Con l’attacco a Israele Teheran voleva imporre una nuova regola e ha fallito

Gli scontri fra iraniani e israeliani sono finiti, ma la Repubblica islamica ha tentato di stabilire un nuovo principio di deterrenza: se colpisci uno dei nostri alleati, reagiremo direttamente. La chiamata alle armi di Hezbollah e degli houthi e la trasformazione dell'asse della resistenza

9 GIU 26
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Israele non ha scelto un nuovo nome per indicare l’operazione contro la Repubblica islamica dell’Iran, quando nella notte fra domenica e lunedì ha deciso di reagire ai missili che Teheran gli aveva lanciato contro. La risposta israeliana è arrivata sotto il nome di Ruggito del leone, lo stesso usato per colpire l’Iran il 28 febbraio scorso assieme agli Stati Uniti. E’ sempre un’unica operazione. Sempre un’unica guerra, che si placa, riscoppia, avanza, arretra e ricomincia. Nemmeno l’Iran ha mai cambiato nome e da quando ha iniziato a colpire direttamente il territorio israeliano, dal 2024, la sua operazione continua a chiamarsi Vera promessa. E’ tutta una lunga guerra, il medio oriente ha introiettato l’idea che il conflitto potrebbe procedere così per molto tempo. Ogni volta che il conflitto riprende, però, sposta i confini della tollerabilità e con questi gli obiettivi. Quando domenica sera la Repubblica islamica ha attaccato il nord di Israele come ritorsione dopo il bombardamento di Tsahal contro la periferia meridionale di Beirut, per colpire il gruppo sciita Hezbollah, contro cui Israele è in guerra, voleva stabilire una nuova regola: ogni attacco contro i suoi alleati del sedicente asse della resistenza verrà percepito come un attacco diretto contro Teheran. Se Israele fosse rimasto fermo avrebbe mandato un segnale: accettiamo la regola. Non poteva, ha reagito, sono ripartiti gli scambi di missili, nonostante il presidente americano, Donald Trump, avesse detto pubblicamente di voler chiedere al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, di non reagire. Il premier ha reagito e a dispetto delle critiche, dei retroscena sulle tensioni fra i due leader, probabilmente lo ha fatto con il benestare di Trump: “Qualsiasi azione israeliana contro Teheran non avviene senza il coordinamento con gli Stati Uniti. Pensare il contrario è ingenuo, oppure è il tentativo di ricamare sui disaccordi fra Gerusalemme e Washington”, dice Oded Ailam, ex capo della divisione controterrorismo del Mossad, oggi ricercatore presso il Jerusalem Center per la sicurezza e la politica estera. “La risposta israeliana agli attacchi dell’Iran serve anche agli americani per uscire dallo stallo negoziale. Ora Trump ha del tempo prezioso per riparare all’errore del cessate il fuoco e degli ultimatum continuamente rimandati”
Il presidente americano ha chiesto agli iraniani e agli israeliani di fermarsi, gli attacchi sono durati qualche ora. Poi, nel primo pomeriggio, le due parti hanno dichiarato che gli scambi erano finiti, aggiungendo “per ora”. Il giornalista israeliano Amit Segal nella sua newsletter ha scritto che se esiste un radar degli iraniani che sta funzionando bene è quello che identifica la mancanza di propensione allo scontro e Teheran sente che Trump non vuole lo scontro, quindi provoca, colpisce, si sente impunita.
Non era mai accaduto che la Repubblica islamica rispondesse agli attacchi contro i gruppi che fanno parte del suo asse della resistenza, finora era sempre accaduto il contrario ed erano gli altri, come Hezbollah in Libano o gli houthi nello Yemen, a essere chiamati a intervenire per sostenere la loro testa, la Repubblica islamica. Finora Tsahal aveva colpito il Libano, senza aspettarsi attacchi iraniani. Teheran ha attaccato Israele per segnalare che l’asse esiste, è unito. Ha chiamato a raccolta anche gli houthi che hanno minacciato di chiudere il passaggio dello Stretto di Bab el Mandeb, che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden, e in serata hanno lanciato un razzo contro l’Arabia Saudita. Ma questa chiamata alle armi che doveva suonare come un grido di battaglia nasconde invece uno dei timori di Teheran sul collasso del suo sistema di alleanze, del suo asse della resistenza. La nuova regola della deterrenza non è passata e anzi l’attacco non fa bene all’immagine di Hezbollah in Libano: “Teheran cerca di salvare Hezbollah, vuole mostrarsi come l’avvocato del gruppo, garantire la sua sopravvivenza, ma così contraddice il mito stesso della resistenza, è un colpo all’immagine del gruppo sciita fra i suoi stessi sostenitori”, dice Ailam. Teheran ha agito, teme di perdere la sua capacità unificante fra i gruppi che ha armato in medio oriente e con un forte azzardo voleva imporre, dopo il nucleare e lo Stretto di Hormuz, un terzo pilastro della sua deterrenza. Resta una certezza: per il regime la guerra rimane una garanzia di sopravvivenza maggiore rispetto al negoziato.