Israele non ha scelto un nuovo nome per indicare l’operazione contro la Repubblica islamica dell’Iran, quando nella notte fra domenica e lunedì ha deciso di reagire ai missili che Teheran gli aveva lanciato contro. La risposta israeliana è arrivata sotto il nome di Ruggito del leone, lo stesso usato per colpire l’Iran il 28 febbraio scorso assieme agli Stati Uniti. E’ sempre un’unica operazione. Sempre un’unica guerra, che si placa, riscoppia, avanza, arretra e ricomincia. Nemmeno l’Iran ha mai cambiato nome e da quando ha iniziato a colpire direttamente il territorio israeliano, dal 2024, la sua operazione continua a chiamarsi Vera promessa. E’ tutta una lunga guerra, il medio oriente ha introiettato l’idea che il conflitto potrebbe procedere così per molto tempo.
Ogni volta che il conflitto riprende, però, sposta i confini della tollerabilità e con questi gli obiettivi. Quando domenica sera la Repubblica islamica ha attaccato il nord di Israele come ritorsione dopo il bombardamento di Tsahal contro la periferia meridionale di Beirut, per colpire il gruppo sciita Hezbollah, contro cui Israele è in guerra, voleva stabilire una nuova regola: ogni attacco contro i suoi alleati del sedicente asse della resistenza verrà percepito come un attacco diretto contro Teheran. Se Israele fosse rimasto fermo avrebbe mandato un segnale: accettiamo la regola. Non poteva, ha reagito, sono ripartiti gli scambi di missili, nonostante il presidente americano, Donald Trump, avesse detto pubblicamente di voler chiedere al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, di non reagire. Il premier ha reagito e a dispetto delle critiche, dei retroscena sulle tensioni fra i due leader, probabilmente lo ha fatto con il benestare di Trump: “Qualsiasi azione israeliana contro Teheran non avviene senza il coordinamento con gli Stati Uniti. Pensare il contrario è ingenuo, oppure è il tentativo di ricamare sui disaccordi fra Gerusalemme e Washington”, dice Oded Ailam, ex capo della divisione controterrorismo del Mossad, oggi ricercatore presso il Jerusalem Center per la sicurezza e la politica estera.
“La risposta israeliana agli attacchi dell’Iran serve anche agli americani per uscire dallo stallo negoziale. Ora Trump ha del tempo prezioso per riparare all’errore del cessate il fuoco e degli ultimatum continuamente rimandati”.