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Pashinyan vince in Armenia, ora gli servono i numeri per il più grande dei cambiamenti: la Costituzione
Affluenza record e quasi il 50 per cento dei voti per il premier uscente. Gli armeni confermano la svolta verso la normalizzazione con Azerbaigian e Turchia, gli affidano il nuovo mandato sulle promesse di pace e aperture e chiedono un paese rispettato e solida. La campagna fra i rami d’ulivo

Associated Press/LaPresse
Yerevan. Gli armeni hanno votato, e la prima notizia è l’affluenza: 59 per cento, la più alta dal 2017. Il crescente coinvolgimento conferma la direzione intrapresa dal primo ministro uscente. Nikol Pashinyan ha vinto ancora, con il 49,8 per cento dei voti e la fiducia di un paese che punta alla pace con i propri vicini.
Pashinyan guida l’Armenia dal 2018, ma è negli ultimi due anni che ha cambiato direzione. Quest’ultima non è solo una scelta Europa-o-Russia. E’ un desiderio ardente di terminare 38 anni di conflitti con l’Azerbaigian e normalizzare le relazioni con la Turchia, che chiuse il confine nel 1993 in segno di solidarietà con Baku dopo le guerre del Nagorno-Karabakh. E’ la convinzione che il 7 per cento di crescita del pil, trainato dal turismo e da aziende nel tech e IA, abbia bisogno di continuità nel nuovo mandato. E che l’ambiguità adottata in politica estera sia la strategia più adatta a mitigare i rischi derivanti dal farsi ugualmente amici gli arcinemici Stati Uniti-Iran e Russia-Ue.
Venerdì, il comizio di Contratto civile, il partito di Pashinyan, è stato l’ultimo sforzo per inquadrarsi come il partito della pace: lo spettacolo di droni ha disegnato una colomba con un ramo d’ulivo. Ministri e membri del partito interagivano con selfie e gadget regalati alla folla, a differenza dell’opposizione. Tutto per avvicinarsi il più possibile al popolo armeno.
L’ultimo discorso della campagna elettorale di Pashinyan è stato anche una critica alla magistratura. Lui sostiene che la giustizia non è trasparente e affidabile. Paradossalmente, poco prima del comizio, uno dei suoi alleati ha sottomesso una richiesta alla commissione elettorale per revocare la registrazione di Armenia forte di Samvel Karapetyan, il principale candidato dell’opposizione, vicino alla Russia. Il tentativo è stato respinto poche ore dopo. Armenia forte (23,3 per cento) è stato poi il partito di opposizione più votato (gli unici altri a entrare in Parlamento saranno Alleanza armena dell’ex presidente Kocharyan, 9.9 per cento, e Armenia prospera del magnate Tsarukyan, 4 per cento). Unito alla dichiarazione di vittoria con solo il 30 per cento dei voti contati, il tentativo di rimuovere un rivale a due giorni dalle elezioni cozza parecchio con la promessa del primo ministro di rendere ogni processo democratico visibile e affidabile.
Lunedì Yerevan si è svegliata con le proteste dell’opposizione. Armenia forte rifiuta i risultati. Armenia prospera contesta i conteggi. Nonostante centinaia di seggi abbiano registrato violazioni procedurali o alla segretezza del voto, osservatori locali e internazionali ne hanno confermato la regolarità. L’Osce ha riportato interferenze russe sotto forma di minacce economiche; i russi hanno denunciato “una pressione senza precedenti sull’opposizione e interferenze da parte dell’occidente”. Se confermati, i risultati dovrebbero tradursi con il 57 per cento dei seggi parlamentari assegnati a Contratto civile. Il che comporta una maggioranza stabile, ma non i due terzi di supermaggioranza necessari per un referendum costituzionale, come sperato da Pashinyan, anche per voltare pagina su molte questioni. L’Azerbaigian sostiene che la costituzione armena implichi rivendicazioni territoriali nei confronti di Baku, in quanto definisce il Nagorno-Karabakh, oggi annesso all’Azerbaigian, parte dell’Armenia.
L’imminente mandato è stabile, ma dovrebbe mettere in luce tutte queste contraddizioni e dunque l’interesse dell’occidente per questa repubblica di nemmeno tre milioni di anime. Ma bisogna ricordare l’aspetto più importante: gli armeni non vogliono essere trattati come un asset geopolitico.