golfo, ma su scala globale. Quindi, in un momento in cui Teheran minaccia periodicamente restrizioni al traffico navale e i paesi del Golfo cercano rotte alternative, il ruolo omanita assume una valenza strategica ancora maggiore. Come ricorda Doron Peskin, analista economico della regione e editorialista per Calcalist, il principale outlet israeliano specializzato in economia, anche i rapporti tra Israele e Oman meritano attenzione, poiché negli ultimi vent’anni è stato uno dei pochi paesi del Golfo a mantenere contatti pubblici con lo Stato ebraico. Nel 2018 il premier Benjamin Netanyahu visitò Muscat incontrando il sultano Qaboos, evento che molti analisti considerarono una sorta di anticipazione degli Accordi di Abramo.
Tuttavia, dopo il 7 ottobre e durante la successiva escalation tra Israele e Iran, l’Oman ha assunto una posizione sempre più prudente, condannando l’escalation militare e insistendo sulla necessità di una soluzione diplomatica. Pur mantenendo aperti i canali di comunicazione con tutte le parti coinvolte e una forte collaborazione economica con Startup Nation, Muscat ha evitato qualsiasi allineamento esplicito con Israele, nel tentativo di preservare la propria credibilità come mediatore regionale neutrale.
In un medio oriente sempre più polarizzato, l’Oman sembrerebbe, dunque, rappresentare uno degli ultimi ponti tra Washington e Teheran e, per questo, mentre la regione si avvicina a nuovi punti di rottura, il suo ruolo di mediatore potrebbe risultare più importante che mai.